Analisi del #M5S – Quanto spendono davvero? Circa 9800€/mese

La trasparenza negli ambiti finanziari è diventata un requisito irrinunciabile in molti campi, la politica soprattutto. Si potrebbe poi discutere sul fatto che trasparenza non significhi schiaffare valanghe di dati addosso alla gente dicendo “vedi? non nascondiamo niente.”. I dati, grezzi, sono spesso privi di senso se non vengono analizzati, incrociati e studiati nel tempo. La trasparenza dunque richiede sempre una qualche elaborazione.

Nel 2013 il Movimento 5 Stelle lanciò un sito, tirendiconto, nel quale si realizza la loro idea di trasparenza che consiste nella pubblicazione di importi di bonifici e spese senza però fare alcuna analisi o riassunto complessivo.

In questo articolo si analizzano in dettaglio gli importi restituiti allo Stato, l’indennità effettivamente percepita, le spese e i rimborsi restituiti ogni mese da parte dei Parlamentari del M5S. Vista la grande enfasi che, ancora a 3 anni dalle elezioni, i grillini continuano a mettere sui temi di “risparmi”e “tagli ai costi della politica”, penso sia doveroso portare qualche dato quantitativo.

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Il tema dei costi della politica era ed è uno dei principali cardini del M5S

Tengo a precisare che si tratta di una elaborazione personale di dati pubblicati e liberamente accessibili e, come tale, può presentare errori ed inconsistenze di vario tipo e quindi va presa “as is”.

Cosa dice il Regolamento del M5S

Il regolamento dei Parlamentari del M5S dice, alla voce “Trattamento Economico”, che:

L’indennità parlamentare percepita dovrà essere di 5 mila euro lordi mensili

che corrisponde a circa 3200€/netti al mese. Il regolamento poi continua (e questa parte non viene mai riportata da giornali e tv):

I parlamentari avranno comunque diritto a ogni altra voce di rimborso tra cui diaria a titolo di rimborso delle spese a Roma, rimborso delle spese per l’esercizio del mandato, benefit per le spese di trasporto e di viaggio, somma forfettaria annua per spese telefoniche e trattamento pensionistico con sistema di calcolo contributivo

In altre parole il regolamento, letto per intero come nessun parlamentare anche tra quelli più televisivi ha mai fatto in un giornale o in una trasmissione, ci fa sospettare che, propaganda a parte, la differenza “economica” tra un Parlamentare a Cinque Stelle e uno “dei partiti” sia più piccola di quanto si voglia far credere.

Cosa diceva invece Beppe Grillo in piena campagna elettorale? Inizialmente diceva che con 2500€/mese avrebbero potuto fare tutto. Successivamente ha elevato la quota6000€/mese.

Nella realtà cosa succede? I dati riportati da loro stessi sul sito “tirendiconto” non solo smentirebbero le parole di Grillo, tanto sui 2500€ quanto sui 6000€, ma confermerebbero il fatto che, come da regolamento, la differenza tra un parlamentare 5S e uno di un altro partito non sia poi così grande.

Il trattamento economico alla Camera dei Deputati

Ogni Deputato della Repubblica è soggetto a questo trattamento economico:

  • Stipendio mensile netto: 5000€/mese o 4750€/mese se il Deputato esercita un’altra attività lavorativa.
  • Diaria: 3503,11€/mese
  • Rimborso spese esercizio mandato: 3690€/mese
  • Spese di trasporto e viaggio: 3323,70€/trimestre o 3995,10€/trimestre se il Deputato risiede entro 100km oppure oltre i 100km dal più vicino aeroporto, rispettivamente.
  • Spese telefoniche: 3098,74€/anno

Complessivamente, riportando tutto su base mensile, il costo per lo Stato, per ogni Deputato, è tra i 13309€ e i 13783€. Una media di 13546€/mese.

Dati Riassuntivi

Sono stati prelevati tutti i dati disponibili per i 91 Deputati della Camera, nel periodo che va da Giugno 2013 a Gennaio 2016. Ecco delle medie riassuntive:

  1. Importo assegno mensile di restituzione: 3502 €
  2. Spesa mensile: 6537 €
  3. Stipendio percepito: 3249 €
  4. Stipendio restituito: 1926 €
  5. Rimborsi restituiti: 1577 €

Sommando lo stipendio percepito e la spesa mensile si ottiene il costo medio di ogni Deputato 5S, che ammonta a 9785€. E’ interessante notare l’andamento della spesa mensile:

andamento_spese_mensili

Il trend (linea continua) è positivo, il che indicherebbe, tra aumenti e diminuzioni, un progressivo aumento della spesa. Il costo totale di ogni deputato si ottiene sommando alla spesa mensile lo stipendio che percepisce tolta la parte che restituisce, e dunque si ottiene questo andamento:

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La media si attesta sui quasi 9800€ di cui si parlava prima, con picchi che superano gli 11000€. Vediamo altre statistiche interessanti:

  • Il Deputato che restituisce meno rimborsi spese ogni mese restituisce appena 78€. Quello che restituisce di più restituisce 3960€. La media mensile, come detto prima, si attesta su 1577€.
  • Il Deputato che stacca assegni con importo più basso ogni mese restituisce 1826€. Quello che restituisce di più restituisce 6011€. La media mensile è di 3502€, come detto prima.
  • Il Deputato che spende di più, ogni mese, spende 8301€. Quello più virtuoso invece 4396€. La media è di 6537€ come detto sopra.

Conclusioni

Da questa semplice e veloce analisi si può trarre una conclusione. Non sembrerebbe vero che i parlamentari 5S costano enormemente di meno dei parlamentari “dei partiti”. Grillo parlava di 6000€/mese, ma i dati pubblicati sul loro sito mostrerebbero come la spesa effettiva sia molto superiore: il 392% di quanto dichiarato in campagna elettorale (2500€) e il 164% di quanto detto dopo (6000€).

#Unionincivili in scena al Senato

Questa mattina dicevano al Senato:

Avere figli è un desiderio, non un diritto. Invece, un bambino/a ha il diritto ad avere un padre ed una madre perché è naturale, perché ognuno nasce da un padre e una madre.

Anche un bambino abbandonato aveva un padre ed una madre, che lo hanno gettato via come un rifiuto. Come la mettiamo? A cosa ha avuto diritto il bambino in questo caso? A due persone che lo odiano.

La diversità sessuale di due genitori non è garanzia di alcunché, nonostante molti Senatori la pensino diversamente.

Non sarebbe, invece, più sensato parlare di diritto del bambino/a ad avere due genitori che lo amino indipendentemente dal loro profilo genetico?

Nessuna persona si sceglie i genitori, ed è proprio per questo che si dovrebbe insistere sul diritto di poter essere genitori, indipendentemente dal sesso.

C’è gente desiderosa di seguire per la vita la crescita e lo sviluppo di altri, cioè la definizione di quello che dovrebbe fare un padre o una madre. Dire a queste persone: “no, non potete perché siete due uomini” o “siete due donne” è aberrante.

La violenza contro i bambini è questa: restringere le loro possibilità di avere una famiglia felice, tirando in causa argomentazioni traballanti e citando testi sacri scritti millenni fa in un altro tempo e per un altro mondo.

Dovrebbe scattare un qualche tipo di senso etico o di obbligo morale, qualcosa che faccia capire a chi è contrario alle famiglie “omogenitoriali” che discriminare sulla qualità dell’amore è un atto violento e odioso e che si distingue dalla violenza fisica solo per le modalità, non per l’intensità.

Pietro

Featured image @ repubblica

 

La lezione di questi giorni su #unionicivili

 

Assisto inerme all’orrendo spettacolo che da settimane sta andando in scena nelle aule parlamentari.

C’è chi parla di uteri in locazione e in subaffitto, e chi legge passi dell’Antico Testamento, parlando di sodomiti e punizioni divine in Senato, come se ci fossimo trasformati improvvisamente in una Repubblica Popolare Cristiana qualsiasi.

C’è poi il peggio di tutta questa vicenda: quei parlamentari che, privi di ogni fibra morale, vedono solo il gioco politico e l’opportunità di poter sfruttare a proprio vantaggio una situazione per tentare di darsi un peso, un’importanza che l’elettorato e, spesso, la decenza hanno tolto loro da molto tempo, come per voler dire: “visto che conto anche io?”.

C’è da provare solo pietà, e forse un po’ di compassione per queste persone, così tanto ridotte, umanamente parlando, ai minimi termini. C’è forse un problema di bassa intelligenza emotiva? Di empatia inesistente?

Ognuno ha il suo modo di vedere l’argomento delle unioni civili, ma quando si parla di uguaglianza tra persone, è davvero necessario essere di parte? O basterebbe magari un briciolo di sensibilità, un istante in cui si pensa e si realizza: “è sbagliato che altri siano forzati a vivere peggio di me”.

Questi parlamentari sono così a corto di argomenti politici da usare la vita personale della gente come passepartout elettorale? “Vai contro i gay, stai sicuro che qualche voto lo prendi.”

E’ una pietosa rivincita dei miserabili, troppo abituati allo squallore e alla sciatteria per accorgersi che stanno giocando con la vita e la serenità di molti di noi che, in questa legge, hanno riposto la speranza di vedere riconosciuta la “normalità” della loro vita familiare.

Pietro

 

Qualche pensiero su #unionicivili e #bagnasco

I gay che: “sono omosessuale, non gay” oppure “sono gay ma i bambini non si toccano” (riferendosi al caso delle adozioni) non riuscirò mai a capirli. Trovo che questi discorsi siano abbastanza pericolosi, e che forse denotino un misto tra Sindrome di Stoccolma e un’idea di omosessualità che si ferma alla “fase sessuale”.

Se facciamo un discorso sui diritti dei bambini che vengono adottati, molto banalmente potremmo dire che questi bambini hanno il diritto di essere felici, e di crescere in un contesto che possa dare loro, per il più lungo tempo possibile, serenità e armonia.

La questione dunque si riduce a: per creare un contesto sereno e armonico in cui far crescere un bambino o una bambina, è necessario che i genitori abbiano sesso diverso?

Visto che qui parliamo di progetti di legge che disciplinano la vita affettiva dei cittadini a prescindere dal loro credo politico e religioso e quindi prima di tutto come esseri umani, l’unica “guida” che possiamo usare per condurre il ragionamento è la scienza, dal momento che questa, a differenza del resto, gode di un livello di obiettività univocamente verificabile e universale, dal momento che il suo modo di procedere prescinde dalle convinzioni personali di chi la utilizza.

La scienza a riguardo dice una cosa chiara: i bambini adottati da coppie dello stesso sesso non mostrano alcuna differenza rispetto a quelli che crescono in coppie eterosessuali ma, in molti casi, crescono in un contesto più sereno dal momento che nelle coppie omosessuali sono assenti quegli stereotipi di genere che, purtroppo, ammorbano spesso le coppie eterosessuali.

Si dice spesso che gli omosessuali che vogliono adottare dei bambini sono egoisti.

Se chiedere che la legge riconosca che l’amore sia uno e uno solo e non differenziato per qualità in base all’orientamento sessuale, è egoismo, mi chiedo come si possa definire l’atteggiamento di quelli che, tanto etero quanto gay, credono che sia giusto ritenere l’amore di una coppia omosessuale inadatto per un contesto familiare; come se l’amore fosse diviso tra “amore vero” (eterosessuale) e qualcos’altro nel caso omosessuale.

Cosa c’è di più egoista del limitare la libertà personale e affettiva dei propri concittadini nel nome delle proprie convinzioni personali (e sottolineo convinzioni) mantenute da miopia culturale e deficienza scientifica?

Chi sono quindi i veri egoisti? Le persone che chiedono che non ci siano classificazioni tra amore di serie A e serie B, o quelli che invece di affrontare le proprie insicurezze restano avvinghiati a totem ideologici affrontando rabbiosamente ogni questione da cui si sentono minacciati?

Gli unici egoisti sono quelli che fanno pagare a tutta la collettività il prezzo della loro arretratezza culturale, dimettendo ogni questione con un “i problemi sono ben altri!“.

Pietro

Featured Image originale su Panorama

Al di là di tutto…

Questo è il paese degli “al di là di tutto”, locuzione diffusissima nel linguaggio corrente con cui si archiviano le vicende “dubbie” o “opache” su una qualche persona per poter comunque giungere ad un giudizio positivo.

Premetto, a scanso di equivoci, che nell’elenco che segue riporto frasi lette sui social o sentite nella realtà e che non sono mie affermazioni.

Al di là di tutto:

  1. Fabrizio Corona è una brava persona, non si meritava il carcere
  2. Silvio Berlusconi è simpatico e ha dato lavoro a tanta gente
  3. Valentino Rossi è un grande, un idolo
  4. Beppe Grillo è un bravo comico
  5. Umberto Bossi è un politico appassionato
  6. Massimo d’Alema è stimato da tutti
  7. Papa Giovanni Paolo II è un santo

E’ sempre così: chissene se ci sono stati dei processi, se uno ha rubato decine di milioni di euro a tutti noi per far stare più comodo il suo culetto mentre aumentavano le tasse per lavoratori e imprenditori onesti, se uno lanciava bombe Molotov nel ’68 e ora parla di “assenza di democrazia in un partito”. Al di là di tutto…

Così ragiona l’italiota: frasi fatte e convinzioni socialmente accettabili condite con una buona dose di ignavia.

E’ così anche nella vicenda social #iostoconVale, per quanto riguarda Valentino Rossi. Per carità, mai ricordare che ha evaso le tasse.

Al di là di tutto, è una leggenda vivente agli occhi dei suoi fan, un po’ come Berlusconi, e questo è sufficiente per assolverlo da ogni colpa.

Pietro

I risultati della politica da talk-show

Vorrei dire qualche parola sulla vicenda di Marino. Penso che sia stato, in parte, vittima della “politica da talk-show”. Ci troviamo, infatti, in condizioni che difficilmente si possono definire ordinarie per quanto concerne la politica e il modo in cui il mondo dell’informazione si rapporta ad essa.

Come già dicevo in passato, il problema è che la politica è eccessivamente sovraesposta. Non c’è rete televisiva che non abbia in palinsesto almeno un programma di approfondimento politico la mattina e uno la sera.

Abbiamo una intera rete (La7) che ci bombarda di politica dalle 8 della mattina a tarda notte, per poi continuare con le repliche nel caso in cui vi foste persi la mattina. Vorrei solo elencare il numero delle trasmissioni perché la situazione è quasi comica:

  • Mattina: Omnibus, Coffee Break, L’aria che tira
  • Pomeriggio: Tagadà
  • Sera: Ottoemezzo
  • Prima serata: a scelta tra Piazzapulita, Di Martedì, La Gabbia, Servizio Pubblico e completa il quadro Crozza che fa, in gran parte, satira politica.

Molto spesso, in queste trasmissioni, i temi vengono affrontati non in serenità ma in un clima da stadio con tanto di tifoseria (ad esempio La Gabbia che ha un nome che da solo dice già tutto sul tipo di spettacolo che possiamo aspettarci). Molto spesso (ad esempio a Di Martedì) assistiamo a vagonate di ospiti che entrano ed escono ad ogni blocco della trasmissione e, spesso, questi vengono intervistati una volta soltanto.

Verrebbe dunque da chiedersi: di quanto tempo ci sarebbe bisogno per formulare un discorso sensato o, almeno, per porre delle questioni in modo compiuto in modo che si possano sviluppare degli argomenti? Una volta ho cronometrato, per curiosità, il tempo medio in cui un ospite riesce a parlare senza essere interrotto vuoi da un altro ospite vuoi dal conduttore. Il risultato? Sorprendentemente 20 secondi (eccetto Ottoemezzo). Fate pure la verifica se non ci credete.

Tipicamente un ospite ha 20 secondi di tempo per: essere televisivo (agitarsi, fare show, un po’ alla Landini per intenderci), affrontare un tema arbitrariamente complesso e prendersi applausi o vagonate di merda. Queste due ultime (applausi e merda) sono poi ciò che sancisce la qualità del ragionamento e non il ragionamento in sè.

Poi i media si meravigliano se la comunicazione politica ormai sia fatta di slogan, spot, tweet: cos’altro puoi dire in 20 secondi, o fosse anche un minuto, con l’ansia costante di essere interrotto?

La comunicazione politica è quel che è perché sono i mezzi di informazione in primo luogo che si fanno funzionare così.

Che dire poi dei sondaggi per le intenzioni di voto? Non c’è programma di approfondimento politico che, ogni settimana, non abbia il suo sondaggio. Addiritura il TG di La7, ogni lunedì, mostra il suo sondaggio.

Anche qui: è normale che i media ci facciano vivere in questa sorta di clima di costante campagna elettorale spiattellandoci sondaggi ad ogni ora del giorno? Si crea questa situazione in cui sembra che tutto debba sempre cambiare da un momento all’altro, come se non ci fosse mai nulla di certo. E’ una condizione psicologicamente stressante.

Forse lo è più per noi telespettatori che tendiamo a vedere la politica come qualcosa di serio, e invece chi fa informazione forse si diverte anche un po’.

Ricordo con molta nostalgia dei programmi eccezionali che faceva La7 in passato, come l’Infedele di Gad Lerner: un salotto senza urla, senza insulti, senza un pubblico di hooligans. Quattro ospiti e non 30, si prendeva un tema, si discuteva, ci si scambiava opinioni e poi a fine trasmissione si rimaneva con qualcosa in mente su cui ragionare.

E i social network esistevano già, mentre non esisteva ancora un pubblico così in gran parte “depensante” come quello che c’è oggi. I social sono solo uno strumento, il problema è l’analfabetismo tecnologico e funzionale dei troppi che ne hanno accesso, anche qui, in modo “troppo facile”.

Parlavo all’inizio di Marino. La questione di Marino, per come la vedo io, è strettamente collegata a questo modo di fare informazione politica dove ciò che conta, per i motivi detti prima, è lo slogan, la frase ad effetto, la prima impressione diventa l’unica che conta e si getta nel cestino anche la presunzione di innocenza.

E’ come un reality: non ti giudica la legge, rimanendo innocente fino a prova contraria (come il nostro ordinamento prescrive), ti giudica il pubblico, la gente (o laggente a seconda dei casi), il sentito dire, il luogo comune. Al grido di “siete tutti ladri” si dispensa della gente con la stessa velocità e semplicità con cui si cambia canale alla tv, poi puoi essere anche innocente ma intanto sei fuori e la gente è soddisfatta per la parvenza di importanza che le sembra di avere decidendo, con urla e forconi, il futuro del politico di turno.

E questo clima da “giustizialismo gentista” è spesso abilmente mantenuto dai media stessi a cui basta ricevere la soffiata per pubblicare una storia, rovinando la vita al malcapitato e, nel caso in cui fosse innocente, subirne le conseguenze legali dimenticando che nessuna sentenza o risarcimento pecuniario possono riabilitare l’immagine di qualcuno agli occhi di un popolo sempre più folla e sempre più ferale.

Marino si inquadra perfettamente in tutto questo. Non è un politico e non sa comunicare come gli strumenti attuali richiederebbero. Pensiamo ad esempio al caso degli scontrini: quando Marino ha detto di voler staccare un assegno per ripagare della spesa ha commesso un suicidio politico perché si è mostrato agli occhi della folla nel modo più sbagliato possibile dal momento che, grazie alla sapiente opera di cesellatura fatta dai media, ormai la gente dai politici non si aspetta altro che ladrerie e opacità.

Il popolo trasformato in folla è cinico, con una mente unica, privo di compassione e privo di empatia. Non cerca motivi per credere nelle proprie speranze, cerca solo evidenze per confermare i propri sospetti per poi sfogare la rabbia.

Un politico, che fosse innocente o colpevole, non avrebbe mai fatto niente di simile. L’idea che per fare i politici basta essere “onesti” è una scemenza colossale perché l’onestà del politico e l’aderenza di questo alle promesse elettorali si manifesta con il suo operato e questo, purtroppo, è noto alla maggior parte della gente solo ed esclusivamente tramite gli organi di informazione che, a loro volta e come è ovvio che sia, puntano l’attenzione solo su ciò che “fa notizia”.

Ad esempio, nel caso di Roma: abbiamo mai visto in TV delle trasmissioni dedicate alle persone che invece sostengono Marino? No. E cosa conclude il popolano medio inferocito contro il mondo e contro la politica? Che tutti odiano Marino e che fa schifo perché è “come tutti gli altri”.

Su Marino ci penseranno gli organi competenti ad esprimersi. Per come la vedo io abbiamo bisogno di scuole di formazione politica serie (come quella che aveva il PCI o la DC) e iniziare a pensare che è giusto che possano provare tutti a fare politica ma è anche vero che la politica non è per tutti e serve una selezione fatta sulle reali capacità.

Tutto questo, tuttavia, è inutile se non si agisce in positivo anche sull’opinione pubblica: serve un nuovo modo di fare informazione riguardo i temi della politica. Basta talk-show e basta politica h24. Bisogna stimolare la criticità nella gente, non assecondare la facile voglia di vedere schifo ovunque.

Pietro

Pubblicare notizie non vuol dire necessariamente informare

Una persona mi comunica la sequenza di numeri 14159265358979323846. Non è importante che io sappia cosa sia, magari ho un sospetto. Ma decido di pubblicarla su un giornale, dove non esprimo un parere ma “lascio alla gente farsi un’opinione”. Le persone leggono l’articolo dove parlo di una “misteriosa sequenza di numeri”, magari ascoltata in una intercettazione tra due politici:

  • La persona X pensa che siano numeri a caso –> cosa si è fumato il giornalista?
  • La persona Y, più curiosa, chiede a dei suoi amici se per caso questa sequenza di numeri abbia qualche senso –> qualcuno gli dirà che sono numeri a caso, qualche altro gli dirà che sono una serie matematica, altri ancora gli diranno che non sanno.
  • La persona Z, esperta di matematica, riconosce immediatamente che la sequenza è la parte decimale del Pigreco e quindi fa sparire, in un attimo, tutto l’alone di mistero che il giornalista aveva creato.

A questo punto, le persone come X, Y e Z si scambiano dei commenti, ognuno convinto che la sua sia la spiegazione corretta. X sarà certo che i numeri siano inventati, Y sarà d’accordo con X o con Z oppure non avrà opinione e Z sarà fermo della sua. Z proverà a dire che, in quanto matematico, è l’unico che può parlare con cognizione di causa, ma questo non importa, perché i matematici sono pochi e la maggioranza della gente segue X e Y.

Ho usato qui l’esempio dei matematici per parlare in generale di “esperti”: gli esperti veri, in qualsivoglia questione, sono sempre pochi.

In conclusione? La gente sceglie sempre Barabba (X e Y). Pubblicare un qualcosa non implica informare sulla questione. Questo modo di ragionare si basa sull’appiattimento dei requisiti di specificità proprie del particolare argomento dal momento che assume che tutti siano esperti dell’ambito cui la cosa fa riferimento, e dunque autonomi per formulare un giudizio critico e dunque informarsi.

Cos’altro significa informarsi, nel caso delle vicende umane, se non acquisire elementi per maturare un giudizio? Peccato che questo processo sia attuabile dalle sole persone che già hanno gli strumenti per “lavorare” sulla “materia prima” che i giornali distribuiscono.

In effetti, qui entrerebbe in gioco la figura del giornalista che dovrebbe fare da tramite tra la “materia prima” e la “massa” ineducata. Ad esempio: si parla di economia? Bene, allora un giornalista esperto di economia dovrebbe occuparsi di lavorare sugli elementi che ha a disposizione, producendo un articolo che sia il più possibile non equivoco dal punto di vista del contenuto informativo, tentando di “elaborare” quanta più “materia prima” possibile in una forma che incapsuli gli strumenti necessari per comprendere l’essenza della questione, in modo che potenzialmente tutti possano capire ciò di cui si parla. Questo dovrebbe fare un giornalista, e solo questo.

Invece, pare che sia sempre più comune l’atteggiamento del “lascio alle persone formarsi un’opinione” accompagnato da una sempre più superficiale scrittura degli articoli che, per i motivi detti sopra, non informano più ma fanno solo gossip.

Pietro

Nel frattempo Vendola…

Abbiamo letto tutti la notizia che riguarda SEL e Vendola. L’idea è superare il vecchio progetto e andare oltre la “sinistra del rancore” e unire tutta la sinistra extra-PD. Sono pronto a scommettere qualsiasi cosa, qualsiasi, che questo progetto fallirà spaventosamente. Non è nella natura della Sinistra italiana essere unita. Di questo ormai abbiamo accumulato tante di quelle prove empiriche che ormai possiamo serenamente generalizzare ad una teoria.

A volte scherzando dico che la sinistra italiana è l’unica forza politica “autosilurante” d’Europa. In effetti è così: si fanno sempre tanti discorsi, più o meno astratti. Quando si tratta di venire al dunque e di formalizzare una proposta riassuntiva, tutto si disgrega. La Sinistra italiana degli ultimi anni ha dimostrato, purtroppo, di essere incapace di arrivare ad un momento di sintesi dove le menti collaborano per disegnare un progetto comune, e di essere invece unita dal benaltrismo. C’è un problema che si presenta? Si inizia a considerarlo, però, man mano che si va avanti, emergono le inconciliabili differenze ideologiche che minano la tenuta del partito e, per salvare il salvabile, si archivia il problema delegandolo a future generazioni, dicendo “eh ma i problemi sono ben altri!”. E intanto si accumulano.

E’ come se ognuno si dividesse, ideologicamente, sul modo migliore, secondo lui/lei, per realizzare il progetto. Ed ecco che l’eventuale segretario dell’ipotetico partito viene messo in secondo piano e primeggiano i “capi corrente” ognuno per se, con i suoi 5/10 parlamentari, che, con il dito alzato, ci dicono, ciascuno, di essere le “vere” persone di sinistra.

Onestamente: abbiamo già dato. Sappiamo già come vanno a finire queste cose ed è uno dei motivi per cui Veltroni tanto si era adoperato per creare il PD: marginalizzare questi comportamenti. Non sono un antropologo, un politologo o uno storico, però mi piacerebbe molto capire perché la Sinistra italiana sia malata di questo eccesso di idealismo che la imprigiona in una condizione di perenne semi-immobilismo.

Sarà un mio limite, ma non riesco davvero a pensare ad un partito di sinistra extra-PD che resti unito nel tempo e che abbia il dinamismo e l’agilità necessaria per rispondere alla varietà e alla velocità degli stimoli che arrivano dalla società non solo Italiana ma Europea e Mondiale. Non riesco a pensarlo dinamico e agile soprattutto se guidato o costruito da personalità come Vendola che abusano della retorica al punto da impiegare una decina di minuti anche solo per presentarsi.

Non riesco neanche a pensare ad un partito di sinistra extra-PD che sia in grado di superare totem ideologici come l’articolo 18, o la difesa a prescindere del sindacato così come è strutturato ora. Tra 10 anni che tipo di tessuto industriale avremo? Ci saranno ancora grandi aziende come Ilva e simili? Avremo ancora operai metalmeccanici o da catena di montaggio o saranno tutti sostituiti da robot? Il sindacato monolitico da cui il politico di turno cerca la benedizione per le proprie riforme sarà ancora utile in un mondo così? O forse sarebbe meglio passare ad un modello alla tedesca dove le rappresentanze sindacali sono “personalizzate” all’interno di ogni azienda?

Sono tutte questioni di grande attualità alle quali, penso, la sinistra immaginabile da Vendola non sarebbe in grado di dare alcuna risposta che non sia stata già “provata” in passato. Con questo non voglio dire che non esiste la possibilità di creare progetti alternativi al PD, ma che non si costruiscono alternative adatte al 2015 radunando gente nostalgica sotto simboli da museo cantando allegramente “bandiera rossa” o “bella ciao” con un fiasco di rosso in mano.

Come diceva Bersani anni fa: “un partito deve essere utile al Paese”, pensiero che condivido in pieno. Se un partito non fosse utile al Paese sarebbe solo mania di protagonismo dei suoi leader.

Pietro

Parole ad minchiam sul CERN

Sui social sta infuriando la solita polemica per un messaggio del Presidente del Consiglio, che si trovava al CERN, il più grande centro di ricerca al mondo per la fisica delle particelle, e centro di eccellenza Europeo.

Si, il CERN si trova in Europa. Contrariamente a quanti hanno detto “sveglia sei a Ginevra, in Svizzera!”. Molti di voi non si saranno neanche presi la briga di andare sul sito ufficiale del CERN dove alla sezione “About” è scritto esattamente quanto dicevo e riporto qui di seguito per brevità.

cern_1 cern_2La parola stessa CERN sta per “Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire”, che potremmo tradurre in “Centro Europeo per la Ricerca Nucleare”. La parola Europa è insita nel nome. Di più, come viene scritto: “the CERN laboratory sits astride the Franco-Swiss border near Geneva”. Geneva sarebbe Ginevra. Molte delle strutture dei laboratori sotterranei sono infatti in Francia, per essere precisi vicino al paesino di Saint-Genis-Pouilly.

Queste ricerche elementari potevano essere fatte anche da chi si occupa di notizie e politica, invece ho visto politici (la Meloni, che poi ha cancellato il tweet) e giornalisti cadere miseramente vittime della voglia di fare gossip/notizia a tutti i costi, forse troppo abituati alle caricature che abili comici fanno delle istituzioni. Un consiglio: meno arroganza, più fatti.

Pietro

Comunali di Venezia

Un po’ di tempo fa parlavo di quelle che per me dovrebbero essere le priorità del prossimo sindaco di Venezia. Oggi ho esaminato la lista dei candidati e delle varie liste che fanno capo ad ognuno di loro. Premetto che tutte le considerazioni che faccio sono strettamente personali e non hanno alcun tipo di pretesa “ufficiale”. Ad ogni modo ecco la situazione che si presenterà il 31 di Maggio, con delle schede elettorali che saranno dei poster:

  1. Luigi Brugnaro. Sostenuto da:
    1. Luigi Brugnaro sindaco
    2. Forza Italia
    3. Area popolare per venezia (una specie di confederazione NCD – UDC)
    4. Impegno per Venezia, Isole e Terraferma
    5. Malgara 2020 – Un nuovo inizio
  2. Felice Casson. Sostenuto da:
    1. Felice Casson sindaco
    2. Partito Democratico
    3. Venezia 2020 (unione di SEL, Verdi e In Comune)
    4. Venezia Bene Comune
    5. Socialisti e democratici Psi
    6. Venezia popolare
  3. Gian Angelo Bellati. Sostenuto da:
    1. Coesione popolare
    2. Mestre Venezia 2 grandi città (c’è proprio scritto 2 invece di “due”)
    3. Lega Nord
    4. Indipendenza Veneta
  4. Francesca Zaccariotto. Sostenuta da:
    1. Venezia Domani
    2. Civica 2015
    3. Fratelli d’Italia
  5. Davide Scano. Sostenuto dal Movimento 5 Stelle.
  6. Camilla Seibezzi. Sostenuta da Noi la Città.
  7. Alessandro Busetto. Sostenuto dal Partito Comunista dei Lavoratori.
  8. Giampietro Pizzo. Sostenuto da Venezia Cambia 2015.
  9. Roberto Fiore. Sostenuto da Forza Nuova.
  10. Francesco Mario D’Elia. Sostenuto da Movimento autonomia Venezia lista D’Elia.

La situazione è un po’ affollata. Sicuramente in tutto questo vediamo dei nomi non proprio inediti e altri che, invece, compaiono per la prima volta. Ad ogni modo, per il mio orientamento politico, mi sento già di escludere, in serenità, i numeri: 3, 4, 5, 7, 9, 10. Il numero 7 mi ha un po’ colpito, devo essere sincero: non pensavo che, infatti, esistesse ancora il PCI ma solo Rifondazione. Penso che, ormai, a Venezia serva altro.

Rimangono dunque 1,2,6 e 8. Sicuramente 1 e 2 possono contare sul maggiore supporto elettorale e, infatti, prevedo che saranno quelli che “se la giocheranno”. Vediamo un breve background di ognuno:

  • Brugnaro: il suo nome non è nuovo. Esattamente un anno fa fece scalpore la sua volontà di acquistare l’Isola di Poveglia in laguna, per una cifra giudicata da molti troppo bassa: 513 mila euro, con l’obbligo però di fare investimenti per 20 milioni di euro. La sua lista è composta da partiti e altre entità che sono piuttosto lontane dal mio modo di pensare e di vedere il mondo. Qui potete leggere il suo programma se foste interessati.
  • Casson: è forse il più “famoso” tra i candidati sindaco. Devo dire che il suo programma elettorale, di ben 85 pagine, è il più massiccio tra quelli che, finora, ho letto.
  • Saibezzi: fu consigliere comunale (se non erro) nell’ultima giunta Orsoni. Fece scalpore lo scontro che ebbe con l’ex-Sindaco a causa di alcune fiabe a tema lgbt che vennero distribuite ai bambini delle scuole. Solo questo me la rende già interessante, purtroppo non sono riuscito a reperire un programma su internet. La sua lista “corre” da sola.
  • Pizzo: la lista di Venezia Cambia è sicuramente una novità nel panorama veneziano. Ho anche apprezzato che sul loro sito siano presenti varie versioni del programma elettorale in modo da renderlo di più veloce consultazione e meno “monolitico”. Anche qui si corre da soli.

Dal momento che non ho trovato un programma per la Saibezzi, ma ho invece letto quelli di Brugnaro, Casson e Pizzo, mi esprimerò su questi tre. Si deve dire che hanno alcuni punti in comune ma, a dirla tutta, il programma più puntuale, scorrevole e accattivante, per mio gusto personale, è quello di Venezia Cambia 2015 (Pizzo).

I punti in comune sono: l’importanza della legge speciale per Venezia, le operazioni di trasparenza sul bilancio comunale, la revisione delle partecipate e il rilancio di zone come le Isole e il Lido di Venezia. Per quanto riguarda la mobilità e i flussi turistici, sia Pizzo che Casson hanno delle visioni simili: trasporto integrato (finalmente), controllo dei flussi turistici con meccanismi di accessi programmati, prenotazioni online, percorsi alternativi per decongestionare aree critiche.

Nel programma di Brugnaro, oltre ad idee di sviluppo e di riqualificazione, si parla molto di sicurezza, con dei toni più da Zaia che da “moderato” di centro: lotta alla prostituzione, allontanamento di accattoni e mendicanti, vigili 24 ore su 24, ecc. Si parla poi di revisione completa del regolamento edilizio e di sostegno alla nautica. La regolamentazione dei flussi turistici verrebbe realizzata con una rimodulazione della tassa di soggiorno e con nuovi itinerari. Si parla poi anche di “Glamour internazionale”, riferendosi alla possibilità di rendere più “frequenti” eventi come la Mostra del Cinema.

Per come la vedo io, il programma di Brugnaro andrebbe bene in una città già riorganizzata, riformata e ricostruita. Non lo trovo, cioè, un programma di ricostruzione, ma un programma di promozione. Alcuni punti poi sono molto “importanti” ma non vengono descritti in maggior dettaglio. Ad esempio si parla di “revisione totale del regolamento edilizio”. In che senso? Si parla poi di dare “sostegno alla nautica eventualmente con nuovi approdi in tutta la laguna”. Anche qui, cosa si intende? Nautica di che tipo? Lusso? Traghetti? Aliscafi? In generale ho letto davvero molte idee, ma senza una descrizione ulteriore. Forse è stata una scelta dettata dalla necessità di non “appesantire” il programma, e questo lo posso capire. Però è anche vero che, alla fine, resto con un’idea un po’ vaga.

Nei programmi di Casson e Pizzo, invece, c’è una spinta innovatrice sicuramente più forte. Devo però dire che, al momento, condivido di più le posizioni di Pizzo che, tra le tante cose, parla anche di un bisogno di “laicità” a Venezia, riferendosi ai legami chiesa-politica che nell’ambiente veneziano sono sempre esistiti e che sarebbe bene mollare una volta per tutte (vedi vicenda MoSE). I loro programmi mi sembrano, dunque, più riformatori e adatti ad una fase di “ricostruzione” dopo i disastri compiuti dalla precedente gestione.

Pietro