#Unionincivili in scena al Senato

Questa mattina dicevano al Senato:

Avere figli è un desiderio, non un diritto. Invece, un bambino/a ha il diritto ad avere un padre ed una madre perché è naturale, perché ognuno nasce da un padre e una madre.

Anche un bambino abbandonato aveva un padre ed una madre, che lo hanno gettato via come un rifiuto. Come la mettiamo? A cosa ha avuto diritto il bambino in questo caso? A due persone che lo odiano.

La diversità sessuale di due genitori non è garanzia di alcunché, nonostante molti Senatori la pensino diversamente.

Non sarebbe, invece, più sensato parlare di diritto del bambino/a ad avere due genitori che lo amino indipendentemente dal loro profilo genetico?

Nessuna persona si sceglie i genitori, ed è proprio per questo che si dovrebbe insistere sul diritto di poter essere genitori, indipendentemente dal sesso.

C’è gente desiderosa di seguire per la vita la crescita e lo sviluppo di altri, cioè la definizione di quello che dovrebbe fare un padre o una madre. Dire a queste persone: “no, non potete perché siete due uomini” o “siete due donne” è aberrante.

La violenza contro i bambini è questa: restringere le loro possibilità di avere una famiglia felice, tirando in causa argomentazioni traballanti e citando testi sacri scritti millenni fa in un altro tempo e per un altro mondo.

Dovrebbe scattare un qualche tipo di senso etico o di obbligo morale, qualcosa che faccia capire a chi è contrario alle famiglie “omogenitoriali” che discriminare sulla qualità dell’amore è un atto violento e odioso e che si distingue dalla violenza fisica solo per le modalità, non per l’intensità.

Pietro

Featured image @ repubblica

 

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La lezione di questi giorni su #unionicivili

 

Assisto inerme all’orrendo spettacolo che da settimane sta andando in scena nelle aule parlamentari.

C’è chi parla di uteri in locazione e in subaffitto, e chi legge passi dell’Antico Testamento, parlando di sodomiti e punizioni divine in Senato, come se ci fossimo trasformati improvvisamente in una Repubblica Popolare Cristiana qualsiasi.

C’è poi il peggio di tutta questa vicenda: quei parlamentari che, privi di ogni fibra morale, vedono solo il gioco politico e l’opportunità di poter sfruttare a proprio vantaggio una situazione per tentare di darsi un peso, un’importanza che l’elettorato e, spesso, la decenza hanno tolto loro da molto tempo, come per voler dire: “visto che conto anche io?”.

C’è da provare solo pietà, e forse un po’ di compassione per queste persone, così tanto ridotte, umanamente parlando, ai minimi termini. C’è forse un problema di bassa intelligenza emotiva? Di empatia inesistente?

Ognuno ha il suo modo di vedere l’argomento delle unioni civili, ma quando si parla di uguaglianza tra persone, è davvero necessario essere di parte? O basterebbe magari un briciolo di sensibilità, un istante in cui si pensa e si realizza: “è sbagliato che altri siano forzati a vivere peggio di me”.

Questi parlamentari sono così a corto di argomenti politici da usare la vita personale della gente come passepartout elettorale? “Vai contro i gay, stai sicuro che qualche voto lo prendi.”

E’ una pietosa rivincita dei miserabili, troppo abituati allo squallore e alla sciatteria per accorgersi che stanno giocando con la vita e la serenità di molti di noi che, in questa legge, hanno riposto la speranza di vedere riconosciuta la “normalità” della loro vita familiare.

Pietro

 

Qualche pensiero su #unionicivili e #bagnasco

I gay che: “sono omosessuale, non gay” oppure “sono gay ma i bambini non si toccano” (riferendosi al caso delle adozioni) non riuscirò mai a capirli. Trovo che questi discorsi siano abbastanza pericolosi, e che forse denotino un misto tra Sindrome di Stoccolma e un’idea di omosessualità che si ferma alla “fase sessuale”.

Se facciamo un discorso sui diritti dei bambini che vengono adottati, molto banalmente potremmo dire che questi bambini hanno il diritto di essere felici, e di crescere in un contesto che possa dare loro, per il più lungo tempo possibile, serenità e armonia.

La questione dunque si riduce a: per creare un contesto sereno e armonico in cui far crescere un bambino o una bambina, è necessario che i genitori abbiano sesso diverso?

Visto che qui parliamo di progetti di legge che disciplinano la vita affettiva dei cittadini a prescindere dal loro credo politico e religioso e quindi prima di tutto come esseri umani, l’unica “guida” che possiamo usare per condurre il ragionamento è la scienza, dal momento che questa, a differenza del resto, gode di un livello di obiettività univocamente verificabile e universale, dal momento che il suo modo di procedere prescinde dalle convinzioni personali di chi la utilizza.

La scienza a riguardo dice una cosa chiara: i bambini adottati da coppie dello stesso sesso non mostrano alcuna differenza rispetto a quelli che crescono in coppie eterosessuali ma, in molti casi, crescono in un contesto più sereno dal momento che nelle coppie omosessuali sono assenti quegli stereotipi di genere che, purtroppo, ammorbano spesso le coppie eterosessuali.

Si dice spesso che gli omosessuali che vogliono adottare dei bambini sono egoisti.

Se chiedere che la legge riconosca che l’amore sia uno e uno solo e non differenziato per qualità in base all’orientamento sessuale, è egoismo, mi chiedo come si possa definire l’atteggiamento di quelli che, tanto etero quanto gay, credono che sia giusto ritenere l’amore di una coppia omosessuale inadatto per un contesto familiare; come se l’amore fosse diviso tra “amore vero” (eterosessuale) e qualcos’altro nel caso omosessuale.

Cosa c’è di più egoista del limitare la libertà personale e affettiva dei propri concittadini nel nome delle proprie convinzioni personali (e sottolineo convinzioni) mantenute da miopia culturale e deficienza scientifica?

Chi sono quindi i veri egoisti? Le persone che chiedono che non ci siano classificazioni tra amore di serie A e serie B, o quelli che invece di affrontare le proprie insicurezze restano avvinghiati a totem ideologici affrontando rabbiosamente ogni questione da cui si sentono minacciati?

Gli unici egoisti sono quelli che fanno pagare a tutta la collettività il prezzo della loro arretratezza culturale, dimettendo ogni questione con un “i problemi sono ben altri!“.

Pietro

Featured Image originale su Panorama

Al di là di tutto…

Questo è il paese degli “al di là di tutto”, locuzione diffusissima nel linguaggio corrente con cui si archiviano le vicende “dubbie” o “opache” su una qualche persona per poter comunque giungere ad un giudizio positivo.

Premetto, a scanso di equivoci, che nell’elenco che segue riporto frasi lette sui social o sentite nella realtà e che non sono mie affermazioni.

Al di là di tutto:

  1. Fabrizio Corona è una brava persona, non si meritava il carcere
  2. Silvio Berlusconi è simpatico e ha dato lavoro a tanta gente
  3. Valentino Rossi è un grande, un idolo
  4. Beppe Grillo è un bravo comico
  5. Umberto Bossi è un politico appassionato
  6. Massimo d’Alema è stimato da tutti
  7. Papa Giovanni Paolo II è un santo

E’ sempre così: chissene se ci sono stati dei processi, se uno ha rubato decine di milioni di euro a tutti noi per far stare più comodo il suo culetto mentre aumentavano le tasse per lavoratori e imprenditori onesti, se uno lanciava bombe Molotov nel ’68 e ora parla di “assenza di democrazia in un partito”. Al di là di tutto…

Così ragiona l’italiota: frasi fatte e convinzioni socialmente accettabili condite con una buona dose di ignavia.

E’ così anche nella vicenda social #iostoconVale, per quanto riguarda Valentino Rossi. Per carità, mai ricordare che ha evaso le tasse.

Al di là di tutto, è una leggenda vivente agli occhi dei suoi fan, un po’ come Berlusconi, e questo è sufficiente per assolverlo da ogni colpa.

Pietro

Pubblicare notizie non vuol dire necessariamente informare

Una persona mi comunica la sequenza di numeri 14159265358979323846. Non è importante che io sappia cosa sia, magari ho un sospetto. Ma decido di pubblicarla su un giornale, dove non esprimo un parere ma “lascio alla gente farsi un’opinione”. Le persone leggono l’articolo dove parlo di una “misteriosa sequenza di numeri”, magari ascoltata in una intercettazione tra due politici:

  • La persona X pensa che siano numeri a caso –> cosa si è fumato il giornalista?
  • La persona Y, più curiosa, chiede a dei suoi amici se per caso questa sequenza di numeri abbia qualche senso –> qualcuno gli dirà che sono numeri a caso, qualche altro gli dirà che sono una serie matematica, altri ancora gli diranno che non sanno.
  • La persona Z, esperta di matematica, riconosce immediatamente che la sequenza è la parte decimale del Pigreco e quindi fa sparire, in un attimo, tutto l’alone di mistero che il giornalista aveva creato.

A questo punto, le persone come X, Y e Z si scambiano dei commenti, ognuno convinto che la sua sia la spiegazione corretta. X sarà certo che i numeri siano inventati, Y sarà d’accordo con X o con Z oppure non avrà opinione e Z sarà fermo della sua. Z proverà a dire che, in quanto matematico, è l’unico che può parlare con cognizione di causa, ma questo non importa, perché i matematici sono pochi e la maggioranza della gente segue X e Y.

Ho usato qui l’esempio dei matematici per parlare in generale di “esperti”: gli esperti veri, in qualsivoglia questione, sono sempre pochi.

In conclusione? La gente sceglie sempre Barabba (X e Y). Pubblicare un qualcosa non implica informare sulla questione. Questo modo di ragionare si basa sull’appiattimento dei requisiti di specificità proprie del particolare argomento dal momento che assume che tutti siano esperti dell’ambito cui la cosa fa riferimento, e dunque autonomi per formulare un giudizio critico e dunque informarsi.

Cos’altro significa informarsi, nel caso delle vicende umane, se non acquisire elementi per maturare un giudizio? Peccato che questo processo sia attuabile dalle sole persone che già hanno gli strumenti per “lavorare” sulla “materia prima” che i giornali distribuiscono.

In effetti, qui entrerebbe in gioco la figura del giornalista che dovrebbe fare da tramite tra la “materia prima” e la “massa” ineducata. Ad esempio: si parla di economia? Bene, allora un giornalista esperto di economia dovrebbe occuparsi di lavorare sugli elementi che ha a disposizione, producendo un articolo che sia il più possibile non equivoco dal punto di vista del contenuto informativo, tentando di “elaborare” quanta più “materia prima” possibile in una forma che incapsuli gli strumenti necessari per comprendere l’essenza della questione, in modo che potenzialmente tutti possano capire ciò di cui si parla. Questo dovrebbe fare un giornalista, e solo questo.

Invece, pare che sia sempre più comune l’atteggiamento del “lascio alle persone formarsi un’opinione” accompagnato da una sempre più superficiale scrittura degli articoli che, per i motivi detti sopra, non informano più ma fanno solo gossip.

Pietro

Nel frattempo Vendola…

Abbiamo letto tutti la notizia che riguarda SEL e Vendola. L’idea è superare il vecchio progetto e andare oltre la “sinistra del rancore” e unire tutta la sinistra extra-PD. Sono pronto a scommettere qualsiasi cosa, qualsiasi, che questo progetto fallirà spaventosamente. Non è nella natura della Sinistra italiana essere unita. Di questo ormai abbiamo accumulato tante di quelle prove empiriche che ormai possiamo serenamente generalizzare ad una teoria.

A volte scherzando dico che la sinistra italiana è l’unica forza politica “autosilurante” d’Europa. In effetti è così: si fanno sempre tanti discorsi, più o meno astratti. Quando si tratta di venire al dunque e di formalizzare una proposta riassuntiva, tutto si disgrega. La Sinistra italiana degli ultimi anni ha dimostrato, purtroppo, di essere incapace di arrivare ad un momento di sintesi dove le menti collaborano per disegnare un progetto comune, e di essere invece unita dal benaltrismo. C’è un problema che si presenta? Si inizia a considerarlo, però, man mano che si va avanti, emergono le inconciliabili differenze ideologiche che minano la tenuta del partito e, per salvare il salvabile, si archivia il problema delegandolo a future generazioni, dicendo “eh ma i problemi sono ben altri!”. E intanto si accumulano.

E’ come se ognuno si dividesse, ideologicamente, sul modo migliore, secondo lui/lei, per realizzare il progetto. Ed ecco che l’eventuale segretario dell’ipotetico partito viene messo in secondo piano e primeggiano i “capi corrente” ognuno per se, con i suoi 5/10 parlamentari, che, con il dito alzato, ci dicono, ciascuno, di essere le “vere” persone di sinistra.

Onestamente: abbiamo già dato. Sappiamo già come vanno a finire queste cose ed è uno dei motivi per cui Veltroni tanto si era adoperato per creare il PD: marginalizzare questi comportamenti. Non sono un antropologo, un politologo o uno storico, però mi piacerebbe molto capire perché la Sinistra italiana sia malata di questo eccesso di idealismo che la imprigiona in una condizione di perenne semi-immobilismo.

Sarà un mio limite, ma non riesco davvero a pensare ad un partito di sinistra extra-PD che resti unito nel tempo e che abbia il dinamismo e l’agilità necessaria per rispondere alla varietà e alla velocità degli stimoli che arrivano dalla società non solo Italiana ma Europea e Mondiale. Non riesco a pensarlo dinamico e agile soprattutto se guidato o costruito da personalità come Vendola che abusano della retorica al punto da impiegare una decina di minuti anche solo per presentarsi.

Non riesco neanche a pensare ad un partito di sinistra extra-PD che sia in grado di superare totem ideologici come l’articolo 18, o la difesa a prescindere del sindacato così come è strutturato ora. Tra 10 anni che tipo di tessuto industriale avremo? Ci saranno ancora grandi aziende come Ilva e simili? Avremo ancora operai metalmeccanici o da catena di montaggio o saranno tutti sostituiti da robot? Il sindacato monolitico da cui il politico di turno cerca la benedizione per le proprie riforme sarà ancora utile in un mondo così? O forse sarebbe meglio passare ad un modello alla tedesca dove le rappresentanze sindacali sono “personalizzate” all’interno di ogni azienda?

Sono tutte questioni di grande attualità alle quali, penso, la sinistra immaginabile da Vendola non sarebbe in grado di dare alcuna risposta che non sia stata già “provata” in passato. Con questo non voglio dire che non esiste la possibilità di creare progetti alternativi al PD, ma che non si costruiscono alternative adatte al 2015 radunando gente nostalgica sotto simboli da museo cantando allegramente “bandiera rossa” o “bella ciao” con un fiasco di rosso in mano.

Come diceva Bersani anni fa: “un partito deve essere utile al Paese”, pensiero che condivido in pieno. Se un partito non fosse utile al Paese sarebbe solo mania di protagonismo dei suoi leader.

Pietro

Parole ad minchiam sul CERN

Sui social sta infuriando la solita polemica per un messaggio del Presidente del Consiglio, che si trovava al CERN, il più grande centro di ricerca al mondo per la fisica delle particelle, e centro di eccellenza Europeo.

Si, il CERN si trova in Europa. Contrariamente a quanti hanno detto “sveglia sei a Ginevra, in Svizzera!”. Molti di voi non si saranno neanche presi la briga di andare sul sito ufficiale del CERN dove alla sezione “About” è scritto esattamente quanto dicevo e riporto qui di seguito per brevità.

cern_1 cern_2La parola stessa CERN sta per “Conseil Européen pour la Recherche Nucléaire”, che potremmo tradurre in “Centro Europeo per la Ricerca Nucleare”. La parola Europa è insita nel nome. Di più, come viene scritto: “the CERN laboratory sits astride the Franco-Swiss border near Geneva”. Geneva sarebbe Ginevra. Molte delle strutture dei laboratori sotterranei sono infatti in Francia, per essere precisi vicino al paesino di Saint-Genis-Pouilly.

Queste ricerche elementari potevano essere fatte anche da chi si occupa di notizie e politica, invece ho visto politici (la Meloni, che poi ha cancellato il tweet) e giornalisti cadere miseramente vittime della voglia di fare gossip/notizia a tutti i costi, forse troppo abituati alle caricature che abili comici fanno delle istituzioni. Un consiglio: meno arroganza, più fatti.

Pietro

Comunali di Venezia

Un po’ di tempo fa parlavo di quelle che per me dovrebbero essere le priorità del prossimo sindaco di Venezia. Oggi ho esaminato la lista dei candidati e delle varie liste che fanno capo ad ognuno di loro. Premetto che tutte le considerazioni che faccio sono strettamente personali e non hanno alcun tipo di pretesa “ufficiale”. Ad ogni modo ecco la situazione che si presenterà il 31 di Maggio, con delle schede elettorali che saranno dei poster:

  1. Luigi Brugnaro. Sostenuto da:
    1. Luigi Brugnaro sindaco
    2. Forza Italia
    3. Area popolare per venezia (una specie di confederazione NCD – UDC)
    4. Impegno per Venezia, Isole e Terraferma
    5. Malgara 2020 – Un nuovo inizio
  2. Felice Casson. Sostenuto da:
    1. Felice Casson sindaco
    2. Partito Democratico
    3. Venezia 2020 (unione di SEL, Verdi e In Comune)
    4. Venezia Bene Comune
    5. Socialisti e democratici Psi
    6. Venezia popolare
  3. Gian Angelo Bellati. Sostenuto da:
    1. Coesione popolare
    2. Mestre Venezia 2 grandi città (c’è proprio scritto 2 invece di “due”)
    3. Lega Nord
    4. Indipendenza Veneta
  4. Francesca Zaccariotto. Sostenuta da:
    1. Venezia Domani
    2. Civica 2015
    3. Fratelli d’Italia
  5. Davide Scano. Sostenuto dal Movimento 5 Stelle.
  6. Camilla Seibezzi. Sostenuta da Noi la Città.
  7. Alessandro Busetto. Sostenuto dal Partito Comunista dei Lavoratori.
  8. Giampietro Pizzo. Sostenuto da Venezia Cambia 2015.
  9. Roberto Fiore. Sostenuto da Forza Nuova.
  10. Francesco Mario D’Elia. Sostenuto da Movimento autonomia Venezia lista D’Elia.

La situazione è un po’ affollata. Sicuramente in tutto questo vediamo dei nomi non proprio inediti e altri che, invece, compaiono per la prima volta. Ad ogni modo, per il mio orientamento politico, mi sento già di escludere, in serenità, i numeri: 3, 4, 5, 7, 9, 10. Il numero 7 mi ha un po’ colpito, devo essere sincero: non pensavo che, infatti, esistesse ancora il PCI ma solo Rifondazione. Penso che, ormai, a Venezia serva altro.

Rimangono dunque 1,2,6 e 8. Sicuramente 1 e 2 possono contare sul maggiore supporto elettorale e, infatti, prevedo che saranno quelli che “se la giocheranno”. Vediamo un breve background di ognuno:

  • Brugnaro: il suo nome non è nuovo. Esattamente un anno fa fece scalpore la sua volontà di acquistare l’Isola di Poveglia in laguna, per una cifra giudicata da molti troppo bassa: 513 mila euro, con l’obbligo però di fare investimenti per 20 milioni di euro. La sua lista è composta da partiti e altre entità che sono piuttosto lontane dal mio modo di pensare e di vedere il mondo. Qui potete leggere il suo programma se foste interessati.
  • Casson: è forse il più “famoso” tra i candidati sindaco. Devo dire che il suo programma elettorale, di ben 85 pagine, è il più massiccio tra quelli che, finora, ho letto.
  • Saibezzi: fu consigliere comunale (se non erro) nell’ultima giunta Orsoni. Fece scalpore lo scontro che ebbe con l’ex-Sindaco a causa di alcune fiabe a tema lgbt che vennero distribuite ai bambini delle scuole. Solo questo me la rende già interessante, purtroppo non sono riuscito a reperire un programma su internet. La sua lista “corre” da sola.
  • Pizzo: la lista di Venezia Cambia è sicuramente una novità nel panorama veneziano. Ho anche apprezzato che sul loro sito siano presenti varie versioni del programma elettorale in modo da renderlo di più veloce consultazione e meno “monolitico”. Anche qui si corre da soli.

Dal momento che non ho trovato un programma per la Saibezzi, ma ho invece letto quelli di Brugnaro, Casson e Pizzo, mi esprimerò su questi tre. Si deve dire che hanno alcuni punti in comune ma, a dirla tutta, il programma più puntuale, scorrevole e accattivante, per mio gusto personale, è quello di Venezia Cambia 2015 (Pizzo).

I punti in comune sono: l’importanza della legge speciale per Venezia, le operazioni di trasparenza sul bilancio comunale, la revisione delle partecipate e il rilancio di zone come le Isole e il Lido di Venezia. Per quanto riguarda la mobilità e i flussi turistici, sia Pizzo che Casson hanno delle visioni simili: trasporto integrato (finalmente), controllo dei flussi turistici con meccanismi di accessi programmati, prenotazioni online, percorsi alternativi per decongestionare aree critiche.

Nel programma di Brugnaro, oltre ad idee di sviluppo e di riqualificazione, si parla molto di sicurezza, con dei toni più da Zaia che da “moderato” di centro: lotta alla prostituzione, allontanamento di accattoni e mendicanti, vigili 24 ore su 24, ecc. Si parla poi di revisione completa del regolamento edilizio e di sostegno alla nautica. La regolamentazione dei flussi turistici verrebbe realizzata con una rimodulazione della tassa di soggiorno e con nuovi itinerari. Si parla poi anche di “Glamour internazionale”, riferendosi alla possibilità di rendere più “frequenti” eventi come la Mostra del Cinema.

Per come la vedo io, il programma di Brugnaro andrebbe bene in una città già riorganizzata, riformata e ricostruita. Non lo trovo, cioè, un programma di ricostruzione, ma un programma di promozione. Alcuni punti poi sono molto “importanti” ma non vengono descritti in maggior dettaglio. Ad esempio si parla di “revisione totale del regolamento edilizio”. In che senso? Si parla poi di dare “sostegno alla nautica eventualmente con nuovi approdi in tutta la laguna”. Anche qui, cosa si intende? Nautica di che tipo? Lusso? Traghetti? Aliscafi? In generale ho letto davvero molte idee, ma senza una descrizione ulteriore. Forse è stata una scelta dettata dalla necessità di non “appesantire” il programma, e questo lo posso capire. Però è anche vero che, alla fine, resto con un’idea un po’ vaga.

Nei programmi di Casson e Pizzo, invece, c’è una spinta innovatrice sicuramente più forte. Devo però dire che, al momento, condivido di più le posizioni di Pizzo che, tra le tante cose, parla anche di un bisogno di “laicità” a Venezia, riferendosi ai legami chiesa-politica che nell’ambiente veneziano sono sempre esistiti e che sarebbe bene mollare una volta per tutte (vedi vicenda MoSE). I loro programmi mi sembrano, dunque, più riformatori e adatti ad una fase di “ricostruzione” dopo i disastri compiuti dalla precedente gestione.

Pietro

Non riformabile

La tesi che sostengono molti giornalisti e programmi di informazione/approfondimento è sempre la stessa: l’Italia non è un paese riformabile. Sono passati ormai quasi 3 mesi da quando scrivevo questo post, e non penso che la situazione sia cambiata ma, anzi, peggiorata.

La tesi in oggetto viene assunta come vera in forma più o meno esplicita, a seconda della situazione. Di più, per offrirne una dimostrazione, si procede spesso in maniera euristica e questo, in pratica, si concretizza in varie maniere:

  1. Trasmissioni televisive sempre più ring: vi ricordate quella trasmissione domenicale di quasi 10 anni fa, condotta da Paola Perego, dove c’era un vero e proprio ring in cui gli ospiti si scagliavano uno contro l’altro, con tanto di “gong” per scandire i match? Fu il teatro di una celebre sfuriata di Sgarbi contro la Mussolini (ecco un link). Ad ogni modo, ormai le trasmissioni di approfondimento politico stanno seguendo sempre di più questo “stile”, in cui ormai partecipa anche il conduttore. Si cerca cioè sempre di insinuare il dubbio, in senso negativo, sulla veridicità di ciò che ogni ospite dice, indipendentemente dalle competenze tecniche di ognuno, e il risultato finale è che non si ottiene alcuna informazione dalle discussioni. Il dubbio, infatti, dovrebbe essere insinuato in modo “neutro”, senza considerazioni personali che, invece, possono intervenire nella successiva fase di discussione. Il dubbio, in sé, dovrebbe basarsi esclusivamente sull’oggettività, come avviene nel mondo scientifico e invece non avviene nell’ambito del telegiornalismo italiano. Nello specifico i problemi delle trasmissioni di politica sono, secondo me:
    1. Rendere troppo facili, e dunque banali, cose che sarebbero molto complesse con l’obiettivo di accaparrarsi il più ampio pubblico possibile. A me piaceva molto come trasmissione l’Infedele di Gad Lerner, anche se molto di nicchia. Trasmissione prontamente silurata e sostituita da “La Gabbia” di Paragone. Nome parlante direi.
    2. Appiattire completamente le specificità degli ospiti: se viene invitato un docente universitario, un politico esperto o un cialtrone razzista non si considera ciò che viene detto ma come viene detto, quanti applausi prende e quanto sintetico è.
    3. Discussioni troppo brevi: una sera ho misurato, più per divertimento che altro, il tempo medio che ogni ospite ha a disposizione prima di essere interrotto dal conduttore o da altri ospiti. Parliamo di 30/40 secondi al massimo. Solitamente nessuno riesce a parlare per più di questa durata senza subire almeno un’interruzione. Tutti esauriti?
    4. Troppi argomenti: la nuova tecnica dei talk-show consiste nell’invitare una strage di ospiti da far ruotare tra i vari blocchi di una trasmissione. E’ quello che fa, ad esempio, Di Martedì su La7. Ci sono circa 14/15 ospiti per ogni serata che vengono ruotati, in modo da non annoiare il pubblico (se queste son le premesse…). Con questo nuovo modo di organizzare la trasmissione, gli ospiti parlano ancora meno, spesso un solo intervento e sempre con quei 30/40 secondi di cui si parlava prima. Parliamo di tweet praticamente. Di più, a questa estrema frammentazione nella continuità delle discussioni, si aggiunge una vastissima quantità di argomenti che si crede di poter gestire. Per come la vedo io, bisognerebbe:
      1. Scegliere un argomento principale e poche altre divagazioni.
      2. Invitare ospiti competenti, nel senso obiettivo, cioè guardando il CV.
      3. Spegnere i microfoni degli altri quando uno parla, così da evitare interruzioni. Questa cosa non si fa mai nella TV italiana per il semplice fatto che autori e produttori sanno benissimo che stimolando un po’ di rissa, la risonanza mediatica della trasmissione aumenta. Magari finisce su Blob il giorno dopo, o su qualche giornale. E’ voyeurismo.
      4. Assegnare ad ognuno un tempo minimo entro il quale può parlare senza essere interrotto, nemmeno dal conduttore.
  2. Giornali (web e cartacei) sempre più avvoltoi: un noto giornalista di un noto giornale con il nome che ricorda la celebre trasmissione “Il Fatto” (di Enzo Biagi), in una intervista televisiva disse: “noi intanto pubblichiamo le notizie, poi se sono false ci querelino pure.“. Della serie: scriviamo qualsiasi cosa, tanto ci possono querelare e quindi se abbiamo sbagliato paghiamo. Giusto, peccato che, nel frattempo, venga fatto un danno di immagine che sarà irreparabile qualsiasi cifra un giudice decida. L’irreparabilità deriva dalla mancanza di empatia e di sensibilità di un pubblico sempre più “fan” e sempre meno “lettore”. Una trasformazione che viene costantemente stimolata dal modo di fare televisione di cui parlavo al punto precedente, e da questo modo di intendere il giornalismo come “qualsiasi notizia deve essere pubblicata senza verificare fonti o accompagnarla dai commenti dei diretti interessati“. E’ la tecnica tipica dei giornali di gossip. E infatti funziona benissimo: il giornale scrive ciò che sa che piace al suo pubblico e non ciò che la notizia è. E’ puro marketing, con la differenza che i sistemi di informazione contribuiscono a formare l’opinione pubblica e, in questo caso, a degradarla, abituandola a dei meccanismi elementari del tipo “mi piace / non mi piace” tipici di altri contesti. Si elimina quindi la necessità della discussione, come del resto è evidente vedendo la quantità di persone che di un articolo leggono solo il titolo per poi andare a commentarlo esprimendo non concetti elaborati, ma considerazioni “pre-pensate” probabilmente sentite in quei 30/40 secondi di trasmissione o la mattina in treno o in autobus dal tuttologo delle 7:30.

Ora, con questo modo di fare informazione politica, davvero ci stupiamo del fatto che le persone non abbiano più fiducia non solo nella possibilità di riformare questo paese, ma anche nei loro stessi concittadini?

Ho sempre pensato che, in Italia, fosse urgente un cambiamento nel mondo dell’informazione. Qualcosa di nuovo, di più raffinato, che possa far coesistere l’etica giornalistica e la capacità di fare ascolti rispettando però l’intelligenza dei telespettatori e, se possibile, stimolare discussioni e desiderio di approfondimento, invece di essere un semplice, e becero, spettacolo in cui vediamo gente che si urla addosso insulti.

C’è bisogno cioè di superare i talk-show, comprese le loro ultime forme rappattumate in cui si cerca di fare qualcosa di nuovo poggiando su delle fondamenta vecchie e marce. E’ una questione, prima di tutto, di rispetto verso il pubblico nella sua interezza.

Pietro

La buona scuola (secondo me)

Questo sarà un post davvero molto breve, e dirò solo le cose che, secondo me, una scuola pubblica dovrebbe fare, con urgenza:

  • Smettere di rendere orizzontale l’insegnamento: gli studenti hanno necessità diverse. Predicare l’uguaglianza del percorso di studi è una violenza nei confronti di chi è più o meno bravo. Chi ha difficoltà nello studio deve essere aiutato senza perbenismi e discorsi assurdi sulla “ghettizzazione” di chi è meno capace. Allo stesso modo, chi è più bravo deve avere il diritto di sviluppare al meglio il suo talento. Questo è scritto pure in Costituzione.
  • Basta con l’insegnamento della religione cattolica: bisogna farla finita con gli insegnanti di religione che vengono pagati dallo Stato ma nominati dalla Curia. La scuola è pubblica e questo è uno stato laico, le notizie sulle religioni vengono già ampiamente fornite nei corsi di Filosofia e di Storia. Se i genitori desiderano un’educazione più religiosa, sono liberissimi di iscrivere i propri figli in istituti privati.
  • Basta con gli stipendi da fame: è un’indecenza assoluta che dopo 40 anni di servizio un’insegnante prenda, netti, 1900€/mese. E’ un lavoro faticoso e mentalmente usurante. Parliamo delle persone che, con i loro limiti (spesso imposti da riforme umilianti), bene o male formano la società del futuro. Spesso, e lo vedo dal momento che in famiglia ho chi fa questo mestiere, il lavoro viene portato a casa e, dal momento che, a differenza degli universitari, i docenti di scuola non hanno uffici in cui possono svolgere i loro compiti extra-lezione (correzione compiti, ricevimento studenti, genitori, e in generale attività legate al loro ruolo, anche burocratiche) c’è una quantità enorme di tempo speso per lavorare che non viene contabilizzato. In altre parole: si lavora per 5 o 6 ore in classe la mattina (lavorando con ragazzi/e adolescenti che sfidano continuamente) e poi a casa si continua per altre 4, si ricevono telefonate ad ogni ora da colleghi, dirigenti scolastici, amministrativi e via discorrendo. E’ un lavoro che, quando fatto con serietà e passione, è totalizzante eppure viene remunerato come se si trattasse di un semplice ruolo impiegatizio.
  • Regolare il potere del dirigente scolastico: l’Italia è il paese delle raccomandazioni in senso negativo, del “tu conosci qualcuno?” e via dicendo. Dare al dirigente scolastico ancora più poteri, specialmente in alcune regioni d’Italia, è quanto di più idiota si possa fare in un paese come il nostro dove, invece, da meccanismi collegiali può solo che discendere una migliore capacità di controllo.

La scuola pubblica ha bisogno di più dignità e le cose principali che andrebbero affrontate subito, per quanto mi riguarda, sono quelle che ho appena scritto.

Pietro