Come si cambia (#dietrofrontM5S)

Ad aprile 2015, ricordo un acceso scambio, o meglio, una sequenza di insulti che mi furono rivolti da una nota wannabe tweetstar attivista LGBT e da un suo amico (non farò i loro nomi ma li chiamerò I. e M.), che mi hanno definito, interpretando in modo del tutto fantasioso le mie parole, un “piddiota fascista e demente che spera nella legge dei diritti civili“.

Sempre sulla legge dei diritti civili, hanno passato mesi a tontonarmi dicendo: “non verrà mai fatta“, “farà schifo perché fatta dal PD“, “si doveva fare prima“, e altre frasi tipiche di gente che passa la vita a masturbarsi nel suo idealismo.

Queste persone hanno passato l’ultimo mese a tifare come esaltati in favore della Senatrice Cirinnà e del suo ddl.

Sempre queste persone, hanno votato Movimento 5 Stelle.

Oggi il dietrofront di Grillo, e loro sconvolti e/o disorientati.

Io sono più preoccupato per la possibilità che l’Italia perda l’ennesimo treno verso la modernità.

Di Grillo mi stupisco molto poco, sono anni che accumula consenso ma, nella pratica, a livello nazionale, quando si tratta di stringere e venire al sodo si tira sempre indietro.

Perché? L’elettorato, coprendo un’ampio spettro che va dall’estrema sinistra all’estrema destra, è talmente diversificato che è impossibile generare una sequenza di proposte programmatiche puntuali e precise che possano poi trovare un allineamento o una discussione con quelle di altre forze politiche. Come si fa a mettere d’accordo gente che proviene da orientamenti politici virtualmente di ogni tipo?

Giustamente l’unica cosa su cui tutti possono essere d’accordo è cosa non vada bene e, cioè, per la somma delle parti, tutto.

Infatti, è già difficile mettere d’accordo i cattolici e i non cattolici di area sinistra che comunque condividono un percorso storico comune, figuriamoci quanto difficile possa essere mettere assieme gente, che per giunta sembra sempre incazzata, che arriva un po’ dappertutto.

E’ una (utile)utopia, e per noi cittadini senza diritti è solo tempo sprecato e umiliazione.

Pietro

Finalmente #cirinnamoreremo

Viviamo in un mondo pieno di violenza, che viene ormai sdoganata dai mezzi di informazione e pure ricreata per intrattenimento.

Non ho mai sentito un’emittente TV lamentarsi per un film eccessivamente violento, al massimo ci piazzano un bollino rosso e il film va in onda. Neanche l’onnipresente Osservatore Romano, sempre puntuale quando ci ricorda quanto “pericoloso sia per il tessuto sociale” lo sdoganamento dell’innaturalità dell’omosessualità, condanna apertamente questa forma di intrattenimento.

L’amore fa più paura della violenza, è un dato di fatto.

Nello stato precario in cui ci troviamo, sapere che, anche per lo Stato, non esiste distinzione tra l’amore provato da un eterosessuale, da un omosessuale o da un transessuale ma esiste solo amore e che questo, e non la riproduzione, costituisce l’unica base contemporaneamente necessaria e sufficiente per costruire una famiglia felice, è una notizia che mi riempie di gioia.

Dopo anni in cui ci dicevano che i malati di mente siamo noi, un recente studio (e qui) sembrerebbe mostrare che, dopotutto, è l’omofobia il vero disturbo mentale.

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Pietro

 

#Bagnasco, il #FamilyDay e l’antropologia

Il Card. Bagnasco ha recentemente dichiarato che i figli non sono un diritto e che devono avere una mamma e un papà, dal momento che la famiglia è “antropologica, non ideologica”.

Frase curiosa perché così facendo Bagnasco identifica la famiglia nel senso cristiano cattolico con quella “struttura sociale” biologica che esiste nelle specie animali, peraltro con grandi variazioni tra una specie e l’altra.

In realtà la “famiglia cristiana”, con buona pace di Bagnasco, è una forma ideologica di famiglia imposta e regolamentata dalla Chiesa sulla società occidentale nel corso dei secoli. Se la famiglia fosse esclusivamente antropologica, osserveremmo sempre la stessa struttura con le stesse “regole” in qualsiasi cultura umana nel mondo. Cosa che invece non accade sempre in altre culture.

Vorrei dire che nessuno parla di “diritto ad avere figli”, si parla invece di “diritto alla possibilità di averli”: sono due cose ben diverse ed è una questione che interessa tutti, eterosessuali compresi. Ci sono molte coppie eterosessuali con problemi più o meno gravi di fertilità, eppure quando si parla di “modi alternativi di avere figli”, finiscono sempre nel mirino gli omosessuali.

In effetti, per la Chiesa Cattolica, la questione della riproduzione sessuata è molto importante. Forse molti non sanno, includendo anche i tanti che vanno al Family Day, che uno dei primi requisiti per considerare un matrimonio un “vero matrimonio” e dunque ciò che ne esce una “vera famiglia” è che l’uomo non deve essere impotente, e che entrambi i coniugi devono essere capaci di sesso vaginale che deve terminare con l’eiaculazione all’interno della vagina della donna. Questa è una condizione che viene detta indispensabile.

Quindi: se vi siete sposati in Chiesa e non avete avuto figli, non li avete voluti, o vi siete sposati in età avanzata e non potete più riprodurvi, il vostro matrimonio, per la Chiesa, è nullo. Vorrei sapere se i tanti che vanno a manifestare al Family Day e che magari rientrano in una di queste “categorie”, sanno che stanno difendendo della gente che considera il loro legame tanto odioso e impuro come quello dei “non matrimoni omosessuali”.

Un matrimonio senza riproduzione non ha senso per la Chiesa dal momento che la sua funzione è, in un certo senso, “santificare” l’attività sessuale, fintanto che questa è finalizzata alla sola riproduzione per la costruzione di un nucleo familiare.

Il matrimonio è, in sintesi, un bel vestito, socialmente accettabile, da mettere addosso al desiderio di copulare.

Per sintetizzare questa prima parte, la sola famiglia che la Chiesa riesce a capire è quella in cui un contratto, il matrimonio, regola e benedice l’attività sessuale di due individui di sesso opposto che producono figli. Il vincolo matrimoniale poi impone dei doveri al marito e alla moglie, come ci ricorda Famiglia Cristiana:

La moglie è in pratica un “curioso animale domestico“, per citare Fantozzi, che il marito deve guardare quasi con pietà.

E’ dunque chiaro che per la Chiesa un matrimonio omosessuale non ha alcun senso perché è assente la possibilità “pratica” di generare figli con il sesso. Quello che trovo singolare è l’incapacità di astrazione della Chiesa, che non riesce ad andare oltre all’equivalenza:

sesso = riproduzione = amore

Si può avere amore con e senza sesso e, viceversa, sesso con e senza amore.

Ci si può riprodurre con e senza amore e, viceversa, amore con e senza riproduzione.

Riproduzione implica sesso? No! Se un uomo soffrisse, ad esempio, di disfunzione erettile e la donna non avesse problemi di fertilità, perché non possono riprodursi estraendo lo sperma dell’uomo e inseminando la donna?

Che differenza c’è se l’ovulo venisse fecondato da uno spermatozoo che arriva da una pipetta invece che da un pene? Il risultato finale è lo stesso. Questo rende forse i bambini meno umani? Dei mostri di Frankenstein?

Io penso che delle persone disposte a fare tutto questo per avere un figlio da crescere siano dei genitori con un potenziale umano enorme, molto più di quello di quattro porporati rinsecchiti che pretendono di dare lezioni su cosa sia il sesso, la riproduzione e la famiglia quando per libera scelta hanno deciso di rimuovere dalla loro vita tutto questo.

Tornando alla questione dell’omosessualità e dei bambini cresciuti da famiglie omogenitoriali, come dicevo in un post precedente, la parola spetta alla scienza che, a differenza della Chiesa, riflette e anticipa la maturità intellettuale della popolazione globale, invece di costringere l’uomo a vivere secondo dettami vecchi di millenni, come se il tempo non avesse senso.

Cito le conclusioni di alcuni studi, che si possono recuperare cliccando sui link, riguardo le famiglie omogenitoriali e i figli:

2007, Università del Michigan

Results confirm previous studies in this current body of literature, suggesting that children raised by same-sex parents fare equally well to children raised by heterosexual parents.

2013, Università di Cambridge

I genitori gay mostravano, rispetto ai genitori eterosessuali, meno livelli di depressione e di stress legati alla genitorialità. I padri gay mostravano un maggior calore e un maggior numero di interazioni nei confronti dei figli. Inoltre, mostravano minore aggressività educativa e maggiore sensibilità. Non vi erano invece differenze tra i genitori gay e i genitori lesbiche. Riguardo ai figli, si rilevava un maggior numero di problemi esternalizzanti (rabbia, comportamenti aggressivi etc.) tra i figli dei genitori eterosessuali.

2014, Università di Melbourne

Australian children with same-sex attracted parents score higher than population samples on a number of parent-reported measures of child health. Perceived stigma is negatively associated with mental health. Through improved awareness of stigma these findings play an important role in health policy, improving child health outcomes.

Questi sono i fatti: no, i bambini non crescono male, non crescono “infettati” dall’omosessualità e no l’umanità non si estinguerà. E se i bambini dovessero venire “maltrattati” a scuola dai loro compagni per via dei loro “genitori strani”, non è colpa dei bambini con due mamme o due papà, è colpa di quei genitori che hanno educato male i loro figli e, se male educati, sotto la categoria di “genitori strani” e “famiglie strane” rientrano tante cose.

Ad esempio, la mia scuola elementare era privata, gestita da suore. I miei genitori venivano considerati “strani” perché erano divorziati. E sì, mi ricordo alcuni bambini che mi dicevano: “perché non hai due genitori?”, oppure: “perché non hai foto con loro due?”.

Al giorno d’oggi avere i genitori separati, purtroppo, non è cosa rara. Anche se parlo di 20 anni fa, ogni “momento storico” ha le sue “stranezze”.

Al tempo dei miei nonni erano “strane” le famiglie in cui un “bianco” sposava un “nero”, quando ero piccolo io erano “strane” le famiglie divorziate e/o allargate…adesso è il turno delle famiglie con genitori dello stesso sesso.

Passerà anche questa, l’importante è ricordarsi che a decidere cosa sia naturale da cosa non lo sia non è compito che spetta all’uomo, che è solo un osservatore e sperimentatore.

Se una cosa fosse “innaturale”, non si osserverebbe a priori in natura; il giudizio dell’uomo è ininfluente, come mostra infatti la stessa biologia che la Chiesa tanto chiama in causa, in modo parziale, quando le fa comodo:

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Pietro

Su #Italo e il #FamilyDay

Vorrei dire qualche parola sulla questione Italo. Detta in sintesi: Italo offre uno sconto se acquistate un biglietto per andare al Family Day, a differenza di Trenitalia che ha smentito.

Questa mattina Italo ha twittato:

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Da consumatore, ho trovato questa dichiarazione piuttosto inquietante. Sembrerebbe quasi che il pensiero dell’azienda sia: “se siete autorizzati a fare un evento e ci pagate, per noi è sufficiente, il resto non ci frega”. Non ci sarebbe quindi alcun interesse da parte dell’azienda sul tema dell’evento.

Il Family Day vedrà andare in piazza persone che credono che sia giusto ed eticamente corretto negare diritti ai loro pari in virtù del loro orientamento sessuale inducendo, di conseguenza, una limitazione alla capacità di autodeterminazione della persona.

Di questo parliamo: di persone che pensano sia giusto far vivere altri in una condizione svantaggiata. E questi sono pensieri violenti, in giacca e cravatta pellicce e permanenti, ma sempre violenti.

Mi chiedo: ha ancora senso per un’azienda scollegare le scelte di mercato dal tipo di impatto sociale che queste possono contribuire a produrre, ignorando le specificità proprie di ciascun evento?

Secondo me no. Non tutti gli eventi sono uguali. Non stiamo parlando del lancio di una fashion week, di una galleria d’arte o di un festival del cinema. Parliamo di libertà personali e queste non sono più cose su cui ci si può permettere di scegliere di “non scegliere” con questa sorta di “perbenismo di mercato” all’italiana.

Probabilmente sarei un pessimo imprenditore, ma se lo fossi non accetterei mai di aiutare a trasportare persone che pensano che sia giusto rovinare la vita del prossimo per qualsivoglia motivo, in questo caso l’orientamento sessuale.

Nel 2016, da un’azienda, mi aspetto anche la “sostenibilità etica” delle proprie scelte di mercato, o almeno un po’ di lungimiranza: il Family Day c’è un giorno solo su 365, per il resto noi viaggiamo tutto l’anno.

Caro Italo, hai perso un cliente.

Pietro

Qualche pensiero su #unionicivili e #bagnasco

I gay che: “sono omosessuale, non gay” oppure “sono gay ma i bambini non si toccano” (riferendosi al caso delle adozioni) non riuscirò mai a capirli. Trovo che questi discorsi siano abbastanza pericolosi, e che forse denotino un misto tra Sindrome di Stoccolma e un’idea di omosessualità che si ferma alla “fase sessuale”.

Se facciamo un discorso sui diritti dei bambini che vengono adottati, molto banalmente potremmo dire che questi bambini hanno il diritto di essere felici, e di crescere in un contesto che possa dare loro, per il più lungo tempo possibile, serenità e armonia.

La questione dunque si riduce a: per creare un contesto sereno e armonico in cui far crescere un bambino o una bambina, è necessario che i genitori abbiano sesso diverso?

Visto che qui parliamo di progetti di legge che disciplinano la vita affettiva dei cittadini a prescindere dal loro credo politico e religioso e quindi prima di tutto come esseri umani, l’unica “guida” che possiamo usare per condurre il ragionamento è la scienza, dal momento che questa, a differenza del resto, gode di un livello di obiettività univocamente verificabile e universale, dal momento che il suo modo di procedere prescinde dalle convinzioni personali di chi la utilizza.

La scienza a riguardo dice una cosa chiara: i bambini adottati da coppie dello stesso sesso non mostrano alcuna differenza rispetto a quelli che crescono in coppie eterosessuali ma, in molti casi, crescono in un contesto più sereno dal momento che nelle coppie omosessuali sono assenti quegli stereotipi di genere che, purtroppo, ammorbano spesso le coppie eterosessuali.

Si dice spesso che gli omosessuali che vogliono adottare dei bambini sono egoisti.

Se chiedere che la legge riconosca che l’amore sia uno e uno solo e non differenziato per qualità in base all’orientamento sessuale, è egoismo, mi chiedo come si possa definire l’atteggiamento di quelli che, tanto etero quanto gay, credono che sia giusto ritenere l’amore di una coppia omosessuale inadatto per un contesto familiare; come se l’amore fosse diviso tra “amore vero” (eterosessuale) e qualcos’altro nel caso omosessuale.

Cosa c’è di più egoista del limitare la libertà personale e affettiva dei propri concittadini nel nome delle proprie convinzioni personali (e sottolineo convinzioni) mantenute da miopia culturale e deficienza scientifica?

Chi sono quindi i veri egoisti? Le persone che chiedono che non ci siano classificazioni tra amore di serie A e serie B, o quelli che invece di affrontare le proprie insicurezze restano avvinghiati a totem ideologici affrontando rabbiosamente ogni questione da cui si sentono minacciati?

Gli unici egoisti sono quelli che fanno pagare a tutta la collettività il prezzo della loro arretratezza culturale, dimettendo ogni questione con un “i problemi sono ben altri!“.

Pietro

Featured Image originale su Panorama

Le gioie di #Telegram

Ho sempre amato Telegram selvaggiamente fin dalla sua prima uscita nel 2013…l’ho scoperto in realtà per caso. Con un gruppo di amici dicevamo: “ma perché non creare un’app come il vecchio MSN o ICQ che funzioni tanto sugli smartphone quanto sui computer?” e così, cercando, abbiamo trovato che questa app esisteva già: Telegram.

La prima cosa buona di Telegram è che ha un vero e proprio client per computer completamente indipendente dal vostro smartphone. Potete anche disconnettere il telefono e usare Telegram sul computer come facevamo ormai (sigh) 10 anni fa con MSN o ICQ.

Il client funziona su qualsiasi piattaforma, che sia Windows, Linux o Mac. Addiritura esiste un client testuale a riga di comando per Linux nel caso che vogliate chattare da un dispositivo che non dispone di uno schermo (come un computer remoto o un server). Whatsapp invece ha solo una applicazione web che richiede che lo smartphone sia comunque connesso per inviare e ricevere messaggi, e questo, secondo me, è una scemenza dal momento che se sono a casa e chatto dal computer vorrei almeno risparmiare la batteria dello smartphone. Quindi, punto per Telegram.

La seconda cosa è che se volete chattare con qualcuno e non volete lasciare il numero di telefono, non siete obbligati a farlo (come invece in Whatsapp). Su Telegram infatti si può essere contattati sia per numero di telefono sia per username.

La terza cosa è la velocità. C’è poco da fare. Telegram è molto più veloce di Whatsapp che, a volte, impiega anche una decina di secondi per recapitare un messaggio oppure dopo qualche secondo compare l’odioso punto esclamativo rosso di fianco al messaggio che vi dice “impossibile inviare il messaggio, riprova”.

La quarta cosa è che è divertente da usare. Telegram ha gli stickers, delle immagini ingrandite associate agli emoji che sono molto simpatiche. Si possono anche scambiare delle GIF animate che vengono riprodotte nei messaggi.

La quinta cosa è che, oltre ad essere divertente, è anche utile. Telegram integra dei bot, cioè degli utenti fittizi che in realtà sono controllati da un computer e potete usare i bot per reperire informazioni, e anche GIF! C’è ad esempio il bot per fare il tracking delle spedizioni, così invece che andare a smadonnare tra e-mail e siti di corrieri espressi, vi basta aprire una chat con il bot e mandare il comando “/info” o “/traccia”, inserire il codice della spedizione e il bot recupererà le informazioni per voi.

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Il TrackBot in azione

Idem per le gif: cercate una gif? basta chiamare il bot direttamente nella vostra chat con un comando tipo “@gif blabla” dove con “blabla” indicate il tema della gif, e vi compaiono automaticamente.

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Il bot di Giphy in azione per cercare le GIF

E con questo ho concluso la mia sbrodolata su Telegram, con molta obiettività 😉

Pietro

E’ sempre un fatto di soldi (#Fuksia)

E’ da molto che non scrivo qualcosa di attualità politica, ma la recente vicenda Fuksia mi ha fatto tornare la voglia. Dopo quasi 3 anni, il punto focale dei 5 stelle non è cambiato: i soldi. Sono sempre i soldi: e quanto spendi, e quanto restituisci, e gli scontrini, ecc…

Cosa restituiscono esattamente i 5S? Sono obbligati per contratto a restituire metà del loro stipendio. Per il resto, non c’è alcun obbligo di restituire i rimborsi spese. I rimborsi, che sono differenziati per tipo e per modalità di erogazione tanto dalla Camera dei Deputati quanto dal Senato, costituiscono una parte importante dei “soldi” che ogni parlamentare riceve ogni mese e, anzi, costituiscono il grosso della faccenda.

Sul sito della Camera possiamo leggere sul trattamento economico di un deputato, tanto del 5S quanto di ogni altro partito:

  • Stipendio base (al netto delle tasse): 5000€/mese o 4750€ nel caso che il parlamentare abbia un’altra attività lavorativa.
  • Rimborsi mensili:
    • Diaria: 3503,11 € /mese
    • Rimborso spese per esercizio del mandato: 3690€ /mese dei quali 1845€ (la metà) per spese che devono essere attestate, e per l’altra metà forfetariamente.
  • Altri rimborsi:
    • Spese di viaggio. questo rimborso viene erogato ogni 3 mesi per coprire le spese di trasporto tra il luogo di residenza del deputato e l’aeroporto più vicino, più il tragitto aereo verso Fiumicino e, infine, il trasporto da Fiumicino a Montecitorio, e in queste entità: 3323.70€ se la distanza fosse minore di 100 km, altrimenti 3995,10€ se questa fosse maggiore.
    • Spese telefoniche. questo rimborso è annuale e ammonta a 1200€/anno.
  • Trattenute:
    • Spese sanitarie. Dalla indennità lorda (10435€/mese e 9975€/mese) vengono trattenuti 526.66€/mese per assistenza sanitaria.
    • Assegno di fine mandato. Sempre dall’indennità lorda vengono trattenuti mensilmente 784.14€.

Riassumendo, facendo un conto a spanne, lo stipendio base al netto delle tasse e togliendo le trattenute per spese sanitarie e assegno di fine mandato è di: 4371€/mese (primo caso) o 4124€/mese. Diciamo una media di 4200€/mese netti.

A questo aggiungiamo i rimborsi mensili: 3503.11€ di diaria + 3690€ di spese per esercizio mandato e otteniamo un totale di 7193€/mese. Escludendo i rimborsi a competenza plurimensile (spese di viaggio e telefoniche) abbiamo che un qualsiasi deputato percepisce per legge, mensilmente, circa 11400€. Aggiungendo trasporto e telefono, ripartendoli su base mensile, si aggiungono altri 1320€ di rimborsi.

Anche se il conto fatto contiene inesattezze e approssimazioni, teniamo in mente il fatto che l’ordine di grandezza di cui parliamo è questo: sui 12000€/mese.

Visto che i 5 stelle dicono sempre di costare di meno, di “non rubare ai cittadini”, andiamo a vedere, dati alla mano che loro stessi forniscono pubblicamente, quanto ci costa in media un deputato grillino.

Vorrei fare una premessa sul fatto che non capisco questa cosa del vergognarsi di essere pagati per fare politica: è un lavoro, lo si paga. L’unico furto e truffa ai danni dei cittadini è pagare degli incompetenti a prescindere dal loro colore politico, e ricordiamo sempre che nel 5S abbiamo gente che:

Magari gente così c’è anche altrove, ma nel 5S sappiamo per certo che c’è viste le dichiarazioni che ho riportato.

Ad ogni modo, andiamo sul loro sito e controlliamo. I dati sono tanti, mi sono permesso di creare un foglio di excel per fare dei calcoli rapidi prendendo un campione a caso di 10 deputati. Tengo a precisare che ci sono notevoli oscillazioni nell’entità delle spese: ci sono deputati che spendono anche solo 3000€/mese di rimborsi e altri che arrivano a spendere più di 10000€/mese.

Quello che viene fuori è che lo stipendio medio percepito si attesta sui 3280€/mese, cioè circa il 78% (e non la metà come diceva Grillo) dello stipendio che prende un deputato qualsiasi.

Per quanto riguarda i rimborsi, la media di spesa si aggira sui 6000€/mese, ma qui ricordiamo che ogni deputato ha spese diverse e, come dicevo, c’è chi si ferma a 3000€/mese, chi supera i 10000€/mese.

Ciò che invece è comune, quasi a tutti i componenti del campione, è la modalità con cui i soldi dei rimborsi vengono spesi: in gran parte si parla di costi di collaboratori, esperti o comunque terzi. Pagano le consulenze di tecnici…l’inesperienza, infatti, costa.

Un deputato 5s, con queste medie a spanne, costa quasi 10000€/mese. E’ meno di un deputato qualunque ma sono sempre molti più soldi di quelli che in campagna elettorale venivano dichiarati. Grillo inizialmente diceva “prenderanno 2500€”, poi ha ritrattato dicendo che “Roma è costosa, devono spendere di più”.

Vero, la vita a Roma costa…ma se dei deputati ritenuti “normali cittadini estranei alla politica” arrivano a spendere quasi 10000€/mese di soldi pubblici, e non lo dicono pubblicamente, forse si sono resi conto che, dopotutto, fare politica ha dei costi oggettivi che prescindono dalla fedina penale del deputato e dal tempo che questo ha trascorso alla Camera.

Hanno impiantato tutta la campagna elettorale sostenendo il fatto che gli alti costi della politica fossero dovuti agli stipendi e alle spese dei deputati “dei Partiti”, colpevoli tutti e senza distinzioni di spendere e spandere ingrassandosi alle spalle dei cittadini.

La verità qual è invece? Che gli stessi dati che loro pubblicano mensilmente, smentiscono le loro tesi, e mostrano invece come finiscano per costare allo Stato una media di 2000€ appena in meno al mese rispetto ad un politico del tanto “odiato sistema dei Partiti”.

Si parla cioè di un risparmio del 15%.

Penso sia piuttosto allarmante vedere che in 3 anni il discorso sia pressoché fossilizzato sul tema del “quanto costa” e non si sia mai spostato sul “cosa facciamo per quello che veniamo pagati”.

I risultati che ho visto io sono stati, con qualche collaborazione molto sporadica con altre forze politiche, insulti, aggressioni, tanta spocchia e la presunzione cattiva di essere sempre dalla parte “del bene” che solo gli ignoranti frustrati che odiano il mondo sono capaci di avere.

Meglio pagare di più dei politici con formazione e competenze, che pagare meno dei totali incompetenti: questo vuol dire buttare, o meglio, farsi rubare i soldi, ed è un discorso che vale per tutte le forze politiche e i 5S non sono certamente esenti.

Pietro

Vivendo #Venezia da turista

Alla vigilia di Natale ho perso la maledetta tessera Venezia Unica. Per chi non fosse mai stato a Venezia, si tratta di una carta dove potete caricare (finalmente online) biglietti per i mezzi pubblici, prenotare e pagare biglietti per musei e pure per usare i cessi…già, a Venezia si prenotano pure quelli.

Una volta dovrò provare a saltare le lunghe code di turisti con la vescica gonfia dicendo “sorry I booked that toilet 2 months in advance! it’s mineee”…

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Ecco dove sono posizionati i cessi pubblici…naturalmente aperti solo dalle 8 alle 19.

Quindi, potete collegarvi al sito, comprare online questa carta e caricarci dentro le cose che vi interessano. Fino a qui sembra una bella idea, ma ci sono dei problemi…

Venezia è una delle poche città in Italia, se non in Europa, dove la differenza di costo tra i servizi per i cittadini e gli stessi servizi dati ai turisti è enorme. Ad esempio, se andate in metro a Roma, che voi siate Romani da 20 generazioni o Colombiani, pagate sempre 1.50 € (o 1.30 non ricordo) un biglietto di corsa singola. A Venezia, invece, se siete residenti pagate 1.30 €, se non potete dimostrare di essere residenti, pagate invece 7.50€.

Per dimostrare di essere residenti bisogna avere la carta Venezia Unica per residenti o visitatori abituali. Se, come nel mio caso, la doveste perdere, si paga il prezzo intero. Anche se avete carta di identità, dimostrate dove vivete niente da fare…

7.50 € sono tanti…immaginiamo una famiglia di 4 persone che si fa un giro a piedi per Venezia e poi, stanca, vuole prendere un vaporetto per tornare a prendere l’auto o il treno…bene, pagano 30€. A Roma avrebbero pagato 6€.

7.50€ per un biglietto di trasporto pubblico è più del costo di un Taxi per brevi tratte. Ad esempio, a Padova, per fare 3-4km chiedono in media 6.50€. Con 30€ ti portano da Padova all’aeroporto di Venezia. Aggiungo, con la differenza del livello di comfort che dà un taxi rispetto ad un mezzo pubblico.

Il giorno di Natale ho preso due biglietti…e niente, 15€. La distanza che ho percorso, in “linea d’acqua” è di circa 4 km. Trovandomi dalla parte del turista mi sono sentito rapinato da un sistema, unico nel suo genere, che sembrerebbe essere costruito appositamente per spennare e spremere il visitatore.

Concludendo, se volete visitare Venezia assicuratevi di avere un amico/a residente che vi compra i biglietti al prezzo ridotto.

Pietro

Peer reviewing nei media (#DiMartedi)

Sto guardando DiMartedì su La7 e rimango basito dal fatto che in TV si parli con così tanta serenità di qualsiasi cosa, senza alcun tipo di verifica o di confronto delle competenze specifiche di ogni ospite.

Del resto, con 30 secondi a disposizione di ciascuno tra una interruzione e l’altra come si potrebbe fare altrimenti?

Oggi si parla di banche. Quanta gente può dirsi esperta di sistemi bancari, o di economia in generale? Quanti conoscono a sufficienza l’argomento da poterne parlare in serenità?

E il mestiere di conduttore? Ormai i conduttori sembra che sappiano parlare di tutto, dalla religione alle banche passando per il terrorismo internazionale.

Quello che servirebbe, a noi non esperti, è uno spazio privo di pubblico, niente applausi e claque che influenzano le nostre opinioni. Solo ospiti competenti e riconosciuti internazionalmente per i temi di cui si parla che si confrontano parlando in modo semplice e chiaro in modo da rendere la comunicazione con noi, pubblico non esperto, il più trasparente possibile.

E sarebbe anche bello che noi potessimo vedere una sorta di “peer review” delle opinioni dei vari tecnici, come nel mondo scientifico. Se l’esperto A dice B, io voglio sapere anche cosa ne pensano gli esperti C, D, E riguardo ciò che A ha detto. Questo in TV, generalmente, non si fa, e neanche sui giornali.

Ognuno predica e pontitifica dalla propria torre, e noi sotto restiamo nella confusione, che alimenta il populismo alla Salvini.

Pietro

#Titanic Conspiracy?

Introduzione

Nel 1985 una notizia elettrizzò l’opinione pubblica mondiale: “we found the Titanic“. Ad una spaventosa profondità di quasi 4000 metri, nell’oscurità più totale, il team coordinato da Robert D. Ballard trovò ciò che restava del transatlantico più lussuoso all’epoca della sua costruzione, 73 anni dopo il suo affondamento. Quello che non tutti sanno è che la scoperta del relitto riaccese una vecchia polemica, in realtà mai sopita del tutto, alimentata da dicerie passate di generazione in generazione: “quello in fondo all’oceano, non è il Titanic, ma la sua nave gemella Olympic, scambiata con il Titanic”. Su questa questione hanno dibattuto storici e sociologi per anni, e sono stati scritti anche libri. Chi ha ragione?

Premessa – Le navi di classe Olympic

Nel 1909 Lord Pirrie (presidente della società di costruzioni navali Harland&Wolff di Belfast) e Bruce Ismay (socio fondatore della compagnia di navigazione White Star Line) concepirono l’idea di costruire tre transatlantici che dovevano eccellere e superare in dimensioni, lusso ed eleganza quelli della concorrenza (specialmente della rivale Cunard Line). Decisero di chiamare questa nuova classe di navi la classe Olympic, con tre esemplari: Olympic, Titanic e Gigantic. Successivamente al naufragio del Titanic, il Gigantic venne rinominato Britannic (per motivi scaramantici, in quanto si temeva che il pubblico associasse a questi nomi, tipici della mitologia greca, un destino nefasto come quello che spettò ai Titani e ai Giganti).

Delle tre navi, l’Olympic ebbe vita più lunga e restò in servizio dal 1911 al 1934. Il Titanic ebbe una brevissima vita di 10 giorni (contando le prove in mare prima di prendere servizio) e il Britannic restò in servizio per circa 2 anni prima di essere affondato da una mina navale tedesca nel Mar Egeo.

L’Olympic e il Titanic vennero costruite fianco a fianco, a partire dal 31/03/1909. La prima entrò in servizio il 14/06/1911, la seconda il 31/03/1912. Il Britannic invece entrò in servizio il 26/02/1914 come nave ospedale nella Prima Guerra Mondiale.

A causa della contemporaneità della costruzione di Olympic e Titanic, la stampa dell’epoca tendeva a confrontare (e a confondere come vedremo più avanti) queste due navi qui.

Olympic e Titanic – Somiglianze

Le due navi erano molto simili, esteticamente:

  • Lunghezza: 269 metri l’Olympic, 269.90 metri il Titanic
  • Larghezza: 28.2 metri l’Olympic, 28.0 metri il Titanic
  • Altezza: 52 metri l’Olympic, 53.3 metri il Titanic
  • Pescaggio: 10.5 metri l’Olympic, 10.54 metri il Titanic
  • Velocità: entrambe 23 nodi (circa 43 km/h)

Anche dal punto di vista della propulsione le navi erano simili: entrambe erano “triple screw vessels”, cioè navi con tre eliche. Entrambe avevano la stessa motorizzazione (a vapore):

  • Due motori alternativi da 15000 HP a 75 giri (max 80) per azionare le due eliche laterali.
  • Una turbina a bassa pressione non reversibile da 16000 HP a 165 giri per azionare l’elica centrale. La turbina funzionava con lo scarico dei motori alternativi ed era azionabile solo se il numero di giri di questi ultimi fosse almeno di 50.

Complessivamente, la potenza installata era dunque di 46000 HP tanto per Olympic quanto per Titanic (e poi Britannic). Per quanto riguarda l’aspetto e le caratteristiche tecniche, le navi erano pressoché identiche per l’occhio poco allenato o poco attento.

In cosa differivano allora?

Olympic e Titanic – Differenze

Due cose principalmente:

  • Il ponte A (“A Deck”) dell’Olympic era aperto, quello del Titanic era invece chiuso.
  • Il ponte B (“B Deck”) del Titanic aveva finestre spaziate in modo regolare, mentre quello dell’Olympic aveva finestre spaziate irregolarmente.

Possibile che la stampa dell’epoca fosse così superficiale? In realtà possiamo spezzare una lancia in loro favore perché dal momento del varo al viaggio inaugurale, vennero fatte delle modifiche al Titanic per aggiungere più spazio per le suite di prima classe, e queste modifiche hanno reso la spaziature delle finestre sul ponte B nuovamente irregolare, simile a quella dell’Olympic.

Il Complotto

Come tutte le teorie del complotto, quella che sta alla base della diceria secondo cui il Titanic sarebbe stato scambiato con l’Olympic si basa su una complessa serie di coincidenze e di fatti riportati in modo parziale o erroneo. Vediamo in dettaglio.

Le ragioni dell’ipotetico scambio tra le navi

Uno potrebbe chiedersi: perché avrebbero dovuto scambiare le navi? Secondo i sostenitori della teoria dello scambio, il motivo era economico e legato al fatto che l’Olympic fosse stata ritenuta non assicurabile in seguito ad un grave incidente occorso mentre il Titanic era in via di completamento.

Cosa accadde? L’Olympic ebbe una collisione con una nave militare, HMS Hawke. A causa dello spostamento d’acqua prodotto da una delle tre eliche della Olympic, l’Hawkee venne risucchiato verso il fianco della nave che venne speronata sopra e sotto la linea di galleggiamento. L’Olympic riportò gravi danni all’elica di dritta e al corrispondente asse.

Secondo i sostenitori della teoria dello scambio, il danno inferto all’Olympic sarebbe stato così grave da deformare la chiglia della nave, oltre ad indebolire gran parte della struttura che, sempre secondo questo punto di vista, avrebbe richiesto riparazioni estremamente costose e lunghe. Di più, il danno subito avrebbe reso la nave non più assicurabile. Conseguentemente, i vertici della White Star Line, compagnia di navigazione cui appartenevano le navi Olympic, avrebbero deciso di:

  • Rattoppare alla meglio la Olympic
  • Scambiare la Olympic con il Titanic
  • Liberarsi della vecchia Olympic ora chiamata Titanic facendola affondare nel viaggio inaugurale e facendo credere alla compagnia di assicurazione che fosse invece il Titanic nuovo di pacca, intascando dunque molti soldi frodando l’assicurazione.
  • Continuare a far navigare il Titanic, ora chiamato Olympic, fino a fine carriera.

Vediamo ora come le argomentazioni addotte dai sostenitori della teoria dello scambio siano effettivamente confutabili.

Confutare le obiezioni

Le argomentazioni e le contro-argomentazioni adducibili sono moltissime. Però quella che viene mossa più spesso e che fa da base alla teoria dello scambio è:

Il Titanic uscito per le prove in mare e quello che partì da Southampton mostrano un differente arrangiamento delle finestre del ponte B. Nel primo caso erano spaziate regolarmente, nel secondo invece irregolarmente come nell’Olympic. Quindi le due navi sono state scambiate!

E’ vero, il Titanic del viaggio inaugurale mostra delle differenze. Il motivo però è dovuto ad alcune aggiunte, fatte molto rapidamente, per aumentare gli spazi destinati alle suite di prima classe, come si vede in questa foto:

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Fonte: WilliamMurdoch.net

A sinistra è ritratto il Titanic al momento del varo dello scafo (il ponte A deve ancora essere chiuso e mancano le sovrastrutture) mentre a destra il Titanic al momento del viaggio inaugurale (che ha il ponte A chiuso). Nel riquadro rosso è evidenziata la differenza delle finestre del ponte B, che al momento del varo erano circa equispaziate e, successivamente, sono diventate irregolari in seguito all’aggiunta di due suite con veranda privata.

Altre argomentazioni riguardano il nome della nave. Se la teoria dello scambio fosse infatti lecita, per nascondere il nome “Olympic” con la scritta “Titanic” avrebbero dovuto applicare delle placche al di sopra di quelle in cui erano incise le lettere vecchie. Dopo più di 100 anni sul fondo dell’oceano, le eventuali placche sarebbero dovute cadere o saltare via.

C’è un video che gira su internet in cui, nella parte finale, viene inserita una sequenza (palesemente falsa perché fatta in computer grafica) in cui si mostrano le lettere “MP” incise nello scafo di fianco alla prima parte del nome “Titanic”, come a voler dire che la scritta “Titanic” è stata posizionata al di sopra di quella “Olympic” incisa invece nello scafo.

Il video è un falso dal momento che le immagini che mostrano le lettere “MP” sono state a loro volta estratte da un altro video che è fatto interamente in computer grafica. Il video in questione lo trovate qui, e il CGI inizia circa al minuto 1:50.

Cosa ci dice il relitto

Titanic e Olympic differiscono in realtà per un altro dettaglio, che preciserò a breve. Dal relitto possiamo avere la certezza che si tratti del Titanic per una serie di motivi.

Nome e numero di serie dello scafo

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Fonte: metabunk.

Queste sono delle foto del relitto in cui si vede chiaramente il nome della nave e, cosa più importante, l’assenza di rivettatura. Al tempo della costruzione del Titanic, la tecnica della saldatura non era ancora utilizzata in campo navale, e si utilizzavano i rivetti per tenere insieme le placche che formavano lo scafo. I rivetti sono simili a chiodi, che venivano scaldati ad alta temperatura e poi inseriti all’interno di fori praticati sulle lamiere da unire e, successivamente, con una pinza idraulica si schiacciava il rivetto contro le placche che ora erano unite insieme.

I nomi delle navi venivano invece “stampati” direttamente sullo scafo, dunque se il Titanic fosse stato l’Olympic come alcuni sostengono, avremmo dovuto vedere sul relitto la presenza dei rivetti per sostenere la nuova placca con su scritto “Titanic”.

Una seconda cosa riguarda il numero di serie dello scafo. L’Olympic aveva numero di serie 400, il Titanic invece 401. Sul relitto del Titanic è stato trovato il numero 401 su una delle tre eliche, come mostra questa foto:

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Fonte: Google

Il numero 401 è ben visibile. In realtà, però, a seguito dell’incidente dell’Olympic con l’Hawkee, l’asse e l’elica danneggiati vennero sostituiti con quelli del Titanic, che all’epoca era in fase di completamento dei lavori. Quindi, alcuni potrebbero dire che, invece, il numero 401 sul relitto di per sé non indica con certezza né l’una né l’altra nave.

Possiamo allora dire qualcosa di più. Dal relitto è stato ripescato un dispositivo meccanico, forse ingranaggio di qualche paratia, dove il numero 401 è ben visibile:

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Fonte: WilliamMurdoch.net

In altre parole: scambiare le due navi non avrebbe richiesto una semplice rivettatura di placche con il nome diverso, o lo scambio degli arredi interni. Avrebbe richiesto lo scambio di una enormità di componenti meccanici sparsi per tutta la nave e questa non è una cosa che si fa dalla sera alla mattina, o comunque in una manciata di giorni come molti sostengono.

Per concludere, c’è un’ultima cosa che potrebbe chiudere definitivamente la teoria dello scambio, e lo vediamo al prossimo paragrafo.

Il mistero dell’elica centrale

L’elica centrale del relitto non è visibile, è sepolta sotto molti metri di fango e forse non verrà mai recuperata, anche solo per le dimensioni (circa 5 metri di diametro, mentre quelle laterali circa 7). Il mistero riguarda il numero di pale dell’elica. Nel film, e in tante foto che si trovano su internet, viene mostrata un’elica a quattro pale. In effetti, la Olympic aveva un’elica a quattro pale, così come il Britannic. Ma il Titanic?

Grazie ad un documento storico della Harland&Wolff, possiamo affermare con sicurezza che l’elica centrale del Titanic era a tre pale e non quattro come generalmente si dice.

Ecco il documento:

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Fonte: Encyclopedia-Titanica

Nella colonna più a sinistra è riportato il numero di serie dello scafo: 400 per Olympic e 401 per Titanic. La colonna immediatamente successiva, con la scritta “Recip” sopra e “Turbine” sotto indica le specifiche dimensionali delle eliche, dove “Recip” sta per “Reciprocating” cioè i motori alternativi mentre “Turbine” indica la Turbina. Nelle navi Olympic i motori alternativi governavano le eliche laterali, mentre la turbina governava quella centrale. La colonna ancora successiva ha dei numeri: per la Olympic vediamo un “3” in riga con le dimensioni delle eliche “Recip”, indicando che le eliche laterali mosse dai motori alternativi erano a tre pale, mentre di fianco a “Turbine” vediamo un “4”, indicando un’elica centrale a quattro pale.

Per il Titanic, invece, abbiamo un “3” sia per “Recip” sia per “Turbine”, il che significa che l’elica centrale del Titanic era effettivamente a tre pale. Tutte le foto che girano su internet e che mostrano una nave Olympic nel bacino di carenaggio, rappresentano l’Olympic, e non il Titanic.

E’ chiaro che se fosse possibile recuperare l’elica centrale del Titanic, trovarla a tre pale sarebbe l’ulteriore conferma della non legittimità della teoria dello scambio. Si tratta però di una curiosità che, forse, non verrà mai soddisfatta.

Concludo il post con una galleria di immagini, secondo me molto significative.

Alla prossima,

Pietro