Kindness

Vi è mai capitato di avere a che fare con persone che non sono capaci di accettare la gentilezza e le buone maniere per quello che sono, ma che vedono dietro a questo delle altre cose? Persone che cioè interpretano i vosti gesti attribuendo ad essi dei significati che mai pensavate di convogliare? Ecco: purtroppo a me è capitato. Mark Twain diceva che:

Kindness is the language which the deaf can hear and the blind can see.

E cioè: “la gentilezza è il linguaggio che il sordo può udire e il cieco può vedere“. Sono delle parole molto belle, che a me piace intendere in “senso lato”: si può essere sordi e/o ciechi in tanti modi, sia in senso fisico sia in senso più astratto. Si può cioè essere sordi/ciechi alle emozioni, impenetrabili e impermeabili. E, quando questo accade, la gentilezza in effetti passa del tutto inosservata e viene interpretata nei modi più vari, a seconda del vissuto della persona oggetto della nostra gentilezza.

È una cosa sufficientemente provata che chi ha subito traumi emotivi, come chi, ad esempio, si è fidato ciecamente di qualcuno per poi vedere la sua fiducia tradita, poi diventi pian piano incapace di vedere questi atteggiamenti per quello che in realtà sono, senza doppi fini.

La cosa peggiore, quando si ha a che fare con qualcuno che ha questa impermeabilità e che non la rende manifesta, è che non ci si rende conto che si può fare del male e infastidire. Il passo successivo è che l’altro/a reagisce come se avesse subito un’aggressione a tutti gli effetti. Almeno questo è quanto è capitato a me: sono stato poi aggredito, vedendomi attribuire atteggiamenti e pensieri che mai mi avevano sfiorato.

Un consiglio che posso dare da questa esperienza è: non essere troppo entusiasti ad elargire gentilezza. Meglio andare per gradi, ognuno è diverso e se ha subito dei traumi non è detto che ne voglia parlare.

Resta comunque il fatto che, e ne sono fermamente convinto, essere gentili senza essere stupidi sia una qualità molto desiderabile, e rara.

Pietro

Spinoziamo

Mi è capitato spesso di parlare con amici e conoscenti del tema della religione e di come questa possa o meno essere un asset in professioni che richiedono, in modo più o meno accentuato, di interagire in profondità sia con se stessi sia con gli altri. Spesso quando si arriva molto in profondità, è inevitabile toccare ed entrare nella sfera delle credenze personali.

Sono convinto del fatto che vedere la vita in più ottiche, razionali ed irrazionali, sia un grande vantaggio. Fintanto che una visione non si impone sull’altra, è possibile trarre stimoli in modo più completo. Diversamente, quando il fanatismo, dall’una e dall’altra parte, ha la meglio, si perde inevitabilmente qualcosa, compresa la facoltà di svolgere il proprio lavoro senza pregiudizi. Nel fanatismo includo tanto il fondamentalismo religioso quanto il razionalismo più spinto.

Faccio una considerazione davvero molto semplice: nessuno di noi sa con certezza se esiste qualcosa di non spiegabile nel senso di “non elaborabile” dalla nostra mente. E ci sono tre strade: ci si crede, non ci si crede, si resta nel dubbio. Le prime due sono le scelte che, per quanto radicalmente opposte, sono le sole che, per essere sostenute, necessitano di fede, cioè di credere senza avere alcuna dimostrazione. Ovvero, sono il classico esempio di comportamento antiscientifico: per credere o non credere in qualcosa noi abbiamo bisogno di prove, in assenza di queste è solo fede, tanto in positivo, quanto in negativo. L’unico atteggiamento per me a priori sostenibile al di fuori di ogni sovrastuttura filosofica è quello del dubbio, perché è l’unico che non si fonda su credenze non provate.

In altre parole, logicamente parlando, poiché il fondamentalista e il non credente derivano la loro posizione da qualcosa per cui non possono (e non potranno mai) avere prove nè in positivo nè in negativo, sono ugualmente fragili (wittgensteinamente parlando).

Tutto questo, però, non deve vietare, a mio parere, di avere credenze in senso positivo o negativo riguardo l’esistenza di un’entità (intesa in senso lato) che vada oltre le nostre possibilità di percezione. Si può cioè oscillare con serenità attorno ad una “posizione di equilibrio” che è quella rappresentata dalla neutralità del dubbio, che è la sola della quale possiamo essere completamente certi, e non è cosa da poco.

Per mia esperienza personale, ad esempio, non credo al Dio cristiano e, in generale, non credo in entità “antropomorfizzate” dotate di poteri sovrannaturali che condizionano le nostre esistenze. Credo invece nell’esistenza di una “intelligenza diffusa”, un po’ alla Spinoza, della quale noi osserviamo le conseguenze “fisiche” che poi studiamo con la matematica, la geometria, la fisica, ecc. È un modo di vedere la realtà che mi ha sempre attirato e che ha sempre assecondato la curiosità che, come tutti gli scienziati, mi caratterizza.

Devo dire che gli atteggiamenti più estremisti dal punto di vista del razionalismo li ho visti negli amici e amiche che studiano medicina, anche se con alcune eccezioni. Penso infatti, e non lo dico in senso denigratorio, che studiare l’uomo dal punto di vista biologico porti a “decostruire”, come fanno del resto tutte le scienze, ogni tipo di concetto astratto riconducendolo ad elementi fondamentali che hanno, individualmente, ben poco di trascendente. In altre parole, penso che in medicina esista una forma mentis che era molto comune anche nella fisica classica ottocentesca e pre-relativistica: l’idea che tutto sia quantificabile e misurabile con certezza, e che la misura complessiva sia la somma della misura delle parti. Un po’ come dire: quel che vedo è quel che è, e quel che è è quello che vedo. Un modo di pensare che fu la fortuna della meccanica classica, ma che si rivelò poi “avventato” con la fisica quantistica, dove spesso quel che è è per cose che non si vedono (o meglio non si devono vedere). Una sorta di “unione separata” che secondo me è anche quel modo di pensare che consente ai medici di mantenere quel giusto “distacco” (perdonate la parola brutta) che consente di lavorare in serenità e dunque al meglio.

Ho fatto questa breve digressione sui medici perché, secondo me, sono quelli più toccati (e bersagliati) da questo tipo di questioni: basti solo pensare al tema dei medici obiettori e non obiettori. Chi è favorevole o meno all’aborto, eutanasia, ecc. Spero di vedere, presto, una società dove entrambi i punti di vista vengono valorizzati è tutelati, senza pregiudizi e senza retoriche inutili.

Come dico sempre (e scrivevo in un vecchio articolo) ognuno è libero se lo siamo tutti, anche nella scelta delle nostre filosofie di vita con cui, più o meno inconsciamente, sperimentiamo la realtà.

Pietro