Finalmente una bella pagina di TV? #uominiedonne

Non ho mai seguito assiduamente Uomini & Donne, fatta eccezione per le vicende di Gemma del Trono Over. Alla fine Gemma è un po’ “tutti noi”, con quella incredibile capacità di auto-sabotarsi anche quando le cose sembrano andare in suo favore.

Il Trono Classico invece l’ho sempre trovato una baracconata, che penso avesse toccato il fondo qualche anno fa quando venne lanciato il format “Ragazzi & Ragazze”. Una specie di Trono Junior. Semplicemente terribile.

Dico baracconata perché mi è sempre sembrato tutto finto e artificioso: ragazze tutte uguali, tutte tiratissime, con 3 km di extension, perennemente in posa e alcune che facevano pubblicità occulta per dei prodotti che dei disperati chiedevano loro di indossare in puntata. E i ragazzi? Anche lì, tutti uguali, tutti modelli, tutti vestiti uguali con outfit più o meno improponibili, compresi abiti eleganti con pantaloni risvoltati…la fiera del cattivo gusto. Tamarri senza speranza. Per non parlare poi del clima in studio: corteggiatori, corteggiatrici, tronisti e troniste perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. La frase più comune detta è: “mi aspetto una reazione”, “ha avuto una reazione”. Sempre questa “reazione”. Sembra di sentir parlare un regista che urla agli attori come devono comportarsi per migliorare una scena che ha fatto schifo. Finto, e triste. Poi, finito il programma, tempo uno o due mesi e la coppia scoppia. Oppure ci pensa Temptation Island.

Ma veniamo al trono gay, l’unica vera novità di quest’anno. Inizialmente avevo il terrore che Mediaset ci proponesse la solita rappresentazione televisiva del gay. Un gay alla Maicol (scritto proprio Maicol e non Michael) Berti del GF 10, non me ne voglia Maicol. Mi ricordo quando nel lontano 2009 avevo guardato la prima puntata del GF 10 con molta trepidazione, anche lì ho pensato “finalmente una persona apertamente gay in un programma TV”…poi, pian piano, è venuto fuori che Maicol in realtà si sentiva una donna e avrebbe voluto cambiare sesso. Noi siamo gay ma siamo uomini, non delle donne mancate. Lui avrebbe dovuto essere presentato come un concorrente transgender, non gay. Eppure all’epoca la TV consegnò in pasto al pubblico da reality ciò che esattamente pensavano che il gay fosse: una donna in un corpo da uomo. Questo l’ho sempre trovato estremamente offensivo.

Con questo orribile ricordo, avevo veramente paura che anche a Uomini e Donne sarebbe andato in onda qualcosa di simile. Invece mi sono sbagliato. La puntata di ieri, del 20/09, è stata molto bella, è stata la puntata delle prime esterne tra Claudio e due suoi corteggiatori: Mario e Mattia. Quella con Mario è stata la mia preferita. Due ragazzi che si conoscono, come farebbe chiunque di noi, senza i sospiri tattici, senza le frasi fatte e il buttarsi addosso a piovra come avviene sempre nel Trono Classico.

Aggiungo anche che Mario non sembra neanche il “classico stereotipo del gay”, quello cioè bloccato nell’adolescenza che ricerca conferme continue oscillando incessantemente tra palestra-disco-Instagram.

Ho trovato anche molto bello che si sia parlato senza censure della questione del coming out, dell’essere accettati dalla propria famiglia, della violenza gratuita che si riceve, a volte, da sconosciuti che per la strada ti additano come se avessi qualcosa di sbagliato. Considerando che nelle esterne del Trono Classico il livello medio del discorso è: “quella è falsa, quella è brutta, quella ti sta usando, ecc”, sentire due ragazzi che parlano di tematiche così urgenti e attuali, con profondità e intensità mi ha lasciato una bella sensazione.

La televisione ha quel potere straordinario di entrare nelle case di milioni di persone in un modo che è ancora più diretto di internet. E’ bello vedere che ci siano ancora persone coraggiose come Maria de Filippi che sfruttano il grande potere che hanno a disposizione per una causa superiore: mostrare che i gay sono persone e non fenomeni da baraccone o pedofili come importanti personaggi politici e del mondo religioso vogliono far credere.

Ieri è stata sicuramente una bella pagina di moderna televisione, lontana anni luce dalla TV nello stile Rai e La7, che nelle case della gente ormai fanno entrare solo la noia.

Pietro

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Peer reviewing nei media (#DiMartedi)

Sto guardando DiMartedì su La7 e rimango basito dal fatto che in TV si parli con così tanta serenità di qualsiasi cosa, senza alcun tipo di verifica o di confronto delle competenze specifiche di ogni ospite.

Del resto, con 30 secondi a disposizione di ciascuno tra una interruzione e l’altra come si potrebbe fare altrimenti?

Oggi si parla di banche. Quanta gente può dirsi esperta di sistemi bancari, o di economia in generale? Quanti conoscono a sufficienza l’argomento da poterne parlare in serenità?

E il mestiere di conduttore? Ormai i conduttori sembra che sappiano parlare di tutto, dalla religione alle banche passando per il terrorismo internazionale.

Quello che servirebbe, a noi non esperti, è uno spazio privo di pubblico, niente applausi e claque che influenzano le nostre opinioni. Solo ospiti competenti e riconosciuti internazionalmente per i temi di cui si parla che si confrontano parlando in modo semplice e chiaro in modo da rendere la comunicazione con noi, pubblico non esperto, il più trasparente possibile.

E sarebbe anche bello che noi potessimo vedere una sorta di “peer review” delle opinioni dei vari tecnici, come nel mondo scientifico. Se l’esperto A dice B, io voglio sapere anche cosa ne pensano gli esperti C, D, E riguardo ciò che A ha detto. Questo in TV, generalmente, non si fa, e neanche sui giornali.

Ognuno predica e pontitifica dalla propria torre, e noi sotto restiamo nella confusione, che alimenta il populismo alla Salvini.

Pietro

Pensieri sui talent

Oggi leggevo un articolo di BitchyF (che adoro) dove si parlava di X Factor e Simon Cowell.

Io vado un po’ in controtendenza: non amo i talent show.

Il talent show è, prima di tutto, uno show, cioè un programma televisivo. Già questa premessa seleziona i “talenti” sulla base anche del loro potenziale televisivo, altrimenti il programma chiuderebbe i battenti.

Quindi partiamo già dal presupposto che oltre al (presunto)talento musicale, un candidato debba anche essere bravo con la TV e i suoi meccanismi frenetici. Dico questo per dire che possiamo in serenità considerare i partecipanti di x-factor e i vincitori non tanto dei talenti musicali nel senso classico del termine (cioè bravi cantautori, interpreti o musicisti) ma piuttosto dei videomusicotalenti.

Guarda a caso, l’essere un “videomusicotalento” è precisamente la richiesta del mercato musicale. Parlo di mercato della musica un po’ impropriamente visto che, ormai, si parla generalmente di “music industry”: l’idea di musica come di qualcosa di consumabile è alla base di questo modello. E consumabile, cioè di massa, non sempre implica qualità artistica. Penso che infatti sia doveroso separare il mondo della “music industry” da quello della “musica”.

Da questo punto di vista x-factor (e simili) non è altro che un (crudele ma così deve essere)selezionatore di persone con qualche potenzialità ad entrare nella “industry”. Non si selezionano talenti in senso assoluto, solo dei talenti adatti a quel particolare modo di fare musica (cioè di consumo) che ormai si tende sempre di più a scambiare per “la musica”, che invece è l’arte. È come scambiare il cubismo per la pittura: il cubismo è solo uno stile, non è la pittura. Allo stesso modo il mondo che x factor introduce ai suoi contestants non è la musica, ma è un suo “dipartimento commerciale”: la musica di consumo, quella che è composta è prodotta per vendere il più possibile.

Simon Cowell da questo punto di vista è stato geniale: ha realizzato uno strumento che rende più sicuro per le case discografiche fare soldi. X factor fa da vetrina in cui un concorrente si mostra per mesi fino alla vittoria: si fa un contratto che monetizza istantaneamente la fama acquisita, si vendono molti dischi e, salvo casi eccezionali in cui emerge una personalità artistica autonoma che finisce per far capire alla casa discografica che c’è del potenziale in più su cui investire per più tempo, il vincitore di xfactor viene accantonato aspettando il prossimo all’edizione successiva. In tutto questo la casa discografica si assicura un profitto costante, di edizione in edizione, dal momento che ogni anno ci sarà qualcuno di nuovo di famoso.

Se ben ricordo lo stesso Cowell aveva una casa discografica, tale Simco, con la quale hanno collaborato molti dei vincitori delle prime edizioni di xfactor UK, ad esempio Leona Lewis, che ormai è quasi scomparsa nel nulla e nel 2006, durante x factor, veniva chiamata la “nuova Celine Dion” vista l’impressionante estensione vocale. Tutto questo per creare clamore e attesa, che poi si è concretizzato in un successo spaventoso del suo singolo Bleeding Love che mi pare sia stato mandato per mesi in radio e su MTV (la famosa fama monetizzata di cui parlavo prima).

E cosa è rimasto di questo? Solo i soldi guadagnati con qualche mese/anno di popolarità.

Questo, ma anche altri esempi, dovrebbero far capire che in un talent show musicale, le doti vocali contano fino ad un certo punto. Ma in generale nella “industry” contano fino ad un certo punto: quanti milioni di persone esistono al mondo che sanno cantare bene? Perché non sono tutti scritturati con contratti da milioni? Perché non sono dei personaggi, o meglio, non hanno il potenziale per diventarlo.

Se non c’è un personaggio che accompagna la musica, la musica non si vende. La musica che non vende non viene prodotta.

Pensiamo ad esempio ad Avril Lavigne. È stata scoperta nel 2001 da un talent scout. Aveva una bella voce? No, ma era una voce unica e facilmente riconoscibile. Questo cerca, all’inizio, una casa discografica: qualcuno che se senti alla radio sai subito chi è. Bene. L’hanno presa, ci hanno costruito sopra un personaggio molto di moda nei primi anni 2000, e cioè quello della ragazza adolescente punkettara che odia il mondo e l’autorità degli adulti, e boom: milioni di dischi.

Lo stesso discorso possiamo farlo per Madonna, Cher, Cindy Lauper, Lady Gaga, Rihanna, Justin Bieber, Taylor Swift, ecc. Ognuno di loro è stato lanciato sul mercato con un personaggio che fosse “adatto” al loro periodo storico, spesso di rottura.

Per concludere: i talent a me non piacciono perché sono solo dei convertitori di fama momentanea, che spesso finiscono per rovinare i sogni di chi crede (assai ingenuamente) che la sola voce sia sufficiente.

I casi in cui dei vincitori o concorrenti riescono ad avere molto successo anche a distanza di anni dalla loro esperienza sono davvero minimi: in Italia forse ne contiamo solo 2, e cioè Marco Mengoni e Chiara Galiazzo. Due persone che, forse, avrebbero avuto ugualmente successo se fossero stati notati da dei talent scout entrando nel mondo della musica per la porta principale.

Dico solo questo: non identifichiamo il mondo della musica dei talent show con la musica tutta.

Pietro