Non riformabile

La tesi che sostengono molti giornalisti e programmi di informazione/approfondimento è sempre la stessa: l’Italia non è un paese riformabile. Sono passati ormai quasi 3 mesi da quando scrivevo questo post, e non penso che la situazione sia cambiata ma, anzi, peggiorata.

La tesi in oggetto viene assunta come vera in forma più o meno esplicita, a seconda della situazione. Di più, per offrirne una dimostrazione, si procede spesso in maniera euristica e questo, in pratica, si concretizza in varie maniere:

  1. Trasmissioni televisive sempre più ring: vi ricordate quella trasmissione domenicale di quasi 10 anni fa, condotta da Paola Perego, dove c’era un vero e proprio ring in cui gli ospiti si scagliavano uno contro l’altro, con tanto di “gong” per scandire i match? Fu il teatro di una celebre sfuriata di Sgarbi contro la Mussolini (ecco un link). Ad ogni modo, ormai le trasmissioni di approfondimento politico stanno seguendo sempre di più questo “stile”, in cui ormai partecipa anche il conduttore. Si cerca cioè sempre di insinuare il dubbio, in senso negativo, sulla veridicità di ciò che ogni ospite dice, indipendentemente dalle competenze tecniche di ognuno, e il risultato finale è che non si ottiene alcuna informazione dalle discussioni. Il dubbio, infatti, dovrebbe essere insinuato in modo “neutro”, senza considerazioni personali che, invece, possono intervenire nella successiva fase di discussione. Il dubbio, in sé, dovrebbe basarsi esclusivamente sull’oggettività, come avviene nel mondo scientifico e invece non avviene nell’ambito del telegiornalismo italiano. Nello specifico i problemi delle trasmissioni di politica sono, secondo me:
    1. Rendere troppo facili, e dunque banali, cose che sarebbero molto complesse con l’obiettivo di accaparrarsi il più ampio pubblico possibile. A me piaceva molto come trasmissione l’Infedele di Gad Lerner, anche se molto di nicchia. Trasmissione prontamente silurata e sostituita da “La Gabbia” di Paragone. Nome parlante direi.
    2. Appiattire completamente le specificità degli ospiti: se viene invitato un docente universitario, un politico esperto o un cialtrone razzista non si considera ciò che viene detto ma come viene detto, quanti applausi prende e quanto sintetico è.
    3. Discussioni troppo brevi: una sera ho misurato, più per divertimento che altro, il tempo medio che ogni ospite ha a disposizione prima di essere interrotto dal conduttore o da altri ospiti. Parliamo di 30/40 secondi al massimo. Solitamente nessuno riesce a parlare per più di questa durata senza subire almeno un’interruzione. Tutti esauriti?
    4. Troppi argomenti: la nuova tecnica dei talk-show consiste nell’invitare una strage di ospiti da far ruotare tra i vari blocchi di una trasmissione. E’ quello che fa, ad esempio, Di Martedì su La7. Ci sono circa 14/15 ospiti per ogni serata che vengono ruotati, in modo da non annoiare il pubblico (se queste son le premesse…). Con questo nuovo modo di organizzare la trasmissione, gli ospiti parlano ancora meno, spesso un solo intervento e sempre con quei 30/40 secondi di cui si parlava prima. Parliamo di tweet praticamente. Di più, a questa estrema frammentazione nella continuità delle discussioni, si aggiunge una vastissima quantità di argomenti che si crede di poter gestire. Per come la vedo io, bisognerebbe:
      1. Scegliere un argomento principale e poche altre divagazioni.
      2. Invitare ospiti competenti, nel senso obiettivo, cioè guardando il CV.
      3. Spegnere i microfoni degli altri quando uno parla, così da evitare interruzioni. Questa cosa non si fa mai nella TV italiana per il semplice fatto che autori e produttori sanno benissimo che stimolando un po’ di rissa, la risonanza mediatica della trasmissione aumenta. Magari finisce su Blob il giorno dopo, o su qualche giornale. E’ voyeurismo.
      4. Assegnare ad ognuno un tempo minimo entro il quale può parlare senza essere interrotto, nemmeno dal conduttore.
  2. Giornali (web e cartacei) sempre più avvoltoi: un noto giornalista di un noto giornale con il nome che ricorda la celebre trasmissione “Il Fatto” (di Enzo Biagi), in una intervista televisiva disse: “noi intanto pubblichiamo le notizie, poi se sono false ci querelino pure.“. Della serie: scriviamo qualsiasi cosa, tanto ci possono querelare e quindi se abbiamo sbagliato paghiamo. Giusto, peccato che, nel frattempo, venga fatto un danno di immagine che sarà irreparabile qualsiasi cifra un giudice decida. L’irreparabilità deriva dalla mancanza di empatia e di sensibilità di un pubblico sempre più “fan” e sempre meno “lettore”. Una trasformazione che viene costantemente stimolata dal modo di fare televisione di cui parlavo al punto precedente, e da questo modo di intendere il giornalismo come “qualsiasi notizia deve essere pubblicata senza verificare fonti o accompagnarla dai commenti dei diretti interessati“. E’ la tecnica tipica dei giornali di gossip. E infatti funziona benissimo: il giornale scrive ciò che sa che piace al suo pubblico e non ciò che la notizia è. E’ puro marketing, con la differenza che i sistemi di informazione contribuiscono a formare l’opinione pubblica e, in questo caso, a degradarla, abituandola a dei meccanismi elementari del tipo “mi piace / non mi piace” tipici di altri contesti. Si elimina quindi la necessità della discussione, come del resto è evidente vedendo la quantità di persone che di un articolo leggono solo il titolo per poi andare a commentarlo esprimendo non concetti elaborati, ma considerazioni “pre-pensate” probabilmente sentite in quei 30/40 secondi di trasmissione o la mattina in treno o in autobus dal tuttologo delle 7:30.

Ora, con questo modo di fare informazione politica, davvero ci stupiamo del fatto che le persone non abbiano più fiducia non solo nella possibilità di riformare questo paese, ma anche nei loro stessi concittadini?

Ho sempre pensato che, in Italia, fosse urgente un cambiamento nel mondo dell’informazione. Qualcosa di nuovo, di più raffinato, che possa far coesistere l’etica giornalistica e la capacità di fare ascolti rispettando però l’intelligenza dei telespettatori e, se possibile, stimolare discussioni e desiderio di approfondimento, invece di essere un semplice, e becero, spettacolo in cui vediamo gente che si urla addosso insulti.

C’è bisogno cioè di superare i talk-show, comprese le loro ultime forme rappattumate in cui si cerca di fare qualcosa di nuovo poggiando su delle fondamenta vecchie e marce. E’ una questione, prima di tutto, di rispetto verso il pubblico nella sua interezza.

Pietro

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