Manifestazione del 20 giugno – Difendiamo il diritto a ignorare la realtà

Grazie a Pietro per l’ospitalità

Ho sentito definire l’ideologia gender “le scie chimiche della sociologia”, e mi sembra che colga in pieno la totale idiozia della cosa. Ed è vero che le bufale non andrebbero ripetute nemmeno per smontarle, perché si rischia di ottenere l’effetto contrario, ma quando è troppo è troppo.
Nel mio caso, la proverbiale goccia è stata il post pubblicato da Rodolfo Casadei il 17 giugno e intitolato “Perché il 20 giugno sarò a Roma”.
Il post si apre con una (lunga) serie di citazioni di alti papaveri della gerarchia ecclesiastica di cui vi risparmio l’esegesi. Dopodiché Rodolfo mette le mani avanti: lui si sente in dovere di parlare in quanto fa parte di

quei cattolici che si impegnano pubblicamente in difesa dei bambini delle scuole materne ed elementari che si vorrebbe sottoporre a quel lavaggio del cervello e condizionamento psichico chiamato “educazione al gender” […].

Quindi che sia ben chiaro, magari userà toni un po’ forti, ma che diamine, è per una buona causa! Ora non so a voi, ma a me lamentarsi semplicemente perché Rodolfo & co. strumentalizzano i bambini sembra un po’ ingenuo. Che si tratti di idee o beni di consumo, i bambini fanno vendere, e quando sono usati per una causa che condividiamo non facciamo così tanto gli schizzinosi (nel 1992 l’ambientalista canadese David Suzuki buttò la figlia allora dodicenne sul palco dello UN Earth Summit per commuovere la platea con un discorso che non aveva ovviamente preparato lei e di cui probabilmente la poveretta non aveva capito granché. La causa è nobile, certo. Ma la strumentalizzazione resta).
Detto questo, il problema di Casadei è non tanto la strumentalizzazione in sé, quanto il pensare che tirando in mezzo un presunto bisogno di difendere i bambini si venga automaticamente esentati dall’obbligo di produrre argomentazioni valide. Sorry, Rodolfo, non funziona così. Vediamo quindi quali sono le sue ragioni per partecipare alla manifestazione del 20 giugno.

Anzitutto non c’entrano niente valori, principi, ideali.

Partiamo bene. Perché subito dopo Rodolfo ci informa che la sua partecipazione

è anzitutto un tentativo di tradurre in pratica in una situazione data i primi due comandamenti del Decalogo […]

…che fino a prova contraria sono tra i principi cui si devono attenere i cattolici praticanti. Ma va bene, non stiamo a spaccare il capello in quattro. L’importante sono i bambini. (I primi due comandamenti, prendete nota, sono “Amerai il Signore” e “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.)
Il secondo motivo per cui Rodolfo il 20 giugno sarà in piazza è

il tentativo di denunciare e combattere l’ideologia totalitaria che in modo strisciante sta prendendo il potere nel mondo occidentale.

Ideologia del gender, direte voi? Quasi, dice Rodolfo, che preferisce invece chiamarla

“postsessualismo”, perché è evidente che l’obiettivo ultimo del progetto rivoluzionario è di abolire la differenza sessuale come differenza data e fondante le istituzioni della società, in nome dell’egualitarismo e dell’autodeterminazione del singolo individuo.

Sulle farneticazioni complottiste mi taccio per umana pietà. È interessante notare invece come Rodolfo sia assolutamente terrorizzato da a) l’idea che tutti gli esseri umani siano creati uguali (pensiero che peraltro è arrivato a formulare con quei due/tre secoli di ritardo, ma tant’è) e b) il concetto di autodeterminazione. Non sarà che il problema è proprio quello, Rodolfo, e che l’idea di prendere in mano la tua vita e gestirla senza uno che dal piano di sopra ti dica che cosa fare e non fare ti risulti spaventosa e insopportabile?

Che questa ideologia sia totalitaria non starò a spiegarlo con una dissertazione filosofica [Come vuoi, Rodolfo, forse perché non è possibile?], qui è meglio offrire qualche banalissimo esempio: quando un premio Nobel viene linciato sulla piazza mediatica e costretto a dimettersi dall’universo solo perché ha detto che le donne piangono più spesso degli uomini […], quando un pasticciere viene condannato da un tribunale non perché ha rifiutato di vendere una torta a una coppia di persone dello stesso sesso, ma perché si è rifiutato di scriverci sopra “Sì al matrimonio gay”, quella cosa di fronte alla quale ci troviamo si chiama totalitarismo.

Ti vedo un po’ confuso, Rodolfo. Siediti e respira.
Tim Hunt, il premio Nobel di cui parli, non è stato costretto a dimettersi per aver detto che le donne piangono più spesso degli uomini: si è dimesso perché non siamo più nel Medioevo, e se vieni invitato dalla Korea Federation of Women’s Science and Technology Associations, e fai commenti sessisti davanti alle tue ospiti, beh, oltre che misogino e arretrato ti dimostri anche un po’ idiota. E te ne devi assumere la responsabilità.
Il pasticcere che si è rifiutato di vendere la torta con slogan a una coppia omosessuale non è stato condannato per totalitarismo, ma perché quella sulla legge uguale per tutti non è solo una frasetta ad effetto, e la categoria dei pasticceri, credenti o meno che siano, non gode di esenzione dalla legge anti-discriminazione.
Come dici, Rodolfo? Ah sì, i bambini. Torniamo ai bambini.

I bambini ai quali è destinato l’indottrinamento psicopatogeno del gender sono il mio prossimo, e in quanto uomo e cristiano sono chiamato a prendere le loro difese, a fare qualcosa perché gli sia risparmiato questo male, a oppormi all’ingiustizia che è fatta loro.

Mah. Non sono sicura di seguirti, Rodolfo, e non solo perché “indottrinamento psicopatogeno” non vuol dire una beatissima ceppa. Se vogliamo parlare di ingiustizie verso i bambini, possiamo parlare per esempio del fatto che, in tutto il mondo, 99 milioni di bambini sotto i cinque anni sono denutriti e 39.000 bambine ogni giorno vengono costrette a sposarsi. Pensa quante belle famiglie tradizionali.
A quanto pare comunque non sono l’unica ad avere problemi con la logica del nostro eroe.

Un mio amico mi ha obiettato: «Così facendo tu intervieni a valle, sugli effetti, mentre bisogna intervenire a monte sulla causa. La politica è poco efficace, perché si occupa delle conseguenze, invece l’educazione è decisiva, perché cambia il soggetto».

Non potrei essere più d’accordo, Rodolfo. Se avessi studiato un pochino e meglio, in effetti, ti renderesti conto della quantità allucinante di sciocchezze che hai scritto finora. Come dici? Ah, giusto. I bambini!

Al mio amico ho replicato: «Amico mio, tu hai due figlie giovani. Se mentre le accompagni a casa da una festa ti si avvicinano due mascalzoni, e uno cerca di strappare la borsetta alla prima figlia, e l’altro molesta sessualmente la seconda, tu cosa fai? Dici: “fermatevi, l’essere umano è chiamato a riconoscere un bene nell’altro essere umano, voi siete migliori di così, venite a pregare con me e sarete illuminati, guardate nei miei occhi e scoprirete l’amore di Cristo”, oppure molli calci e pugni per dissuaderli dalle loro cattive intenzioni?»

En passant, caro Rodolfo, nel quasi 90% dei casi di molestia o violenza sessuale la vittima conosce l’aggressore, e nell’89% dei casi di pedofilia il perpetratore fa parte del nucleo familiare. Quindi è inutile continuare ad alimentare la favola dell’uomo nero in agguato nel vicolo buio. Comunque non lasciamoci distrarre. Mi sembra di aver capito che stai proponendo il ricorso alla violenza, ma devo averti frainteso, vero? Dopotutto all’inizio parlavamo di quel famoso Decalogo sull’amore per il prossimo…

Quando c’è un’aggressione, prima di tutto si risponde all’aggressione, in nome del buon diritto degli aggrediti.

Ah no, proponevi proprio il ricorso alla violenza. Violenza del tutto gratuita, mi permetto di farti notare. Perché vedi, Rodolfo, qui nessuno ti sta aggredendo. Riconoscere finalmente uguali diritti ai cittadini omosessuali non è un’aggressione a te, alla tua famiglia, ai bambini di tutto il pianeta, o alla tua religione. Mi dispiace che la cosa ti spaventi, ma non è necessario riversare la tua paura sul resto del mondo e spargere violenza verbale mascherata da buone intenzioni. E definire le tue sciocchezze per quello che sono non è totalitarismo, ma semplice buonsenso.

Benvenuto nel XXI secolo.

Kindness

Vi è mai capitato di avere a che fare con persone che non sono capaci di accettare la gentilezza e le buone maniere per quello che sono, ma che vedono dietro a questo delle altre cose? Persone che cioè interpretano i vosti gesti attribuendo ad essi dei significati che mai pensavate di convogliare? Ecco: purtroppo a me è capitato. Mark Twain diceva che:

Kindness is the language which the deaf can hear and the blind can see.

E cioè: “la gentilezza è il linguaggio che il sordo può udire e il cieco può vedere“. Sono delle parole molto belle, che a me piace intendere in “senso lato”: si può essere sordi e/o ciechi in tanti modi, sia in senso fisico sia in senso più astratto. Si può cioè essere sordi/ciechi alle emozioni, impenetrabili e impermeabili. E, quando questo accade, la gentilezza in effetti passa del tutto inosservata e viene interpretata nei modi più vari, a seconda del vissuto della persona oggetto della nostra gentilezza.

È una cosa sufficientemente provata che chi ha subito traumi emotivi, come chi, ad esempio, si è fidato ciecamente di qualcuno per poi vedere la sua fiducia tradita, poi diventi pian piano incapace di vedere questi atteggiamenti per quello che in realtà sono, senza doppi fini.

La cosa peggiore, quando si ha a che fare con qualcuno che ha questa impermeabilità e che non la rende manifesta, è che non ci si rende conto che si può fare del male e infastidire. Il passo successivo è che l’altro/a reagisce come se avesse subito un’aggressione a tutti gli effetti. Almeno questo è quanto è capitato a me: sono stato poi aggredito, vedendomi attribuire atteggiamenti e pensieri che mai mi avevano sfiorato.

Un consiglio che posso dare da questa esperienza è: non essere troppo entusiasti ad elargire gentilezza. Meglio andare per gradi, ognuno è diverso e se ha subito dei traumi non è detto che ne voglia parlare.

Resta comunque il fatto che, e ne sono fermamente convinto, essere gentili senza essere stupidi sia una qualità molto desiderabile, e rara.

Pietro

Camera con vista

In passato sono stato molto critico verso i social network.

C’è stato infatti un periodo in cui, dopo un primo momento di forte entusiasmo, avevo iniziato a vedere le cose in modo più severo, quasi impietoso…non mi stavo infatti accorgendo che era in parte mia la colpa: ero io che stavo riponendo nel social network più aspettative di quante “lui” fosse stato progettato per soddisfare.

E come tutti gli strumenti, anche i social possono avere esiti imprevisti e imprevedibili quando vengono usati al di fuori dei loro “parametri di funzionamento”.

Dopo poco più di un anno di permanenza su Twitter ho imparato ad apprezzare meglio molte cose: è molto raro, ma talvolta capita di fare conoscenze buone, con del valore. Capita cioè di conoscere delle persone, e non dei personaggi, e con il tempo sale la voglia, spinta dalla curiosità che dopotutto è il vero propellente della vita, di conoscere di più, magari avvicinandosi in modi più umani rompendo le (troppe) “barriere digitali”.

Ieri ho provato un piccolo “esperimento sociale”: ho registrato un brevissimo video per mostrare alla TL che ci sono davvero io dietro al mio profilo, per renderlo un po’ più umano e meno artificiale. La comunicazione umana è infatti complessa, ed è caratterizzata da tantissimi aspetti differenti: il tono della voce, le smorfie, la postura, lo sguardo, i gesti ma anche il profumo che uno indossa…Quando parliamo con qualcuno nella vita reale siamo letteralmente bombardati, anche passivamente, di segnali, sensazioni e in generale di tutte quelle cose che virtualmente non sono riproducibili e dunque si perdono, andando a deteriorare la natura stessa della comunicazione.

E questa grande perdita di informazioni sulle persone viene poi colmata da fantasie che la nostra mente produce, tentando di ricostruire ciò che non sappiamo usando quei pochi punti fermi che il social è in grado di darci. Si rischia cioè di creare aspettative che poi possono non corrispondere alla realtà. Si rischia cioè di idealizzare, e di restarci male.

Eppure c’è un’eccezione: per qualche misterioso motivo, ciò che il social non riesce ad annullare è proprio l’empatia (come mi diceva un amico blogger pochi giorni fa): quella sensazione di “comprensibilità” dell’altro che un po’ trascende anche la perdita di informazioni che lo strumento dei social produce.

Questo mi fa pensare al mio profilo Twitter come ad una sorta di “camera con vista” (senza allusioni a Forster e al suo “A Room with a view”): ho il mio spazio che posso gestire, e posso osservare gli altri facendoli entrare, se lo volessero.

Pietro 🙂