I postumi del #ReferendumVeneto

Il risultato è stato quasi un plebiscito: 60% di affluenza con 98% di sì. Zaia ha subito dichiarato che: “vogliamo i 9/10 delle tasse“.

Da cittadino del Veneto, non leghista, è precisamente il tipo di dichiarazione che temevo.

Come hanno detto in molti in questi giorni, questo referendum non era un obbligo di legge. Qualsiasi regione a statuto ordinario, come il Veneto, può richiedere una consultazione con il Governo che, con promulgazione di una legge statale, può concedere la cosiddetta autonomia differenziata regionale.

Tra le tante “voci” che si contrattano per raggiungere questo tipo di autonomia, sono presenti anche temi di tipo fiscale / tributario. Nello specifico si parla del cosiddetto residuo fiscale.

Le regioni dette “virtuose” o che “hanno i conti a posto” mostrano un residuo fiscale positivo. Questo significa che la regione restituisce allo Stato più soldi di quanti ne riceve per fare investimenti. In altre parole, la regione “genera” internamente ricchezza.

E’ solo il Veneto virtuoso? No, quasi tutto il centro-nord.

L’Emilia Romagna ha un residuo fiscale positivo molto simile in valore a quello del Veneto (17.8 miliardi € contro i 18.2. miliardi € del Veneto). Senza clamore, agitazione popolare e referendum vari, l’Emilia Romagna ha perseguito lo stesso obiettivo e pochi giorni fa ha raggiunto l’accordo con il Governo.

Perché, invece, noi in Veneto avevamo bisogno di sentire il parere della gente? Zaia dice: “per far capire che il popolo è con noi”. Ma che cosa, esattamente, rende diverso un veneto da un emiliano o da un romagnolo? Perché noi dovevamo sbattere i pugni sul tavolo quando bastava chiedere?

C’è questa sorta di “peccato originale” o di “complesso di sfruttamento” che il leghista veneto sente da parte dello Stato. E’ un antico retaggio della lega degli anni 90. La Lega di Bossi e di “Roma Ladrona”, “Veneto Stato” e altre follie di questo tipo.

Dico “follie” perché se avessimo speso 1 anno degli ultimi 30 a parlare seriamente di federalismo fiscale, senza ideologie e retorica, ma seguendo un progetto semplice e inquadrato nei limiti imposti dalla Costituzione, come quello che è stato seguito in Emilia, magari avremmo già raggiunto molti risultati.

E, dico sempre magari, molte altre regioni avrebbero potuto seguire lo stesso percorso e, ancora magari, anche quelle meno virtuose avrebbero potuto cogliere l’occasione per iniziare un percorso di risanamento.

Perché adesso la Lega deve parlare di “9/10 delle tasse?”. Che senso ha? Se già abbiamo la legge che ci dice che il residuo fiscale si può contrattare per vedere di reinvestirne una parte sul territorio regionale, perché dobbiamo fare queste sparate controproducenti?

La risposta è semplice: le politiche sono vicine, e a qualcuno serve fare campagna elettorale.

Io sarei d’accordo sul reinvestire parte di questi soldi per fare investimenti in regione: trasporti, scuole / università, sanità, ecc. Non sono invece d’accordo che questi vengano semplicemente “trattenuti” a far cassa senza progetti specifici per il loro reinvestimento. Questo perché non sono “soldi nostri” perché il Veneto fa parte di una Repubblica, che è unita, fino a prova contraria.

Il referendum doveva essere un modo per “motivare” o “dare maggior peso” alla richiesta. Io penso che si rivelerà molto controproducente. Non è caricando di isteria o alzando la voce che si ottiene qualcosa, soprattutto perché è previsto già dalla Costituzione che si possano ottenere maggiori autonomie.

Bastava chiedere, ma a quanto pare si preferisce urlare.

Pietro

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#Unionincivili in scena al Senato

Questa mattina dicevano al Senato:

Avere figli è un desiderio, non un diritto. Invece, un bambino/a ha il diritto ad avere un padre ed una madre perché è naturale, perché ognuno nasce da un padre e una madre.

Anche un bambino abbandonato aveva un padre ed una madre, che lo hanno gettato via come un rifiuto. Come la mettiamo? A cosa ha avuto diritto il bambino in questo caso? A due persone che lo odiano.

La diversità sessuale di due genitori non è garanzia di alcunché, nonostante molti Senatori la pensino diversamente.

Non sarebbe, invece, più sensato parlare di diritto del bambino/a ad avere due genitori che lo amino indipendentemente dal loro profilo genetico?

Nessuna persona si sceglie i genitori, ed è proprio per questo che si dovrebbe insistere sul diritto di poter essere genitori, indipendentemente dal sesso.

C’è gente desiderosa di seguire per la vita la crescita e lo sviluppo di altri, cioè la definizione di quello che dovrebbe fare un padre o una madre. Dire a queste persone: “no, non potete perché siete due uomini” o “siete due donne” è aberrante.

La violenza contro i bambini è questa: restringere le loro possibilità di avere una famiglia felice, tirando in causa argomentazioni traballanti e citando testi sacri scritti millenni fa in un altro tempo e per un altro mondo.

Dovrebbe scattare un qualche tipo di senso etico o di obbligo morale, qualcosa che faccia capire a chi è contrario alle famiglie “omogenitoriali” che discriminare sulla qualità dell’amore è un atto violento e odioso e che si distingue dalla violenza fisica solo per le modalità, non per l’intensità.

Pietro

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La lezione di questi giorni su #unionicivili

 

Assisto inerme all’orrendo spettacolo che da settimane sta andando in scena nelle aule parlamentari.

C’è chi parla di uteri in locazione e in subaffitto, e chi legge passi dell’Antico Testamento, parlando di sodomiti e punizioni divine in Senato, come se ci fossimo trasformati improvvisamente in una Repubblica Popolare Cristiana qualsiasi.

C’è poi il peggio di tutta questa vicenda: quei parlamentari che, privi di ogni fibra morale, vedono solo il gioco politico e l’opportunità di poter sfruttare a proprio vantaggio una situazione per tentare di darsi un peso, un’importanza che l’elettorato e, spesso, la decenza hanno tolto loro da molto tempo, come per voler dire: “visto che conto anche io?”.

C’è da provare solo pietà, e forse un po’ di compassione per queste persone, così tanto ridotte, umanamente parlando, ai minimi termini. C’è forse un problema di bassa intelligenza emotiva? Di empatia inesistente?

Ognuno ha il suo modo di vedere l’argomento delle unioni civili, ma quando si parla di uguaglianza tra persone, è davvero necessario essere di parte? O basterebbe magari un briciolo di sensibilità, un istante in cui si pensa e si realizza: “è sbagliato che altri siano forzati a vivere peggio di me”.

Questi parlamentari sono così a corto di argomenti politici da usare la vita personale della gente come passepartout elettorale? “Vai contro i gay, stai sicuro che qualche voto lo prendi.”

E’ una pietosa rivincita dei miserabili, troppo abituati allo squallore e alla sciatteria per accorgersi che stanno giocando con la vita e la serenità di molti di noi che, in questa legge, hanno riposto la speranza di vedere riconosciuta la “normalità” della loro vita familiare.

Pietro

 

Come si cambia (#dietrofrontM5S)

Ad aprile 2015, ricordo un acceso scambio, o meglio, una sequenza di insulti che mi furono rivolti da una nota wannabe tweetstar attivista LGBT e da un suo amico (non farò i loro nomi ma li chiamerò I. e M.), che mi hanno definito, interpretando in modo del tutto fantasioso le mie parole, un “piddiota fascista e demente che spera nella legge dei diritti civili“.

Sempre sulla legge dei diritti civili, hanno passato mesi a tontonarmi dicendo: “non verrà mai fatta“, “farà schifo perché fatta dal PD“, “si doveva fare prima“, e altre frasi tipiche di gente che passa la vita a masturbarsi nel suo idealismo.

Queste persone hanno passato l’ultimo mese a tifare come esaltati in favore della Senatrice Cirinnà e del suo ddl.

Sempre queste persone, hanno votato Movimento 5 Stelle.

Oggi il dietrofront di Grillo, e loro sconvolti e/o disorientati.

Io sono più preoccupato per la possibilità che l’Italia perda l’ennesimo treno verso la modernità.

Di Grillo mi stupisco molto poco, sono anni che accumula consenso ma, nella pratica, a livello nazionale, quando si tratta di stringere e venire al sodo si tira sempre indietro.

Perché? L’elettorato, coprendo un’ampio spettro che va dall’estrema sinistra all’estrema destra, è talmente diversificato che è impossibile generare una sequenza di proposte programmatiche puntuali e precise che possano poi trovare un allineamento o una discussione con quelle di altre forze politiche. Come si fa a mettere d’accordo gente che proviene da orientamenti politici virtualmente di ogni tipo?

Giustamente l’unica cosa su cui tutti possono essere d’accordo è cosa non vada bene e, cioè, per la somma delle parti, tutto.

Infatti, è già difficile mettere d’accordo i cattolici e i non cattolici di area sinistra che comunque condividono un percorso storico comune, figuriamoci quanto difficile possa essere mettere assieme gente, che per giunta sembra sempre incazzata, che arriva un po’ dappertutto.

E’ una (utile)utopia, e per noi cittadini senza diritti è solo tempo sprecato e umiliazione.

Pietro

Finalmente #cirinnamoreremo

Viviamo in un mondo pieno di violenza, che viene ormai sdoganata dai mezzi di informazione e pure ricreata per intrattenimento.

Non ho mai sentito un’emittente TV lamentarsi per un film eccessivamente violento, al massimo ci piazzano un bollino rosso e il film va in onda. Neanche l’onnipresente Osservatore Romano, sempre puntuale quando ci ricorda quanto “pericoloso sia per il tessuto sociale” lo sdoganamento dell’innaturalità dell’omosessualità, condanna apertamente questa forma di intrattenimento.

L’amore fa più paura della violenza, è un dato di fatto.

Nello stato precario in cui ci troviamo, sapere che, anche per lo Stato, non esiste distinzione tra l’amore provato da un eterosessuale, da un omosessuale o da un transessuale ma esiste solo amore e che questo, e non la riproduzione, costituisce l’unica base contemporaneamente necessaria e sufficiente per costruire una famiglia felice, è una notizia che mi riempie di gioia.

Dopo anni in cui ci dicevano che i malati di mente siamo noi, un recente studio (e qui) sembrerebbe mostrare che, dopotutto, è l’omofobia il vero disturbo mentale.

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Pietro

 

#Bagnasco, il #FamilyDay e l’antropologia

Il Card. Bagnasco ha recentemente dichiarato che i figli non sono un diritto e che devono avere una mamma e un papà, dal momento che la famiglia è “antropologica, non ideologica”.

Frase curiosa perché così facendo Bagnasco identifica la famiglia nel senso cristiano cattolico con quella “struttura sociale” biologica che esiste nelle specie animali, peraltro con grandi variazioni tra una specie e l’altra.

In realtà la “famiglia cristiana”, con buona pace di Bagnasco, è una forma ideologica di famiglia imposta e regolamentata dalla Chiesa sulla società occidentale nel corso dei secoli. Se la famiglia fosse esclusivamente antropologica, osserveremmo sempre la stessa struttura con le stesse “regole” in qualsiasi cultura umana nel mondo. Cosa che invece non accade sempre in altre culture.

Vorrei dire che nessuno parla di “diritto ad avere figli”, si parla invece di “diritto alla possibilità di averli”: sono due cose ben diverse ed è una questione che interessa tutti, eterosessuali compresi. Ci sono molte coppie eterosessuali con problemi più o meno gravi di fertilità, eppure quando si parla di “modi alternativi di avere figli”, finiscono sempre nel mirino gli omosessuali.

In effetti, per la Chiesa Cattolica, la questione della riproduzione sessuata è molto importante. Forse molti non sanno, includendo anche i tanti che vanno al Family Day, che uno dei primi requisiti per considerare un matrimonio un “vero matrimonio” e dunque ciò che ne esce una “vera famiglia” è che l’uomo non deve essere impotente, e che entrambi i coniugi devono essere capaci di sesso vaginale che deve terminare con l’eiaculazione all’interno della vagina della donna. Questa è una condizione che viene detta indispensabile.

Quindi: se vi siete sposati in Chiesa e non avete avuto figli, non li avete voluti, o vi siete sposati in età avanzata e non potete più riprodurvi, il vostro matrimonio, per la Chiesa, è nullo. Vorrei sapere se i tanti che vanno a manifestare al Family Day e che magari rientrano in una di queste “categorie”, sanno che stanno difendendo della gente che considera il loro legame tanto odioso e impuro come quello dei “non matrimoni omosessuali”.

Un matrimonio senza riproduzione non ha senso per la Chiesa dal momento che la sua funzione è, in un certo senso, “santificare” l’attività sessuale, fintanto che questa è finalizzata alla sola riproduzione per la costruzione di un nucleo familiare.

Il matrimonio è, in sintesi, un bel vestito, socialmente accettabile, da mettere addosso al desiderio di copulare.

Per sintetizzare questa prima parte, la sola famiglia che la Chiesa riesce a capire è quella in cui un contratto, il matrimonio, regola e benedice l’attività sessuale di due individui di sesso opposto che producono figli. Il vincolo matrimoniale poi impone dei doveri al marito e alla moglie, come ci ricorda Famiglia Cristiana:

La moglie è in pratica un “curioso animale domestico“, per citare Fantozzi, che il marito deve guardare quasi con pietà.

E’ dunque chiaro che per la Chiesa un matrimonio omosessuale non ha alcun senso perché è assente la possibilità “pratica” di generare figli con il sesso. Quello che trovo singolare è l’incapacità di astrazione della Chiesa, che non riesce ad andare oltre all’equivalenza:

sesso = riproduzione = amore

Si può avere amore con e senza sesso e, viceversa, sesso con e senza amore.

Ci si può riprodurre con e senza amore e, viceversa, amore con e senza riproduzione.

Riproduzione implica sesso? No! Se un uomo soffrisse, ad esempio, di disfunzione erettile e la donna non avesse problemi di fertilità, perché non possono riprodursi estraendo lo sperma dell’uomo e inseminando la donna?

Che differenza c’è se l’ovulo venisse fecondato da uno spermatozoo che arriva da una pipetta invece che da un pene? Il risultato finale è lo stesso. Questo rende forse i bambini meno umani? Dei mostri di Frankenstein?

Io penso che delle persone disposte a fare tutto questo per avere un figlio da crescere siano dei genitori con un potenziale umano enorme, molto più di quello di quattro porporati rinsecchiti che pretendono di dare lezioni su cosa sia il sesso, la riproduzione e la famiglia quando per libera scelta hanno deciso di rimuovere dalla loro vita tutto questo.

Tornando alla questione dell’omosessualità e dei bambini cresciuti da famiglie omogenitoriali, come dicevo in un post precedente, la parola spetta alla scienza che, a differenza della Chiesa, riflette e anticipa la maturità intellettuale della popolazione globale, invece di costringere l’uomo a vivere secondo dettami vecchi di millenni, come se il tempo non avesse senso.

Cito le conclusioni di alcuni studi, che si possono recuperare cliccando sui link, riguardo le famiglie omogenitoriali e i figli:

2007, Università del Michigan

Results confirm previous studies in this current body of literature, suggesting that children raised by same-sex parents fare equally well to children raised by heterosexual parents.

2013, Università di Cambridge

I genitori gay mostravano, rispetto ai genitori eterosessuali, meno livelli di depressione e di stress legati alla genitorialità. I padri gay mostravano un maggior calore e un maggior numero di interazioni nei confronti dei figli. Inoltre, mostravano minore aggressività educativa e maggiore sensibilità. Non vi erano invece differenze tra i genitori gay e i genitori lesbiche. Riguardo ai figli, si rilevava un maggior numero di problemi esternalizzanti (rabbia, comportamenti aggressivi etc.) tra i figli dei genitori eterosessuali.

2014, Università di Melbourne

Australian children with same-sex attracted parents score higher than population samples on a number of parent-reported measures of child health. Perceived stigma is negatively associated with mental health. Through improved awareness of stigma these findings play an important role in health policy, improving child health outcomes.

Questi sono i fatti: no, i bambini non crescono male, non crescono “infettati” dall’omosessualità e no l’umanità non si estinguerà. E se i bambini dovessero venire “maltrattati” a scuola dai loro compagni per via dei loro “genitori strani”, non è colpa dei bambini con due mamme o due papà, è colpa di quei genitori che hanno educato male i loro figli e, se male educati, sotto la categoria di “genitori strani” e “famiglie strane” rientrano tante cose.

Ad esempio, la mia scuola elementare era privata, gestita da suore. I miei genitori venivano considerati “strani” perché erano divorziati. E sì, mi ricordo alcuni bambini che mi dicevano: “perché non hai due genitori?”, oppure: “perché non hai foto con loro due?”.

Al giorno d’oggi avere i genitori separati, purtroppo, non è cosa rara. Anche se parlo di 20 anni fa, ogni “momento storico” ha le sue “stranezze”.

Al tempo dei miei nonni erano “strane” le famiglie in cui un “bianco” sposava un “nero”, quando ero piccolo io erano “strane” le famiglie divorziate e/o allargate…adesso è il turno delle famiglie con genitori dello stesso sesso.

Passerà anche questa, l’importante è ricordarsi che a decidere cosa sia naturale da cosa non lo sia non è compito che spetta all’uomo, che è solo un osservatore e sperimentatore.

Se una cosa fosse “innaturale”, non si osserverebbe a priori in natura; il giudizio dell’uomo è ininfluente, come mostra infatti la stessa biologia che la Chiesa tanto chiama in causa, in modo parziale, quando le fa comodo:

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Pietro

Qualche pensiero su #unionicivili e #bagnasco

I gay che: “sono omosessuale, non gay” oppure “sono gay ma i bambini non si toccano” (riferendosi al caso delle adozioni) non riuscirò mai a capirli. Trovo che questi discorsi siano abbastanza pericolosi, e che forse denotino un misto tra Sindrome di Stoccolma e un’idea di omosessualità che si ferma alla “fase sessuale”.

Se facciamo un discorso sui diritti dei bambini che vengono adottati, molto banalmente potremmo dire che questi bambini hanno il diritto di essere felici, e di crescere in un contesto che possa dare loro, per il più lungo tempo possibile, serenità e armonia.

La questione dunque si riduce a: per creare un contesto sereno e armonico in cui far crescere un bambino o una bambina, è necessario che i genitori abbiano sesso diverso?

Visto che qui parliamo di progetti di legge che disciplinano la vita affettiva dei cittadini a prescindere dal loro credo politico e religioso e quindi prima di tutto come esseri umani, l’unica “guida” che possiamo usare per condurre il ragionamento è la scienza, dal momento che questa, a differenza del resto, gode di un livello di obiettività univocamente verificabile e universale, dal momento che il suo modo di procedere prescinde dalle convinzioni personali di chi la utilizza.

La scienza a riguardo dice una cosa chiara: i bambini adottati da coppie dello stesso sesso non mostrano alcuna differenza rispetto a quelli che crescono in coppie eterosessuali ma, in molti casi, crescono in un contesto più sereno dal momento che nelle coppie omosessuali sono assenti quegli stereotipi di genere che, purtroppo, ammorbano spesso le coppie eterosessuali.

Si dice spesso che gli omosessuali che vogliono adottare dei bambini sono egoisti.

Se chiedere che la legge riconosca che l’amore sia uno e uno solo e non differenziato per qualità in base all’orientamento sessuale, è egoismo, mi chiedo come si possa definire l’atteggiamento di quelli che, tanto etero quanto gay, credono che sia giusto ritenere l’amore di una coppia omosessuale inadatto per un contesto familiare; come se l’amore fosse diviso tra “amore vero” (eterosessuale) e qualcos’altro nel caso omosessuale.

Cosa c’è di più egoista del limitare la libertà personale e affettiva dei propri concittadini nel nome delle proprie convinzioni personali (e sottolineo convinzioni) mantenute da miopia culturale e deficienza scientifica?

Chi sono quindi i veri egoisti? Le persone che chiedono che non ci siano classificazioni tra amore di serie A e serie B, o quelli che invece di affrontare le proprie insicurezze restano avvinghiati a totem ideologici affrontando rabbiosamente ogni questione da cui si sentono minacciati?

Gli unici egoisti sono quelli che fanno pagare a tutta la collettività il prezzo della loro arretratezza culturale, dimettendo ogni questione con un “i problemi sono ben altri!“.

Pietro

Featured Image originale su Panorama

Peer reviewing nei media (#DiMartedi)

Sto guardando DiMartedì su La7 e rimango basito dal fatto che in TV si parli con così tanta serenità di qualsiasi cosa, senza alcun tipo di verifica o di confronto delle competenze specifiche di ogni ospite.

Del resto, con 30 secondi a disposizione di ciascuno tra una interruzione e l’altra come si potrebbe fare altrimenti?

Oggi si parla di banche. Quanta gente può dirsi esperta di sistemi bancari, o di economia in generale? Quanti conoscono a sufficienza l’argomento da poterne parlare in serenità?

E il mestiere di conduttore? Ormai i conduttori sembra che sappiano parlare di tutto, dalla religione alle banche passando per il terrorismo internazionale.

Quello che servirebbe, a noi non esperti, è uno spazio privo di pubblico, niente applausi e claque che influenzano le nostre opinioni. Solo ospiti competenti e riconosciuti internazionalmente per i temi di cui si parla che si confrontano parlando in modo semplice e chiaro in modo da rendere la comunicazione con noi, pubblico non esperto, il più trasparente possibile.

E sarebbe anche bello che noi potessimo vedere una sorta di “peer review” delle opinioni dei vari tecnici, come nel mondo scientifico. Se l’esperto A dice B, io voglio sapere anche cosa ne pensano gli esperti C, D, E riguardo ciò che A ha detto. Questo in TV, generalmente, non si fa, e neanche sui giornali.

Ognuno predica e pontitifica dalla propria torre, e noi sotto restiamo nella confusione, che alimenta il populismo alla Salvini.

Pietro

Pubblicare notizie non vuol dire necessariamente informare

Una persona mi comunica la sequenza di numeri 14159265358979323846. Non è importante che io sappia cosa sia, magari ho un sospetto. Ma decido di pubblicarla su un giornale, dove non esprimo un parere ma “lascio alla gente farsi un’opinione”. Le persone leggono l’articolo dove parlo di una “misteriosa sequenza di numeri”, magari ascoltata in una intercettazione tra due politici:

  • La persona X pensa che siano numeri a caso –> cosa si è fumato il giornalista?
  • La persona Y, più curiosa, chiede a dei suoi amici se per caso questa sequenza di numeri abbia qualche senso –> qualcuno gli dirà che sono numeri a caso, qualche altro gli dirà che sono una serie matematica, altri ancora gli diranno che non sanno.
  • La persona Z, esperta di matematica, riconosce immediatamente che la sequenza è la parte decimale del Pigreco e quindi fa sparire, in un attimo, tutto l’alone di mistero che il giornalista aveva creato.

A questo punto, le persone come X, Y e Z si scambiano dei commenti, ognuno convinto che la sua sia la spiegazione corretta. X sarà certo che i numeri siano inventati, Y sarà d’accordo con X o con Z oppure non avrà opinione e Z sarà fermo della sua. Z proverà a dire che, in quanto matematico, è l’unico che può parlare con cognizione di causa, ma questo non importa, perché i matematici sono pochi e la maggioranza della gente segue X e Y.

Ho usato qui l’esempio dei matematici per parlare in generale di “esperti”: gli esperti veri, in qualsivoglia questione, sono sempre pochi.

In conclusione? La gente sceglie sempre Barabba (X e Y). Pubblicare un qualcosa non implica informare sulla questione. Questo modo di ragionare si basa sull’appiattimento dei requisiti di specificità proprie del particolare argomento dal momento che assume che tutti siano esperti dell’ambito cui la cosa fa riferimento, e dunque autonomi per formulare un giudizio critico e dunque informarsi.

Cos’altro significa informarsi, nel caso delle vicende umane, se non acquisire elementi per maturare un giudizio? Peccato che questo processo sia attuabile dalle sole persone che già hanno gli strumenti per “lavorare” sulla “materia prima” che i giornali distribuiscono.

In effetti, qui entrerebbe in gioco la figura del giornalista che dovrebbe fare da tramite tra la “materia prima” e la “massa” ineducata. Ad esempio: si parla di economia? Bene, allora un giornalista esperto di economia dovrebbe occuparsi di lavorare sugli elementi che ha a disposizione, producendo un articolo che sia il più possibile non equivoco dal punto di vista del contenuto informativo, tentando di “elaborare” quanta più “materia prima” possibile in una forma che incapsuli gli strumenti necessari per comprendere l’essenza della questione, in modo che potenzialmente tutti possano capire ciò di cui si parla. Questo dovrebbe fare un giornalista, e solo questo.

Invece, pare che sia sempre più comune l’atteggiamento del “lascio alle persone formarsi un’opinione” accompagnato da una sempre più superficiale scrittura degli articoli che, per i motivi detti sopra, non informano più ma fanno solo gossip.

Pietro

Nel frattempo Vendola…

Abbiamo letto tutti la notizia che riguarda SEL e Vendola. L’idea è superare il vecchio progetto e andare oltre la “sinistra del rancore” e unire tutta la sinistra extra-PD. Sono pronto a scommettere qualsiasi cosa, qualsiasi, che questo progetto fallirà spaventosamente. Non è nella natura della Sinistra italiana essere unita. Di questo ormai abbiamo accumulato tante di quelle prove empiriche che ormai possiamo serenamente generalizzare ad una teoria.

A volte scherzando dico che la sinistra italiana è l’unica forza politica “autosilurante” d’Europa. In effetti è così: si fanno sempre tanti discorsi, più o meno astratti. Quando si tratta di venire al dunque e di formalizzare una proposta riassuntiva, tutto si disgrega. La Sinistra italiana degli ultimi anni ha dimostrato, purtroppo, di essere incapace di arrivare ad un momento di sintesi dove le menti collaborano per disegnare un progetto comune, e di essere invece unita dal benaltrismo. C’è un problema che si presenta? Si inizia a considerarlo, però, man mano che si va avanti, emergono le inconciliabili differenze ideologiche che minano la tenuta del partito e, per salvare il salvabile, si archivia il problema delegandolo a future generazioni, dicendo “eh ma i problemi sono ben altri!”. E intanto si accumulano.

E’ come se ognuno si dividesse, ideologicamente, sul modo migliore, secondo lui/lei, per realizzare il progetto. Ed ecco che l’eventuale segretario dell’ipotetico partito viene messo in secondo piano e primeggiano i “capi corrente” ognuno per se, con i suoi 5/10 parlamentari, che, con il dito alzato, ci dicono, ciascuno, di essere le “vere” persone di sinistra.

Onestamente: abbiamo già dato. Sappiamo già come vanno a finire queste cose ed è uno dei motivi per cui Veltroni tanto si era adoperato per creare il PD: marginalizzare questi comportamenti. Non sono un antropologo, un politologo o uno storico, però mi piacerebbe molto capire perché la Sinistra italiana sia malata di questo eccesso di idealismo che la imprigiona in una condizione di perenne semi-immobilismo.

Sarà un mio limite, ma non riesco davvero a pensare ad un partito di sinistra extra-PD che resti unito nel tempo e che abbia il dinamismo e l’agilità necessaria per rispondere alla varietà e alla velocità degli stimoli che arrivano dalla società non solo Italiana ma Europea e Mondiale. Non riesco a pensarlo dinamico e agile soprattutto se guidato o costruito da personalità come Vendola che abusano della retorica al punto da impiegare una decina di minuti anche solo per presentarsi.

Non riesco neanche a pensare ad un partito di sinistra extra-PD che sia in grado di superare totem ideologici come l’articolo 18, o la difesa a prescindere del sindacato così come è strutturato ora. Tra 10 anni che tipo di tessuto industriale avremo? Ci saranno ancora grandi aziende come Ilva e simili? Avremo ancora operai metalmeccanici o da catena di montaggio o saranno tutti sostituiti da robot? Il sindacato monolitico da cui il politico di turno cerca la benedizione per le proprie riforme sarà ancora utile in un mondo così? O forse sarebbe meglio passare ad un modello alla tedesca dove le rappresentanze sindacali sono “personalizzate” all’interno di ogni azienda?

Sono tutte questioni di grande attualità alle quali, penso, la sinistra immaginabile da Vendola non sarebbe in grado di dare alcuna risposta che non sia stata già “provata” in passato. Con questo non voglio dire che non esiste la possibilità di creare progetti alternativi al PD, ma che non si costruiscono alternative adatte al 2015 radunando gente nostalgica sotto simboli da museo cantando allegramente “bandiera rossa” o “bella ciao” con un fiasco di rosso in mano.

Come diceva Bersani anni fa: “un partito deve essere utile al Paese”, pensiero che condivido in pieno. Se un partito non fosse utile al Paese sarebbe solo mania di protagonismo dei suoi leader.

Pietro