Inesperienza – Il Jolly preferito da molti

L’altro giorno, ad uno spriss con amici, parlavamo delle nostre storie passate e del fattore “inesperienza”, che ha toccato un po’ tutti, come è ovvio che sia.

Ci ha toccato in entrambi i versi: cioè sia quando gli inesperti eravamo noi sia quando abbiamo avuto a che fare con inesperti.

Su una cosa però concordavamo tutti: l’inesperienza non può e non deve mai essere una giustificazione per qualsivoglia comportamento, soprattutto se scorretto.

Ad esempio: essere inesperto non autorizza a non usare la testa (protezioni, ecc), e non deve essere una scusa per aver trattato male qualcuno.

L’amor proprio, l’educazione e una elementare capacità di capire che le persone sono fatte tanto di materia quanto di emozioni e sentimenti, dovrebbero esistere a prescindere dall’esperienza e, anzi, essere i requisiti fondamentali senza i quali non bisognerebbe neanche avvicinarsi a qualcuno.

Purtroppo non è da tutti essere così maturi da dire: ok, non sono ancora pronto per relazionarmi con gli altri in modi diversi dall’amicizia. Spesso prevale l’interesse personale: voglio fare esperienza e fanculo tutti.

Dicevamo “elementare” perché alla fine c’è chi è più o meno in grado di immaginare la complessità che costituisce una persona. Però, un minimo minimo sindacale per capire che non siamo solo un pene, un culo, una vagina o un paio di tette è un po’ ciò che segna il confine tra le scimmie e l’essere umano dotato di normale intelligenza.

Eppure, confrontando le nostre esperienze, abbiamo visto che è piuttosto frequente incappare in ragazzi o ragazze che giustificano una grande varietà di comportamenti tirando in ballo l’inesperienza o, talvolta, anche la giovane età. Atteggiamento che tradisce, di solito, un notevole egocentrismo che sconfina, patologicamente, nel narcisismo, dal momento che l’autocritica si ferma in superficie adducendo una motivazione che risiede in una condizione personale e non in una propria “mancanza” di base.

Per tornare agli esempi fatti sopra: hai fatto sesso senza protezione? Sei un pirla, non sei inesperto/a. Hai trattato male qualcuno? Sei uno stronzo/a non sei inesperto/a.

Tutto questo è nato dopo qualche sprizzetto. Sempre detto che lo spriss ha una valida funzione sociale 🙂

E a voi? E’ capitato di usare l’inesperienza come giustificazione o di vedere questo comportamento in qualcuno che conoscete?

Pietro

La bellezza solitaria

C’è una differenza tra il sentirsi soli e l’essere solitari. Nel primo caso c’è una insoddisfazione di un desiderio di condivisione, nel secondo, invece, è un modo di vivere: il “bastarsi” da soli. Talvolta capita di sentirsi un po’ a metà tra questi due “stati”, di fluttuare un po’. Penso sia fisiologico. Quello che poi si fa ogni giorno finisce per “sbilanciare” la fluttuazione più verso l’una o l’altra cosa.

Ci si può sentire belli rimanendo da soli? O meglio…ha senso? E’ un pensiero che spesso faccio. Io non sono assolutamente “bello” nel senso fisico del termine, anzi, che ne dicano parenti o qualche amico/a. La bellezza fisica è ben altra. Non lo dico per fare vittimismo, ma è l’oggettiva verità.

Tuttavia, contrariamente ai soliti luoghi comuni che non sopporto (non è bello ciò che è bello ma ciò che piace, la bellezza fisica non conta, sei bello dentro, ecc), nel bilancio finale conta anche questo. La soggettività si esprime poi dando dei pesi, per ognuno diversi, ad ogni “componente” della bellezza.

Il punto è che la bellezza esteriore è come il display di un computer: per lo sconosciuto/a, una bella immagine fa la sua impressione. Certo non si può sapere se si tratti di uno screensaver che svanirà appena si inizierà a premere qualche pulsante, o se sia bellezza in senso proprio. Non si può cioè sapere a priori se ciò che si vede è prodotto da qualcosa di sostanziale. Ragionando all’inverso, se uno fosse bello dentro, sarebbe naturale una “proiezione” sull’esterno in cui si rende manifesta l’interiorità, in parte, perché no, riflettendosi sulla fisicità.

Io ho tanti(ssimi) difetti, lo dico sul serio, che non sto qui ad elencare, ma, bene o male, mi è sempre stato detto (con qualche eccezione fisiologica) che sono, all’interno, una “bella persona”. Quello che nel mio caso manca è la “continuità” con l’esterno. Un po’ di tempo fa non accettavo questa mancanza che ora, con un pizzico di disillusione, prendo semplicemente come uno dei tanti aspetti della vita. E’ così e fine.

In questo senso dico che, a volte, ci si vede belli solo da soli, perché ci si vede senza “attribuzioni esterne”, riconoscendo anche gli aspetti fisici e caratteriali che non piacciono. Il fatto è che, spesso, non si è mai soli per un tempo sufficientemente lungo che possa permettere di “ritrovarsi” abbandonando gli “abiti di scena” che troppo spesso ci vengono messi addosso, tagliati e cuciti da altri.

Pietro

Kindness

Vi è mai capitato di avere a che fare con persone che non sono capaci di accettare la gentilezza e le buone maniere per quello che sono, ma che vedono dietro a questo delle altre cose? Persone che cioè interpretano i vosti gesti attribuendo ad essi dei significati che mai pensavate di convogliare? Ecco: purtroppo a me è capitato. Mark Twain diceva che:

Kindness is the language which the deaf can hear and the blind can see.

E cioè: “la gentilezza è il linguaggio che il sordo può udire e il cieco può vedere“. Sono delle parole molto belle, che a me piace intendere in “senso lato”: si può essere sordi e/o ciechi in tanti modi, sia in senso fisico sia in senso più astratto. Si può cioè essere sordi/ciechi alle emozioni, impenetrabili e impermeabili. E, quando questo accade, la gentilezza in effetti passa del tutto inosservata e viene interpretata nei modi più vari, a seconda del vissuto della persona oggetto della nostra gentilezza.

È una cosa sufficientemente provata che chi ha subito traumi emotivi, come chi, ad esempio, si è fidato ciecamente di qualcuno per poi vedere la sua fiducia tradita, poi diventi pian piano incapace di vedere questi atteggiamenti per quello che in realtà sono, senza doppi fini.

La cosa peggiore, quando si ha a che fare con qualcuno che ha questa impermeabilità e che non la rende manifesta, è che non ci si rende conto che si può fare del male e infastidire. Il passo successivo è che l’altro/a reagisce come se avesse subito un’aggressione a tutti gli effetti. Almeno questo è quanto è capitato a me: sono stato poi aggredito, vedendomi attribuire atteggiamenti e pensieri che mai mi avevano sfiorato.

Un consiglio che posso dare da questa esperienza è: non essere troppo entusiasti ad elargire gentilezza. Meglio andare per gradi, ognuno è diverso e se ha subito dei traumi non è detto che ne voglia parlare.

Resta comunque il fatto che, e ne sono fermamente convinto, essere gentili senza essere stupidi sia una qualità molto desiderabile, e rara.

Pietro

Il Gatto Nero

Qualche settimana fa raccontavo di come il 2014, e ormai anche questo inizio di 2015, mi hanno insegnato molte cose, specialmente sul tema dei rapporti umani. Tra le tante, ho veramente capito qualcosa che di solito ripetevo come un mantra, a vuoto: “è impossibile imporsi di voler bene a qualcuno“.

Spesso si parla, secondo me sbagliando, di “accontentarsi”, di “accettare passivamente” perché spesso molti dicono che le cose possono piacere man mano che ci si abitua. Io trovo pericolosa la confusione che spesso si fa tra la necessità di adattarsi e l’accontentarsi. Sono due cose ben distinte: l’adattamento, infatti, pur essendo un compromesso, mantiene quell’energia e quella spinta che sono funzionali al percorrere una qualche strada verso un qualche obiettivo. Mi adatto ma lo faccio consapevole di dove si sta andando. L’accontentarsi, invece, è un compromesso che include, più o meno tacitamente, l’assunzione che non si potrà, a priori, avere quello che si cerca. Si parte cioè già “sconfitti” in partenza.

Pur descrivendo, all’apparenza, la stessa necessità (e cioè il fare compromessi), l’approccio che utilizzano è radicalmente differente. Penso infatti che, nella vita, sia inevitabile fare dei compromessi nel senso dell’adattarsi, non c’è niente di sbagliato. Questo avviene perché ci capita spesso di interagire con persone che sono, rispetto a noi, distanti: chi culturalmente, chi per educazione, percorsi di vita, ecc. Adattarsi, nel rispetto reciproco, è in sé un’azione che misura il rispetto che abbiamo tanto per gli altri quanto per noi stessi.

Se tutti fossimo convinti di quel che dobbiamo fare e della strada che dobbiamo seguire, non avrebbe neanche più senso parlare di relazioni umane: saremmo solo dei bulldozer programmati per sfondare ogni ostacolo che abbiamo davanti e non avremmo bisogno di nessuno. Invece, mettersi in gioco, che è la cosa più faticosa ma anche quella che da più soddisfazione, è la strada giusta. E’ invece la strada facile “spianare tutto”: ad essere cattivi non ci vuole nulla, serve solo tanta stupidità, cosa che qualsiasi persona intelligente può riuscire tranquillamente ad emulare.

Parlo di tutto questo perché mi sono reso conto, in questi ultimi giorni, che il tema dell’adattarsi / accontentarsi ben si è adattato, almeno nel mio caso, anche a delle “strane” relazioni di “supposta” amicizia, alcune che duravano da anni, altre da qualche mese. Mi ero infatti imposto di riuscire a voler bene a persone per le quali ho sempre percepito una sorta di “dubbio” di fondo. Un dubbio che ho provato a non vedere e a “mutilare” nel corso del tempo, ma che alla fine ha avuto la meglio.

Se, come a me, vi piace molto la letteratura horror, il racconto Il Gatto Nero (di Edgar Allan Poe) è una perfetta metafora per quello che sto descrivendo: il gatto rappresenta i dubbi e le negatività che facciamo finta di non vedere. Ci dà fastidio vederlo in giro, proviamo rabbia verso di lui, odio, vogliamo cancellarlo ma lui resta lì, e ritornerà sempre fuori, anche se ce lo dovessimo dimenticare dietro ad un muro di falsità, a ricordarci che i dubbi e le paure esistono per un motivo ed uno soltanto: i primi vanno risolti, le seconde vanno affrontate.

Come scrivevo prima, avevo dei dubbi che potevano tutti riassumersi in: “perché sto facendo questo?”. Mantenere dei rapporti vuoti, dove non c’è più alcun tipo di interesse e di contenuto che non fosse una vuota e umiliante ritualità è, in primo luogo, una mancanza di rispetto verso sé stessi.

E così, rendersi conto in un momento di “sudden revelation” (come diceva Joyce) dell’assurdità di ciò che si sta continuando a mantenere, mi ha fatto capire quello che dicevo all’inizio: le persone o ti piacciono o non ti piacciono, non esiste l’accontentarsi. Ci si può invece adattare a tante cose, ma accontentarsi, per quanto mi riguarda, mai.

Mi piace spesso parlare per metafore, anche se non sono sempre così “originali”, tuttavia mi è sempre piaciuto immaginare le relazioni umane come delle case. In questo caso l’unico suono era il silenzio, a cui mi ero abituato ormai da qualche tempo. Poi, improvvisamente, ecco il rumore di una pietra che sfonda una finestra. Era solo un rumore, non c’era nessuno. Un gesto che mi ha, però, ricordato quanto urgente fosse uscire in fretta di lì e chiudere a chiave quelle porte troppo spesso lasciate socchiuse, buttare le chiavi e lasciare all’abbandono quella casa che, sempre più diroccata, ora potrà, in tutta serenità, crollare nel silenzio senza fare alcun danno. Non ci saranno più rumori.

Pietro

Persone a colori

Oggi finalmente pranzo con amici.

Detta così sembra quasi un evento: per certi versi lo è stato perché non ci si vedeva da qualche settimana. E, lungo la strada, con uno stato d’animo che potrei definire leggero, felice e, per una volta, spensierato ho fatto quello che mi piace molto fare camminando: osservare i passanti.

Una delle cose che più amo di Venezia è che ci si muove prevalentemente a piedi: c’è una dimensione umana anche negli spostamenti, con il vantaggio della grande internazionalizzazione che porta persone da tutte le parti del mondo a confrontarsi con una realtà così particolare. E in questo scenario si da il tempo alle sensazioni e alle impressioni di diventare “pensieri” più formati: si vive tutto un po’ come a rallentatore.

In una città normale di solito ci si sposta rapidamente in automobile, in tram, in metropolitana: i contatti umani sono limitati spesso a scuse per essersi urtati, ad occhiatacce se ci si pestano i piedi o se si chiede a qualcuno di potersi sedere in un posto occupato da uno zaino o da una borsa. Poi c’è chi legge un libro, chi fissa nel nulla con lo sguardo perso e chi gioca con lo smartphone.

A Venezia, invece, capita che quando cammini incroci sguardi, reggi sguardi, sorridi, ricevi sorrisi a tua volta. E in quei momenti di contatto, per quanto brevi e tra sconosciuti, scambi qualche grammo di sensazioni e associ così un colore, o meglio delle sfumature di colore alle persone; un colore emotivo che da grigie le tinge rendendole umane. Un colore “emotivo”. Mi piace pensare che ogni persona che mi incrocia per la strada possa “colorarmi” a sua volta.

Ed è così che mi è tornata in mente questa immagine che avevo visto molti mesi fa in rete, e che qui voglio riproporvi.

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Si tratta di una “mappa a colori” delle emozioni, almeno di alcune di esse, costruita misurando le reazioni di alcune persone a situazioni che potessero scatenarle: mi è sempre piaciuto notare come una persona felice, veramente felice (happiness), sia più “colorata”, più accesa anche di una innamorata (love).

Mi piace pensare che ci doniamo tutti, reciprocamente, un po’ di sfumature…fortunatamente non solo cinquanta e non tutte di grigio.

Pietro

Apparenze

Usando i social, principalmente Twitter, mi viene in mente una domanda che spesso amici e conoscenti mi fanno e cioè se uno dei tanti luoghi comuni sui gay sia vero: “sono tutti belli, fisicati, ecc”. Io di questo gruppo penso di essere un’eccezione abbastanza evidente, non mi sento ne bello ne fisicato, normale diciamo. Sul fisicato, il giusto, ci sto lavorando ma è un’altra storia xD

Quello che ho visto è che, tranne in alcuni rari casi (almeno sui social su internet), c’è poca spontaneità e molto di costruito. C’è tanta solitudine. Non sono un bacchettone o altro, penso che una delle cose belle di internet usato in modo “social” sia proprio il fatto che ognuno si possa esprimere come preferisce in libertà (sempre nei limiti della obiettiva decenza): non mi scandalizzo dunque se uno posta foto senza maglietta, in mutande o altro; se lo fa voglio credere che lo fa per condividere qualcosa, fosse anche solo una forma di esibizionismo. Del resto siamo tutti su internet, siamo tutti esibizionisti in varie forme. E a tutti piace condividere, raccontare qualcosa, anche solo con una foto scema, un post su un blog personale o altro.

Quello a cui sono allergico è la superficialità cattiva: quella fatta non per gioco ma perché non c’è niente sotto, il vuoto completo. Mi fa tantissima tristezza vedere ragazzi che hanno paura di essere se stessi e si nascondono dietro alla cattiveria e all’acidità pur di continuare a recitare una parte.

Devo dire che a me non è mai capitato, finora, di interagire direttamente con questo tipo di persone; mi capita però spesso di leggere tweet pubblici che mi lasciano piuttosto basito.