I soliti sfigati che insultano

Ogni volta che si verificano questi fatti, ci ricordiamo sempre che i nostri concittadini (nostro malgrado) hanno ancora molta strada da fare. Non parlerò di nuovo di omofobia per non essere ripetitivo (qui potete trovare un post che avevo scritto sull’omosessualità nella storia e sull’origine dell’omofobia nel senso moderno nel tardo periodo romano, e qui invece un post con considerazioni più personali sull’omofobia).

Una cosa che mi fa piacere è vedere che, ogni anno che passa, l’opinione pubblica sembra essere sempre più polarizzata verso un comune senso di condanna e di schifo nei confronti dell’omofobia: si inizia cioè a realizzare che sia un rigurgito mentale originato da contesti particolarmente bassi e non un rispettabile “punto di vista”.

Quello che però non posso conoscere è quante persone veramente abbiano sperimentato nella loro vita, in modo diretto, l’odio per essere quello che sono. Ragionavo osservando i miei contatti di Twitter. Penso che siamo in pochi ad aver sperimentato l’omofobia, ancora meno ad averne avuto a che fare nell’età più pericolosa dei 12/13 anni. E per fortuna all’epoca mia non esistevano smartphone e social network nella forma attuale.

Quando si hanno 12 o 13 anni ci sono due strade che si possono intraprendere, e in realtà sono due solo per pochi, molto spesso la via è a senso unico:

  1. Subire e resistere, da solo.
  2. Fingere di essere “normale” (come spesso si dice in queste situazioni), unendosi al branco dei bulli, accanendosi verso altri malcapitati su cui sfogare quella rabbia irrazionale che si prova per essere “differenti” rispetto agli altri.

La strada 2 è praticabile solo da chi “non sembra omosessuale”. Lascio a voi immaginare quali possano essere i requisiti a 12 o 13 anni per sviare il “sospetto di omosessualità”. Io ad esempio ero il “gay della classe” perché ero educato, facevo piscina (molti compagni di classe associavano piscina a “uomini nudi” quindi gay) e non parlavo di seghe e porno.

Per la maggioranza dei ragazzi, l’unica via è la prima: subire e resistere, da soli. Il punto della solitudine è centrale. In quelle situazioni lì si è soli ed è una sensazione di solitudine molto profonda e molto peculiare: ci si sente soli quando si sente di essere differenti in qualcosa. Tuttavia, nella solitudine ordinaria, esiste sempre un attenuatore: il pensiero che non si è gli unici a sperimentare la condizione che produce la solitudine.

Quando si è piccoli, e si sente che c’è qualcosa di differente rispetto agli altri coetanei dal punto di vista dell’affettività, il senso di solitudine non è attenuato ma è puro perché nessuno, a quella età (tranne in rarissimi casi), ha altri coetanei con cui relazionarsi che mostrano la stessa particolarità. E la cosa che fa sentire ancora più soli, è che nemmeno i propri genitori hanno la particolarità che si sente di avere.

Ci si sente, in altre parole, completamente soli perché non si trova nulla di simile o di comparabile non solo negli altri, ma neanche nei propri genitori. E si ha paura. A questa paura si aggiunge la confusione di tante domande senza risposta, tra cui quella dell’odio che si sente arrivare da parte degli omofobi e dagli altri che si divertono a prenderti di mira. Perché questa gente odia? Chi gliel’ha insegnato? Sono “sbagliato” io perché sono differente da loro o sono loro ad essere dalla parte sbagliata perché violenti?

In altre parole, ciò che crea l’omofobia è una sensazione di smarrimento totale: alla solitudine complessiva si aggiunge la confusione causata dalla mancanza di risposte. E lo smarrimento, a sua volta, alimenta l’incapacità di relazionarsi agli altri, anche per paura di “sembrare” ciò che, osservano gli omofobi, pare essere odiato e detestato da tutti.

E’ solo crescendo che si ridimensiona il “tutti” e si inizia a venire a contatto con altri che hanno vissuto le stesse cose, e dunque il senso di solitudine gradualmente si attenua e si riconduce entro i limiti dell’ordinario. Però la memoria degli avvenimenti, l’aver sperimentato la violenza per il fatto di essere fatti in un modo, restano per sempre e, talvolta, gli effetti vengono dissipati solo in molti anni.

Io ricordo ancora benissimo come, in una mattina di un martedì qualunque del marzo del 2002, dopo una lezione di ginnastica un ragazzo di un’altra classe (4 anni più vecchio di me), che da settembre in poi mi continuava a dire “un giorno o l’altro ti darò una coltellata” si avvicinò con un coltello, vero questa volta, dicendomi: “voi froci dovete morire tutti”. Fortuna vuole che, proprio in quel momento, entrasse la mia prof. di italiano che, dopo aver disarmato il ragazzo, chiamò carabinieri e poi le cose ebbero il loro corso.

Questo tipo di episodi qui, e simili più o meno gravi, lasciano dei segni indelebili: sono esperienze di vita importanti, nella loro gravità, ma aiutano a selezionare definitivamente chi sia dalla parte sbagliata e chi dalla parte giusta.

Così ho capito, anche se inconsciamente mai avevo dubitato, che una persona capace di concretizzare l’odio in atti di violenza fisica e verbale, a prescindere da tutto, non può mai difendere una posizione condivisibile. Mai. Sembreranno facili parole, ma una volta che si verifica in prima persona la loro veridicità, tutto cambia.

Grazie a questo, non ho mai odiato me stesso, tantomeno ho avuto bisogno di “accettarmi”: ho sempre saputo chi sono, e questa è stata una grande fortuna, perché ho avuto più tempo per “normalizzare” (nel senso statistico del termine) la mia vita.

Detto questo, spero si comprenda il motivo per cui non pubblicherò foto di me con la scritta in nero “Frocio” sopra. Conosco fin troppo bene la violenza insita nella parola da permettermi di non utilizzarla a sproposito.

Pietro

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Violenza spensierata

Quello che trovo profondamente inquietante di queste “giornate della famiglia” è la celebrazione del principio secondo cui sarebbe corretto difendere un punto di vista a scapito della libertà di espressione di altri. (Consiglio la lettura del bellissimo post della mia amica Chiara che trovate qui)

Non c’è niente di nobile, di positivo e di civile nel difendere posizioni che, più o meno direttamente, producono limitazioni della libertà personale. In una società moderna, infatti, la libertà personale viene regolata da opportuni meccanismi: Costituzione e quindi leggi dello stato che devono essere con essa compatibili.

Allo scopo, vorrei richiamare l’Articolo 3 della Costituzione che, in effetti, dice davvero tutto quello che c’è da dire:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Come dicevo, è tutto scritto qui. Tentare di stabilire cosa sia “normale” e cosa sia “anormale” nel modo in cui altri cittadini vivono i loro affetti è un’azione che comporta una limitazione della libertà, dell’eguaglianza e della dignità dei cittadini.

Non penso ci sia davvero altro da dire, se non il fatto che essere ottusi, stupidi e fanatici per pigrizia ed inerzia mentale dovrebbe essere ritenuto un atteggiamento socialmente invalidante.

Pietro

Manifestazione del 20 giugno – Difendiamo il diritto a ignorare la realtà

Grazie a Pietro per l’ospitalità

Ho sentito definire l’ideologia gender “le scie chimiche della sociologia”, e mi sembra che colga in pieno la totale idiozia della cosa. Ed è vero che le bufale non andrebbero ripetute nemmeno per smontarle, perché si rischia di ottenere l’effetto contrario, ma quando è troppo è troppo.
Nel mio caso, la proverbiale goccia è stata il post pubblicato da Rodolfo Casadei il 17 giugno e intitolato “Perché il 20 giugno sarò a Roma”.
Il post si apre con una (lunga) serie di citazioni di alti papaveri della gerarchia ecclesiastica di cui vi risparmio l’esegesi. Dopodiché Rodolfo mette le mani avanti: lui si sente in dovere di parlare in quanto fa parte di

quei cattolici che si impegnano pubblicamente in difesa dei bambini delle scuole materne ed elementari che si vorrebbe sottoporre a quel lavaggio del cervello e condizionamento psichico chiamato “educazione al gender” […].

Quindi che sia ben chiaro, magari userà toni un po’ forti, ma che diamine, è per una buona causa! Ora non so a voi, ma a me lamentarsi semplicemente perché Rodolfo & co. strumentalizzano i bambini sembra un po’ ingenuo. Che si tratti di idee o beni di consumo, i bambini fanno vendere, e quando sono usati per una causa che condividiamo non facciamo così tanto gli schizzinosi (nel 1992 l’ambientalista canadese David Suzuki buttò la figlia allora dodicenne sul palco dello UN Earth Summit per commuovere la platea con un discorso che non aveva ovviamente preparato lei e di cui probabilmente la poveretta non aveva capito granché. La causa è nobile, certo. Ma la strumentalizzazione resta).
Detto questo, il problema di Casadei è non tanto la strumentalizzazione in sé, quanto il pensare che tirando in mezzo un presunto bisogno di difendere i bambini si venga automaticamente esentati dall’obbligo di produrre argomentazioni valide. Sorry, Rodolfo, non funziona così. Vediamo quindi quali sono le sue ragioni per partecipare alla manifestazione del 20 giugno.

Anzitutto non c’entrano niente valori, principi, ideali.

Partiamo bene. Perché subito dopo Rodolfo ci informa che la sua partecipazione

è anzitutto un tentativo di tradurre in pratica in una situazione data i primi due comandamenti del Decalogo […]

…che fino a prova contraria sono tra i principi cui si devono attenere i cattolici praticanti. Ma va bene, non stiamo a spaccare il capello in quattro. L’importante sono i bambini. (I primi due comandamenti, prendete nota, sono “Amerai il Signore” e “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.)
Il secondo motivo per cui Rodolfo il 20 giugno sarà in piazza è

il tentativo di denunciare e combattere l’ideologia totalitaria che in modo strisciante sta prendendo il potere nel mondo occidentale.

Ideologia del gender, direte voi? Quasi, dice Rodolfo, che preferisce invece chiamarla

“postsessualismo”, perché è evidente che l’obiettivo ultimo del progetto rivoluzionario è di abolire la differenza sessuale come differenza data e fondante le istituzioni della società, in nome dell’egualitarismo e dell’autodeterminazione del singolo individuo.

Sulle farneticazioni complottiste mi taccio per umana pietà. È interessante notare invece come Rodolfo sia assolutamente terrorizzato da a) l’idea che tutti gli esseri umani siano creati uguali (pensiero che peraltro è arrivato a formulare con quei due/tre secoli di ritardo, ma tant’è) e b) il concetto di autodeterminazione. Non sarà che il problema è proprio quello, Rodolfo, e che l’idea di prendere in mano la tua vita e gestirla senza uno che dal piano di sopra ti dica che cosa fare e non fare ti risulti spaventosa e insopportabile?

Che questa ideologia sia totalitaria non starò a spiegarlo con una dissertazione filosofica [Come vuoi, Rodolfo, forse perché non è possibile?], qui è meglio offrire qualche banalissimo esempio: quando un premio Nobel viene linciato sulla piazza mediatica e costretto a dimettersi dall’universo solo perché ha detto che le donne piangono più spesso degli uomini […], quando un pasticciere viene condannato da un tribunale non perché ha rifiutato di vendere una torta a una coppia di persone dello stesso sesso, ma perché si è rifiutato di scriverci sopra “Sì al matrimonio gay”, quella cosa di fronte alla quale ci troviamo si chiama totalitarismo.

Ti vedo un po’ confuso, Rodolfo. Siediti e respira.
Tim Hunt, il premio Nobel di cui parli, non è stato costretto a dimettersi per aver detto che le donne piangono più spesso degli uomini: si è dimesso perché non siamo più nel Medioevo, e se vieni invitato dalla Korea Federation of Women’s Science and Technology Associations, e fai commenti sessisti davanti alle tue ospiti, beh, oltre che misogino e arretrato ti dimostri anche un po’ idiota. E te ne devi assumere la responsabilità.
Il pasticcere che si è rifiutato di vendere la torta con slogan a una coppia omosessuale non è stato condannato per totalitarismo, ma perché quella sulla legge uguale per tutti non è solo una frasetta ad effetto, e la categoria dei pasticceri, credenti o meno che siano, non gode di esenzione dalla legge anti-discriminazione.
Come dici, Rodolfo? Ah sì, i bambini. Torniamo ai bambini.

I bambini ai quali è destinato l’indottrinamento psicopatogeno del gender sono il mio prossimo, e in quanto uomo e cristiano sono chiamato a prendere le loro difese, a fare qualcosa perché gli sia risparmiato questo male, a oppormi all’ingiustizia che è fatta loro.

Mah. Non sono sicura di seguirti, Rodolfo, e non solo perché “indottrinamento psicopatogeno” non vuol dire una beatissima ceppa. Se vogliamo parlare di ingiustizie verso i bambini, possiamo parlare per esempio del fatto che, in tutto il mondo, 99 milioni di bambini sotto i cinque anni sono denutriti e 39.000 bambine ogni giorno vengono costrette a sposarsi. Pensa quante belle famiglie tradizionali.
A quanto pare comunque non sono l’unica ad avere problemi con la logica del nostro eroe.

Un mio amico mi ha obiettato: «Così facendo tu intervieni a valle, sugli effetti, mentre bisogna intervenire a monte sulla causa. La politica è poco efficace, perché si occupa delle conseguenze, invece l’educazione è decisiva, perché cambia il soggetto».

Non potrei essere più d’accordo, Rodolfo. Se avessi studiato un pochino e meglio, in effetti, ti renderesti conto della quantità allucinante di sciocchezze che hai scritto finora. Come dici? Ah, giusto. I bambini!

Al mio amico ho replicato: «Amico mio, tu hai due figlie giovani. Se mentre le accompagni a casa da una festa ti si avvicinano due mascalzoni, e uno cerca di strappare la borsetta alla prima figlia, e l’altro molesta sessualmente la seconda, tu cosa fai? Dici: “fermatevi, l’essere umano è chiamato a riconoscere un bene nell’altro essere umano, voi siete migliori di così, venite a pregare con me e sarete illuminati, guardate nei miei occhi e scoprirete l’amore di Cristo”, oppure molli calci e pugni per dissuaderli dalle loro cattive intenzioni?»

En passant, caro Rodolfo, nel quasi 90% dei casi di molestia o violenza sessuale la vittima conosce l’aggressore, e nell’89% dei casi di pedofilia il perpetratore fa parte del nucleo familiare. Quindi è inutile continuare ad alimentare la favola dell’uomo nero in agguato nel vicolo buio. Comunque non lasciamoci distrarre. Mi sembra di aver capito che stai proponendo il ricorso alla violenza, ma devo averti frainteso, vero? Dopotutto all’inizio parlavamo di quel famoso Decalogo sull’amore per il prossimo…

Quando c’è un’aggressione, prima di tutto si risponde all’aggressione, in nome del buon diritto degli aggrediti.

Ah no, proponevi proprio il ricorso alla violenza. Violenza del tutto gratuita, mi permetto di farti notare. Perché vedi, Rodolfo, qui nessuno ti sta aggredendo. Riconoscere finalmente uguali diritti ai cittadini omosessuali non è un’aggressione a te, alla tua famiglia, ai bambini di tutto il pianeta, o alla tua religione. Mi dispiace che la cosa ti spaventi, ma non è necessario riversare la tua paura sul resto del mondo e spargere violenza verbale mascherata da buone intenzioni. E definire le tue sciocchezze per quello che sono non è totalitarismo, ma semplice buonsenso.

Benvenuto nel XXI secolo.

Considerazioni personali sull’omofobia

Oggi, 17 Maggio, è la Giornata Internazionale contro l’omofobia, bifobia e transfobia (come potete leggere qui in modo più approfondito). Per brevità la chiamerò semplicemente omofobia, fermo restando che nel termine includo anche bi e transfobia.

Quando si parla di fobie, dunque di paure, è inevitabile che tra i tanti che si esprimono, parlino proprio gli impauriti. Chi sono queste persone che provano paura e, soprattutto, cosa le spaventa? Lo scrittore H.P. Lovecraft sulla paura diceva:

The oldest and strongest emotion of mankind is fear, and the oldest and strongest fear is fear of the unknown.

E cioè: “la più antica e forte emozione dell’uomo è la paura, e la paura più remota e forte è la paura dell’ignoto”.

La cosa però peculiare della paura, per come la vedo io, è che esiste, nella sua forma primitiva, solo in forma molto astratta. Le sue contestualizzazioni (paura dell’animale X, paura dei luoghi chiusi, aperti, ecc) sono possibili solo se si sperimenta il fenomeno. Nessuno ha paura “a priori” (o per nascita) di un fenomeno specifico, ma si accorge di questo quando lo prova o, in certi casi, quando lo sperimenta in modo indiretto (ad esempio se ne sentisse parlare da familiari, amici, ecc).

L’omofobia non fa eccezione a questo ragionamento: ci si accorge di essere omofobi se, trovandosi in situazioni che coinvolgano, nella sua generalità, l’omosessualità, ci si sente impauriti o se si percepisce la paura nell’espressione di qualcun altro che ne parla. Verrebbe dunque da chiedersi cosa sia la causa di questa paura. Non sono uno psicologo, quindi ciò che dirò ha un valore strettamente amatoriale.

Proverei a ragionare un po’ euristicamente. Per come la vedo io, la paura ha in sé una sorta di “elemento dinamico” che provoca, nella mente delle persone, una raffigurazione mentale di una situazione-tipo che evolve poi verso il più tragico degli epiloghi. Ad esempio: chi ha paura delle altezze si potrebbe raffigurare mentre osserva un baratro da una sporgenza e in ultima analisi, precipitare nel vuoto. Chi ha paura dei ragni, può temere di averne uno addosso che poi magari si infili in qualche parte del corpo. Chi ha paura dell’acqua può temere di scivolarci dentro e affogare. Chi è claustrofobico può immaginare di trovarsi chiuso in un ascensore ed esaurire l’aria.

In altre parole, alla paura si associa sempre una sorta di “situazione finale” a cui possiamo essere condotti, e cioè la realizzazione di quella fantasia spaventosa che tanto temiamo (precipitare, affogare, ecc), e che spesso coinvolge un danneggiamento fisico o emotivo, talvolta fatale. In generale l’esito finale è la perdita di qualcosa.

Applicando questo ragionamento all’omofobia, si immagina come, nella mente dell’omofobo, la paura generi tutta una quantità di scenari, la cui varietà dipende dal background socio-culturale dell’interessato. Ciò che, infatti, arricchisce la “carica di paura” dell’omofobia, è la stretta dipendenza che c’è da “quello che pensano gli altri”.Si ha cioè un elemento di giudizio esterno che fa “mettere a fuoco” la paura. Per come la vedo io, l’elemento comune a tutti gli scenari che l’omofobo può immaginare è duplice: lo scoprirsi omosessuale e, successivamente, il sentirsi “minacciato” dalla sua condizione.La paura di scoprirsi omosessuale è, spesso, la prima fase. Ma anche dopo che uno realizza la propria omosessualità, può esserci una fase in cui è l’omosessuale stesso ad essere un omofobo (“odio le checche”, “nessuno direbbe che sono gay ma sembro etero”, “sono un uomo quindi solo attivo”, ecc). Ecco alcune delle situazioni che, secondo me, l’omofobia può produrre:

  1. Deludere o schifare i genitori, parenti, amici o colleghi di lavoro.
  2. Essere ritenuto, se uomo, meno uomo (cioè una donna mancata) e, se donna, più uomo (cioè non femminile).
  3. Essere considerati malati, deviati o in una condizione di subalternità morale e spirituale (per chi fosse credente).
  4. Essere ritenuto diverso e anormale, in generale al di fuori da quelle costruzioni sociali che, per tradizione, definiscono le funzioni di un individuo per il suo sesso biologico e non per quello che è.
  5. Avere una vita difficile.

L’omofobo è, in ultima analisi, una persona che non si conosce. Una persona che ha l’ignoto (di cui parlava Lovecraft) dentro di sé. Un modo efficace per vincere una paura non è dire quanto sia stupido / insensato / incivile averla, ma depotenziarla togliendo significato a ciò che in primo luogo la genera.

L’omofobia si vince (e non si combatte) solo attraverso una massiccia opera di educazione, non più orientata ad insegnare ciò che deve essere (come fa la religione) ma ciò che è (come fa la scienza). Si deve cioè attuare nella società quel modo di pensare che Galileo introdusse nella Fisica: ciò che si osserva è, in ultima analisi, ciò che è naturale e dunque comprensibile. L’omosessualità è un comportamento naturale? La risposta è sì, ne abbiamo le prove da osservazioni eseguite su più di 1500 specie animali. E questo dovrebbe bastare.

Il problema, aggiuntivo, che abbiamo in Italia è, come dicevo in un tweet questa mattina, l’utilizzo della Chiesa come un amuleto elettorale. In Italia, i politici hanno sempre cercato l’appoggio e l’approvazione dell’ambiente religioso. E’ un fenomeno abbastanza trasversale da destra a sinistra passando per il centro, che trova la sua origine nel bisogno di avere “voti certi”. La chiesa porta voti e, per un politico, avere la benedizione sulla sua candidatura da parte di un vescovo è un’ottima “lettera di raccomandazione” che invia al bacino elettorale, specialmente in certe zone d’Italia. Parlavo in questo post della posizione della Chiesa e del Vaticano riguardo l’omosessualità, l’omofobia e le coppie gay.

In conclusione: educazione, scuola, classe politica meno succube delle autorità religiose, ma anche multiculturalismo che è la sola cosa capace di far rendere conto di quanto stupido sia separare il mondo in ciò che è “normale” e ciò che non lo è. Le persone dovrebbero essere educate alla curiosità, alla sperimentazione, alla conoscenza. Le paure, poi, si ridurranno da sole.

Pietro

Giorgio

Arrivo in ritardo e tutto, lo so, e forse farò delle considerazioni molto banali che sono già state fatte. Ad ogni modo, quando si verificano questi episodi, penso sia sempre bene aspettare almeno un giorno per rifletterci sopra a mente fredda. Questo non per sminuire la cosa, ma solo per poter trarre delle conclusioni con delle premesse più solide perché meno viziate dall’emotività del momento.

Ieri, un (se non il più) famoso stilista, ha detto, rivolgendosi ai gay: “non vestitevi da omosessuali“. Come di consueto accade con queste frasi, ci si è divisi in due fronti: chi sostiene che questa frase non abbia in sé alcun contenuto “nocivo”, e chi invece sostiene si tratti di omofobia. Proverò a dare una sorta di dimostrazione, volta a riscrivere la frase in un modo equivalente, che rende più chiaro il contenuto estraendone il senso.

Guarderei alla cosa ragionando alla Wittgenstein. Nella frase si dice: “non vestitevi da omosessuali”. In questa frase dire “da omosessuali” indica gli omosessuali come se fossero un “gruppo” e dunque li separa dal resto della popolazione. Una qualsiasi richiesta di separazione di un entità da un insieme, richiede l’implicita assunzione che l’entità sia riconoscibile per dei tratti caratteristici che, se non possedesse, non permetterebbero di separare in primo luogo.

Ora, visto che parliamo di persone che vivono in una società, i “tratti caratteristici” di un sottoinsieme di persone devono necessariamente essere un qualcosa che la società qualifica in qualche modo, esprimendo cioè un giudizio comunemente accettato. Si tratta cioè del senso comune che si applica a tante cose.

La frase, dunque, inevitabilmente si appoggia sul senso comune e questo fa dipendere la qualità del suo contenuto (omofobico o meno) dalla società che la riceve: in un paese dove esistono pari diritti tra eterosessuali ed omosessuali, la frase non avrebbe alcun senso dal momento che il senso comune si è evoluto al punto da non includere più alla voce “stranezze” gli omosessuali. In un paese invece come l’Italia dove ancora si discute sul fatto che l’omosessualità sia una malattia curabile, il senso comune suggerisce un alone di “scherno” e, più generalmente, dispregiativo attorno all’omosessualità. E, allora, nel momento in cui uno ti dice di “non vestirti da gay”, è una logica conseguenza che la frase assuma un significato negativo o, meglio, dispregiativo, proprio per il fatto che una frase che “parla” di qualcosa di sociale, necessariamente, così come è formulata, trae parte del suo significato dal contesto su cui insiste.

Che cosa ci dice, allora, il contesto italiano sui “tratti caratteristici” che un gay deve avere per essere riconoscibile? Semplice, di nuovo il senso comune che ci dice che, in senso negativo: il gay è il gay macchietta, quello sculettante col chihuahua in braccio, capello rosa, borsetta, boa al collo, voce acuta, gesticolante.

Alla luce di queste considerazioni, la frase iniziale la possiamo leggere, con sicurezza, dicendo: “gay, non vestitevi secondo il senso comune”. Riscritta in questo modo, la negatività è forse più evidente ancora: perché mai uno non dovrebbe vestirsi come preferisce?

E’ il solito discorso che fanno tanti, del tipo: “noi ci battiamo per i diritti civili e poi arrivano le checche che confermano gli stereotipi?”. Lo stereotipo, di nuovo, fa parte del senso comune. Se si cambiasse il senso comune, lo stereotipo semplicemente muterebbe con esso. Diversamente, non ha alcun senso pretendere di cambiare la società mostrando che è lo stereotipo a non avere senso, nascondendo le “checche” e mostrando solo i “gay normali” (chiedo scusa per i termini ma uso quelli che solitamente vengono impiegati da chi fa questi discorsi). E’ come se spegnessimo il monitor di un computer e pretendessimo che il computer si spegnesse a sua volta. Non funziona così. Quello che si deve fare, è cambiare la società dall’interno, dal momento che lo stereotipo è semplicemente una “spia”, un “giudizio sintetico”, che deriva da ciò che la società pensa su una determinata questione. E’ una relazione a senso unico: società –> stereotipo, non si inverte.

Riassumendo: penso che dietro la frase dello stilista si nasconda, ancora, l’errata idea dell’ “invertibilità” della relazione “società – stereotipo”, come appena scritto. Questo, poi, introduce una separazione interna al “mondo gay”: ci sono i “gay normali” e  “le checche”. La frase, dunque, pur non essendo omofoba in senso stretto per quanto detto prima (dipende dal contesto da cui è ricevuta), finisce per essere, in senso assoluto, un’istigatrice di omofobia all’interno dello stesso “mondo gay”. Ci mostra cioè come gli omofobi esistano anche tra i gay.

Pietro