Camera con vista

In passato sono stato molto critico verso i social network.

C’è stato infatti un periodo in cui, dopo un primo momento di forte entusiasmo, avevo iniziato a vedere le cose in modo più severo, quasi impietoso…non mi stavo infatti accorgendo che era in parte mia la colpa: ero io che stavo riponendo nel social network più aspettative di quante “lui” fosse stato progettato per soddisfare.

E come tutti gli strumenti, anche i social possono avere esiti imprevisti e imprevedibili quando vengono usati al di fuori dei loro “parametri di funzionamento”.

Dopo poco più di un anno di permanenza su Twitter ho imparato ad apprezzare meglio molte cose: è molto raro, ma talvolta capita di fare conoscenze buone, con del valore. Capita cioè di conoscere delle persone, e non dei personaggi, e con il tempo sale la voglia, spinta dalla curiosità che dopotutto è il vero propellente della vita, di conoscere di più, magari avvicinandosi in modi più umani rompendo le (troppe) “barriere digitali”.

Ieri ho provato un piccolo “esperimento sociale”: ho registrato un brevissimo video per mostrare alla TL che ci sono davvero io dietro al mio profilo, per renderlo un po’ più umano e meno artificiale. La comunicazione umana è infatti complessa, ed è caratterizzata da tantissimi aspetti differenti: il tono della voce, le smorfie, la postura, lo sguardo, i gesti ma anche il profumo che uno indossa…Quando parliamo con qualcuno nella vita reale siamo letteralmente bombardati, anche passivamente, di segnali, sensazioni e in generale di tutte quelle cose che virtualmente non sono riproducibili e dunque si perdono, andando a deteriorare la natura stessa della comunicazione.

E questa grande perdita di informazioni sulle persone viene poi colmata da fantasie che la nostra mente produce, tentando di ricostruire ciò che non sappiamo usando quei pochi punti fermi che il social è in grado di darci. Si rischia cioè di creare aspettative che poi possono non corrispondere alla realtà. Si rischia cioè di idealizzare, e di restarci male.

Eppure c’è un’eccezione: per qualche misterioso motivo, ciò che il social non riesce ad annullare è proprio l’empatia (come mi diceva un amico blogger pochi giorni fa): quella sensazione di “comprensibilità” dell’altro che un po’ trascende anche la perdita di informazioni che lo strumento dei social produce.

Questo mi fa pensare al mio profilo Twitter come ad una sorta di “camera con vista” (senza allusioni a Forster e al suo “A Room with a view”): ho il mio spazio che posso gestire, e posso osservare gli altri facendoli entrare, se lo volessero.

Pietro 🙂