Pensieri sui talent

Oggi leggevo un articolo di BitchyF (che adoro) dove si parlava di X Factor e Simon Cowell.

Io vado un po’ in controtendenza: non amo i talent show.

Il talent show è, prima di tutto, uno show, cioè un programma televisivo. Già questa premessa seleziona i “talenti” sulla base anche del loro potenziale televisivo, altrimenti il programma chiuderebbe i battenti.

Quindi partiamo già dal presupposto che oltre al (presunto)talento musicale, un candidato debba anche essere bravo con la TV e i suoi meccanismi frenetici. Dico questo per dire che possiamo in serenità considerare i partecipanti di x-factor e i vincitori non tanto dei talenti musicali nel senso classico del termine (cioè bravi cantautori, interpreti o musicisti) ma piuttosto dei videomusicotalenti.

Guarda a caso, l’essere un “videomusicotalento” è precisamente la richiesta del mercato musicale. Parlo di mercato della musica un po’ impropriamente visto che, ormai, si parla generalmente di “music industry”: l’idea di musica come di qualcosa di consumabile è alla base di questo modello. E consumabile, cioè di massa, non sempre implica qualità artistica. Penso che infatti sia doveroso separare il mondo della “music industry” da quello della “musica”.

Da questo punto di vista x-factor (e simili) non è altro che un (crudele ma così deve essere)selezionatore di persone con qualche potenzialità ad entrare nella “industry”. Non si selezionano talenti in senso assoluto, solo dei talenti adatti a quel particolare modo di fare musica (cioè di consumo) che ormai si tende sempre di più a scambiare per “la musica”, che invece è l’arte. È come scambiare il cubismo per la pittura: il cubismo è solo uno stile, non è la pittura. Allo stesso modo il mondo che x factor introduce ai suoi contestants non è la musica, ma è un suo “dipartimento commerciale”: la musica di consumo, quella che è composta è prodotta per vendere il più possibile.

Simon Cowell da questo punto di vista è stato geniale: ha realizzato uno strumento che rende più sicuro per le case discografiche fare soldi. X factor fa da vetrina in cui un concorrente si mostra per mesi fino alla vittoria: si fa un contratto che monetizza istantaneamente la fama acquisita, si vendono molti dischi e, salvo casi eccezionali in cui emerge una personalità artistica autonoma che finisce per far capire alla casa discografica che c’è del potenziale in più su cui investire per più tempo, il vincitore di xfactor viene accantonato aspettando il prossimo all’edizione successiva. In tutto questo la casa discografica si assicura un profitto costante, di edizione in edizione, dal momento che ogni anno ci sarà qualcuno di nuovo di famoso.

Se ben ricordo lo stesso Cowell aveva una casa discografica, tale Simco, con la quale hanno collaborato molti dei vincitori delle prime edizioni di xfactor UK, ad esempio Leona Lewis, che ormai è quasi scomparsa nel nulla e nel 2006, durante x factor, veniva chiamata la “nuova Celine Dion” vista l’impressionante estensione vocale. Tutto questo per creare clamore e attesa, che poi si è concretizzato in un successo spaventoso del suo singolo Bleeding Love che mi pare sia stato mandato per mesi in radio e su MTV (la famosa fama monetizzata di cui parlavo prima).

E cosa è rimasto di questo? Solo i soldi guadagnati con qualche mese/anno di popolarità.

Questo, ma anche altri esempi, dovrebbero far capire che in un talent show musicale, le doti vocali contano fino ad un certo punto. Ma in generale nella “industry” contano fino ad un certo punto: quanti milioni di persone esistono al mondo che sanno cantare bene? Perché non sono tutti scritturati con contratti da milioni? Perché non sono dei personaggi, o meglio, non hanno il potenziale per diventarlo.

Se non c’è un personaggio che accompagna la musica, la musica non si vende. La musica che non vende non viene prodotta.

Pensiamo ad esempio ad Avril Lavigne. È stata scoperta nel 2001 da un talent scout. Aveva una bella voce? No, ma era una voce unica e facilmente riconoscibile. Questo cerca, all’inizio, una casa discografica: qualcuno che se senti alla radio sai subito chi è. Bene. L’hanno presa, ci hanno costruito sopra un personaggio molto di moda nei primi anni 2000, e cioè quello della ragazza adolescente punkettara che odia il mondo e l’autorità degli adulti, e boom: milioni di dischi.

Lo stesso discorso possiamo farlo per Madonna, Cher, Cindy Lauper, Lady Gaga, Rihanna, Justin Bieber, Taylor Swift, ecc. Ognuno di loro è stato lanciato sul mercato con un personaggio che fosse “adatto” al loro periodo storico, spesso di rottura.

Per concludere: i talent a me non piacciono perché sono solo dei convertitori di fama momentanea, che spesso finiscono per rovinare i sogni di chi crede (assai ingenuamente) che la sola voce sia sufficiente.

I casi in cui dei vincitori o concorrenti riescono ad avere molto successo anche a distanza di anni dalla loro esperienza sono davvero minimi: in Italia forse ne contiamo solo 2, e cioè Marco Mengoni e Chiara Galiazzo. Due persone che, forse, avrebbero avuto ugualmente successo se fossero stati notati da dei talent scout entrando nel mondo della musica per la porta principale.

Dico solo questo: non identifichiamo il mondo della musica dei talent show con la musica tutta.

Pietro

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