Riflessioni veloci

La vicenda Lupi mi ha colpito molto, soprattutto perché mi sono reso conto che ciò che mi veniva raccontato anni fa su come funzionano le cose nei ministeri è effettivamente vero. In altre parole: noi diamo spesso la colpa al ministro se una qualche riforma viene fatta male, se scopriamo della corruzione, o altre cose simili. Ma la colpa è, in senso proprio, del ministro?

In realtà non sempre. Ho avuto la fortuna di avere, in famiglia, persone che hanno collaborato attivamente con, ormai, ex ministri della Repubblica, con lavori di consulenza, e quello che mi veniva sempre detto è che il ministro, spesso, ci mette solo la faccia e il nome. Il lavoro vero lo fa uno squadrone di tecnici più o meno numeroso. E questi tecnici chi sono? Sono burocrati, tecnocrati, in parte selezionati per competenze e in parte piazzati li dal ministro stesso, a volte più per simpatia e amicizia che per abilità professionali.

Di più, lo zoccolo duro di queste squadre di tecnici resta invariato tra un governo e l’altro, mentre ovviamente cambia il ministro. In altre parole, per fare un esempio, il Ministro dell’Istruzione del governo C può avere gli stessi tecnici del governo B che a sua volta ne eredita dal governo A. Questo porta ad avere una sorta di “continuità” tecnica tra un governo e l’altro, sia nei metodi che nei contenuti, e il Ministro che viene piazzato, di volta in volta, si trova a fare da “vestito” nuovo con una stoffa già usata in tanti altri abiti.

E perché molti ministri si affidano, spesso ciecamente, a questi “esperti”, manager e quant’altro? Semplicemente perché non hanno le competenze tecniche per fare quel che dovrebbero fare. Fintanto che come Ministro delle Infrastrutture mettiamo un avvocato o un ex magistrato e non un ingegnere civile, all’Istruzione mettiamo anche li un avvocato o un imprenditore e via dicendo, non possiamo stupirci del fatto che ci apriamo a dei meccanismi potenzialmente pericolosi: il ministro di fatto deve fidarsi di persone terze, che a sua volta si fideranno di altre persone ancora. E prima o poi questa catena di fiducia si spezza: si introduce un anello debole che alla lunga si romperà. Il ministro stesso non potrà conoscere vita, morte e miracoli di tutti i suoi collaboratori e degli amici dei suoi collaboratori, e via discorrendo. E questo è un rischio, forte.

Il punto però è che il Ministro, conscio di questa sua condizione di subalternità tecnica, dovrebbe essere ancora più attento e, per rispetto istituzionale, dimettersi non appena venisse scoperto a fidarsi di persone “sbagliate”, proprio per il fatto che aveva implicitamente affermato la fragilità del suo mandato nel momento in cui ha accettato il compito sapendo di non essere tecnicamente autosufficiente.

La vicenda Lupi è significativa da questo punto di vista, ma non è il solo che andrebbe colpevolizzato. Il manager pubblico ora chiamato in causa, pare avesse lavorato con altri 7 governi. Dunque oltre a Lupi dovremmo fare le pulci anche ai suoi predecessori che, nel silenzio, si sono fidati di questa stessa persona, esponendosi a potenziali rischi e noi non possiamo sapere, come cittadini, se sia successo qualcosa anche in quei casi.

In conclusione: quando chiediamo le dimissioni di un ministro per incapacità di “scegliere” i propri tecnici e collaboratori, forse dovremmo chiedere le dimissioni anche dei collaboratori stessi, altrimenti, cambiando solo il ministro, non risolviamo nulla perché la “mente” che lavora in un ministero è distribuita, non è una e sola.

Pietro

Annunci