#ComingoutDay & all that

Il 13 Agosto 2016 è stata una giornata molto importante per me e la mia famiglia. E’ stato il giorno del mio “coming out”, locuzione che deriva dall’inglese “coming out of the closet” cioè letteralmente “uscire dal ripostiglio”. Mostrarsi quindi per quello che si è.

La mia famiglia l’ha presa molto bene, è stato un bel momento che ci ha unito tutti. Adesso non nascondo più niente a loro e questo fa stare benissimo.

Mi ha anche molto colpito il sostegno da parte delle persone sui social network. Eppure qualche nota stridente c’è stata. Ricordo infatti due post che due utenti mi hanno “dedicato”. Dicevano circa così:

  1. Coming out è omofobia autoimposta.
  2. Perché fai coming out? Della tua sessualità non importa a nessuno.

Queste sono frasi che purtroppo vengono sentite spesso, rilanciate purtroppo anche da politici e “opinionisti” televisivi. Da quella gente cioè pagata per avere un’opinione su tutto.

Vorrei dire qualche parola su entrambe:

  1. Coming out sarebbe omofobia autoimposta se non esistessero pregiudizi contro le persone omosessuali. Se così fosse, nessun omosessuale avrebbe la necessità di fare coming out, esattamente come un eterosessuale non sente il bisogno di dire che è etero. Purtroppo la realtà è diversa: l’omosessualità è spesso “tollerata”, come si può tollerare un brufolo gigante sul naso, e non accettata come una naturale variazione del comportamento umano, o più in generale del comportamento di una qualsiasi specie animale. Di più, l’omofobia esiste. Dichiararsi per quello che si è, è nient’altro che un modo per dire “non mi vergogno di quello che sono”. Dire quindi che coming out è omofobia autoimposta suona molto come dire “non ho niente contro i gay, ma facciano le loro cose a casa loro, non voglio vederli in giro”.
  2. Qui mi dispiace deludere questo utente, ma della mia sessualità si interessano molte persone e istituzioni. Si interessa la Chiesa Cattolica, che insiste nel dire che devo essere trattato con “gentilezza e pacatezza” perché sono condannato a vivere un “amore disordinato”; si interessa lo Stato che con un ritardo impressionante finalmente arriva a concedermi, tra enormi polemiche, un minimo di riconoscimento di diritti garantiti anche ai cittadini eterosessuali; e si interessano alla mia sessualità anche gli omosessuali repressi, alias gli omofobi. C’è “tanta roba” che si interessa della mia sessualità. Nasconderla significa solo dare legittimità ai tanti che ancora ci considerano come cittadini di serie B.

Tengo però a ribadire che non sono uno di quelli che pensa che il coming out sia obbligatorio per tutti. Ognuno sa se è importante per lui.

Per me lo è stato.

Ho sempre pensato che nell’ambito della vita sentimentale non ci siamo solo “noi”, ci siamo noi, il partner, le rispettive famiglie, gli amici, ecc. C’è un micro-cosmo in cui la coppia si inserisce. Per questo penso che sia essenziale che le persone che ci vogliono bene sappiano che quella persona non è un nostro “amico” ma il nostro partner.

E’ una necessità che, ad onor del vero, ho maturato negli anni. Magari 10 anni fa non la vedevo così, anche perché diciamocelo quando hai 16-17 anni non è che pensi a trovare il tuo compagno della vita. Ti interessa altro…

Crescendo ho capito che considerare una coppia di persone come completamente separata da tutti e autosufficiente è assurdo tanto quanto immaginare una città senza la campagna attorno (cit.).

Laddove dichiararsi non sia pericoloso per la propria vita, o sia ritenuto non necessario, penso che il suo scopo più profondo sia quello di liberare il proprio coraggio. Serve coraggio per mostrarsi per quello che si è.

Come leggevo in un blog anni fa: “è un’esperienza che fa diventare (un po’) più uomini”.

Alla prossima,

Pietro

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#Unionincivili in scena al Senato

Questa mattina dicevano al Senato:

Avere figli è un desiderio, non un diritto. Invece, un bambino/a ha il diritto ad avere un padre ed una madre perché è naturale, perché ognuno nasce da un padre e una madre.

Anche un bambino abbandonato aveva un padre ed una madre, che lo hanno gettato via come un rifiuto. Come la mettiamo? A cosa ha avuto diritto il bambino in questo caso? A due persone che lo odiano.

La diversità sessuale di due genitori non è garanzia di alcunché, nonostante molti Senatori la pensino diversamente.

Non sarebbe, invece, più sensato parlare di diritto del bambino/a ad avere due genitori che lo amino indipendentemente dal loro profilo genetico?

Nessuna persona si sceglie i genitori, ed è proprio per questo che si dovrebbe insistere sul diritto di poter essere genitori, indipendentemente dal sesso.

C’è gente desiderosa di seguire per la vita la crescita e lo sviluppo di altri, cioè la definizione di quello che dovrebbe fare un padre o una madre. Dire a queste persone: “no, non potete perché siete due uomini” o “siete due donne” è aberrante.

La violenza contro i bambini è questa: restringere le loro possibilità di avere una famiglia felice, tirando in causa argomentazioni traballanti e citando testi sacri scritti millenni fa in un altro tempo e per un altro mondo.

Dovrebbe scattare un qualche tipo di senso etico o di obbligo morale, qualcosa che faccia capire a chi è contrario alle famiglie “omogenitoriali” che discriminare sulla qualità dell’amore è un atto violento e odioso e che si distingue dalla violenza fisica solo per le modalità, non per l’intensità.

Pietro

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La lezione di questi giorni su #unionicivili

 

Assisto inerme all’orrendo spettacolo che da settimane sta andando in scena nelle aule parlamentari.

C’è chi parla di uteri in locazione e in subaffitto, e chi legge passi dell’Antico Testamento, parlando di sodomiti e punizioni divine in Senato, come se ci fossimo trasformati improvvisamente in una Repubblica Popolare Cristiana qualsiasi.

C’è poi il peggio di tutta questa vicenda: quei parlamentari che, privi di ogni fibra morale, vedono solo il gioco politico e l’opportunità di poter sfruttare a proprio vantaggio una situazione per tentare di darsi un peso, un’importanza che l’elettorato e, spesso, la decenza hanno tolto loro da molto tempo, come per voler dire: “visto che conto anche io?”.

C’è da provare solo pietà, e forse un po’ di compassione per queste persone, così tanto ridotte, umanamente parlando, ai minimi termini. C’è forse un problema di bassa intelligenza emotiva? Di empatia inesistente?

Ognuno ha il suo modo di vedere l’argomento delle unioni civili, ma quando si parla di uguaglianza tra persone, è davvero necessario essere di parte? O basterebbe magari un briciolo di sensibilità, un istante in cui si pensa e si realizza: “è sbagliato che altri siano forzati a vivere peggio di me”.

Questi parlamentari sono così a corto di argomenti politici da usare la vita personale della gente come passepartout elettorale? “Vai contro i gay, stai sicuro che qualche voto lo prendi.”

E’ una pietosa rivincita dei miserabili, troppo abituati allo squallore e alla sciatteria per accorgersi che stanno giocando con la vita e la serenità di molti di noi che, in questa legge, hanno riposto la speranza di vedere riconosciuta la “normalità” della loro vita familiare.

Pietro

 

Come si cambia (#dietrofrontM5S)

Ad aprile 2015, ricordo un acceso scambio, o meglio, una sequenza di insulti che mi furono rivolti da una nota wannabe tweetstar attivista LGBT e da un suo amico (non farò i loro nomi ma li chiamerò I. e M.), che mi hanno definito, interpretando in modo del tutto fantasioso le mie parole, un “piddiota fascista e demente che spera nella legge dei diritti civili“.

Sempre sulla legge dei diritti civili, hanno passato mesi a tontonarmi dicendo: “non verrà mai fatta“, “farà schifo perché fatta dal PD“, “si doveva fare prima“, e altre frasi tipiche di gente che passa la vita a masturbarsi nel suo idealismo.

Queste persone hanno passato l’ultimo mese a tifare come esaltati in favore della Senatrice Cirinnà e del suo ddl.

Sempre queste persone, hanno votato Movimento 5 Stelle.

Oggi il dietrofront di Grillo, e loro sconvolti e/o disorientati.

Io sono più preoccupato per la possibilità che l’Italia perda l’ennesimo treno verso la modernità.

Di Grillo mi stupisco molto poco, sono anni che accumula consenso ma, nella pratica, a livello nazionale, quando si tratta di stringere e venire al sodo si tira sempre indietro.

Perché? L’elettorato, coprendo un’ampio spettro che va dall’estrema sinistra all’estrema destra, è talmente diversificato che è impossibile generare una sequenza di proposte programmatiche puntuali e precise che possano poi trovare un allineamento o una discussione con quelle di altre forze politiche. Come si fa a mettere d’accordo gente che proviene da orientamenti politici virtualmente di ogni tipo?

Giustamente l’unica cosa su cui tutti possono essere d’accordo è cosa non vada bene e, cioè, per la somma delle parti, tutto.

Infatti, è già difficile mettere d’accordo i cattolici e i non cattolici di area sinistra che comunque condividono un percorso storico comune, figuriamoci quanto difficile possa essere mettere assieme gente, che per giunta sembra sempre incazzata, che arriva un po’ dappertutto.

E’ una (utile)utopia, e per noi cittadini senza diritti è solo tempo sprecato e umiliazione.

Pietro

Finalmente #cirinnamoreremo

Viviamo in un mondo pieno di violenza, che viene ormai sdoganata dai mezzi di informazione e pure ricreata per intrattenimento.

Non ho mai sentito un’emittente TV lamentarsi per un film eccessivamente violento, al massimo ci piazzano un bollino rosso e il film va in onda. Neanche l’onnipresente Osservatore Romano, sempre puntuale quando ci ricorda quanto “pericoloso sia per il tessuto sociale” lo sdoganamento dell’innaturalità dell’omosessualità, condanna apertamente questa forma di intrattenimento.

L’amore fa più paura della violenza, è un dato di fatto.

Nello stato precario in cui ci troviamo, sapere che, anche per lo Stato, non esiste distinzione tra l’amore provato da un eterosessuale, da un omosessuale o da un transessuale ma esiste solo amore e che questo, e non la riproduzione, costituisce l’unica base contemporaneamente necessaria e sufficiente per costruire una famiglia felice, è una notizia che mi riempie di gioia.

Dopo anni in cui ci dicevano che i malati di mente siamo noi, un recente studio (e qui) sembrerebbe mostrare che, dopotutto, è l’omofobia il vero disturbo mentale.

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Pietro

 

#Bagnasco, il #FamilyDay e l’antropologia

Il Card. Bagnasco ha recentemente dichiarato che i figli non sono un diritto e che devono avere una mamma e un papà, dal momento che la famiglia è “antropologica, non ideologica”.

Frase curiosa perché così facendo Bagnasco identifica la famiglia nel senso cristiano cattolico con quella “struttura sociale” biologica che esiste nelle specie animali, peraltro con grandi variazioni tra una specie e l’altra.

In realtà la “famiglia cristiana”, con buona pace di Bagnasco, è una forma ideologica di famiglia imposta e regolamentata dalla Chiesa sulla società occidentale nel corso dei secoli. Se la famiglia fosse esclusivamente antropologica, osserveremmo sempre la stessa struttura con le stesse “regole” in qualsiasi cultura umana nel mondo. Cosa che invece non accade sempre in altre culture.

Vorrei dire che nessuno parla di “diritto ad avere figli”, si parla invece di “diritto alla possibilità di averli”: sono due cose ben diverse ed è una questione che interessa tutti, eterosessuali compresi. Ci sono molte coppie eterosessuali con problemi più o meno gravi di fertilità, eppure quando si parla di “modi alternativi di avere figli”, finiscono sempre nel mirino gli omosessuali.

In effetti, per la Chiesa Cattolica, la questione della riproduzione sessuata è molto importante. Forse molti non sanno, includendo anche i tanti che vanno al Family Day, che uno dei primi requisiti per considerare un matrimonio un “vero matrimonio” e dunque ciò che ne esce una “vera famiglia” è che l’uomo non deve essere impotente, e che entrambi i coniugi devono essere capaci di sesso vaginale che deve terminare con l’eiaculazione all’interno della vagina della donna. Questa è una condizione che viene detta indispensabile.

Quindi: se vi siete sposati in Chiesa e non avete avuto figli, non li avete voluti, o vi siete sposati in età avanzata e non potete più riprodurvi, il vostro matrimonio, per la Chiesa, è nullo. Vorrei sapere se i tanti che vanno a manifestare al Family Day e che magari rientrano in una di queste “categorie”, sanno che stanno difendendo della gente che considera il loro legame tanto odioso e impuro come quello dei “non matrimoni omosessuali”.

Un matrimonio senza riproduzione non ha senso per la Chiesa dal momento che la sua funzione è, in un certo senso, “santificare” l’attività sessuale, fintanto che questa è finalizzata alla sola riproduzione per la costruzione di un nucleo familiare.

Il matrimonio è, in sintesi, un bel vestito, socialmente accettabile, da mettere addosso al desiderio di copulare.

Per sintetizzare questa prima parte, la sola famiglia che la Chiesa riesce a capire è quella in cui un contratto, il matrimonio, regola e benedice l’attività sessuale di due individui di sesso opposto che producono figli. Il vincolo matrimoniale poi impone dei doveri al marito e alla moglie, come ci ricorda Famiglia Cristiana:

La moglie è in pratica un “curioso animale domestico“, per citare Fantozzi, che il marito deve guardare quasi con pietà.

E’ dunque chiaro che per la Chiesa un matrimonio omosessuale non ha alcun senso perché è assente la possibilità “pratica” di generare figli con il sesso. Quello che trovo singolare è l’incapacità di astrazione della Chiesa, che non riesce ad andare oltre all’equivalenza:

sesso = riproduzione = amore

Si può avere amore con e senza sesso e, viceversa, sesso con e senza amore.

Ci si può riprodurre con e senza amore e, viceversa, amore con e senza riproduzione.

Riproduzione implica sesso? No! Se un uomo soffrisse, ad esempio, di disfunzione erettile e la donna non avesse problemi di fertilità, perché non possono riprodursi estraendo lo sperma dell’uomo e inseminando la donna?

Che differenza c’è se l’ovulo venisse fecondato da uno spermatozoo che arriva da una pipetta invece che da un pene? Il risultato finale è lo stesso. Questo rende forse i bambini meno umani? Dei mostri di Frankenstein?

Io penso che delle persone disposte a fare tutto questo per avere un figlio da crescere siano dei genitori con un potenziale umano enorme, molto più di quello di quattro porporati rinsecchiti che pretendono di dare lezioni su cosa sia il sesso, la riproduzione e la famiglia quando per libera scelta hanno deciso di rimuovere dalla loro vita tutto questo.

Tornando alla questione dell’omosessualità e dei bambini cresciuti da famiglie omogenitoriali, come dicevo in un post precedente, la parola spetta alla scienza che, a differenza della Chiesa, riflette e anticipa la maturità intellettuale della popolazione globale, invece di costringere l’uomo a vivere secondo dettami vecchi di millenni, come se il tempo non avesse senso.

Cito le conclusioni di alcuni studi, che si possono recuperare cliccando sui link, riguardo le famiglie omogenitoriali e i figli:

2007, Università del Michigan

Results confirm previous studies in this current body of literature, suggesting that children raised by same-sex parents fare equally well to children raised by heterosexual parents.

2013, Università di Cambridge

I genitori gay mostravano, rispetto ai genitori eterosessuali, meno livelli di depressione e di stress legati alla genitorialità. I padri gay mostravano un maggior calore e un maggior numero di interazioni nei confronti dei figli. Inoltre, mostravano minore aggressività educativa e maggiore sensibilità. Non vi erano invece differenze tra i genitori gay e i genitori lesbiche. Riguardo ai figli, si rilevava un maggior numero di problemi esternalizzanti (rabbia, comportamenti aggressivi etc.) tra i figli dei genitori eterosessuali.

2014, Università di Melbourne

Australian children with same-sex attracted parents score higher than population samples on a number of parent-reported measures of child health. Perceived stigma is negatively associated with mental health. Through improved awareness of stigma these findings play an important role in health policy, improving child health outcomes.

Questi sono i fatti: no, i bambini non crescono male, non crescono “infettati” dall’omosessualità e no l’umanità non si estinguerà. E se i bambini dovessero venire “maltrattati” a scuola dai loro compagni per via dei loro “genitori strani”, non è colpa dei bambini con due mamme o due papà, è colpa di quei genitori che hanno educato male i loro figli e, se male educati, sotto la categoria di “genitori strani” e “famiglie strane” rientrano tante cose.

Ad esempio, la mia scuola elementare era privata, gestita da suore. I miei genitori venivano considerati “strani” perché erano divorziati. E sì, mi ricordo alcuni bambini che mi dicevano: “perché non hai due genitori?”, oppure: “perché non hai foto con loro due?”.

Al giorno d’oggi avere i genitori separati, purtroppo, non è cosa rara. Anche se parlo di 20 anni fa, ogni “momento storico” ha le sue “stranezze”.

Al tempo dei miei nonni erano “strane” le famiglie in cui un “bianco” sposava un “nero”, quando ero piccolo io erano “strane” le famiglie divorziate e/o allargate…adesso è il turno delle famiglie con genitori dello stesso sesso.

Passerà anche questa, l’importante è ricordarsi che a decidere cosa sia naturale da cosa non lo sia non è compito che spetta all’uomo, che è solo un osservatore e sperimentatore.

Se una cosa fosse “innaturale”, non si osserverebbe a priori in natura; il giudizio dell’uomo è ininfluente, come mostra infatti la stessa biologia che la Chiesa tanto chiama in causa, in modo parziale, quando le fa comodo:

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Pietro

Su #Italo e il #FamilyDay

Vorrei dire qualche parola sulla questione Italo. Detta in sintesi: Italo offre uno sconto se acquistate un biglietto per andare al Family Day, a differenza di Trenitalia che ha smentito.

Questa mattina Italo ha twittato:

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Da consumatore, ho trovato questa dichiarazione piuttosto inquietante. Sembrerebbe quasi che il pensiero dell’azienda sia: “se siete autorizzati a fare un evento e ci pagate, per noi è sufficiente, il resto non ci frega”. Non ci sarebbe quindi alcun interesse da parte dell’azienda sul tema dell’evento.

Il Family Day vedrà andare in piazza persone che credono che sia giusto ed eticamente corretto negare diritti ai loro pari in virtù del loro orientamento sessuale inducendo, di conseguenza, una limitazione alla capacità di autodeterminazione della persona.

Di questo parliamo: di persone che pensano sia giusto far vivere altri in una condizione svantaggiata. E questi sono pensieri violenti, in giacca e cravatta pellicce e permanenti, ma sempre violenti.

Mi chiedo: ha ancora senso per un’azienda scollegare le scelte di mercato dal tipo di impatto sociale che queste possono contribuire a produrre, ignorando le specificità proprie di ciascun evento?

Secondo me no. Non tutti gli eventi sono uguali. Non stiamo parlando del lancio di una fashion week, di una galleria d’arte o di un festival del cinema. Parliamo di libertà personali e queste non sono più cose su cui ci si può permettere di scegliere di “non scegliere” con questa sorta di “perbenismo di mercato” all’italiana.

Probabilmente sarei un pessimo imprenditore, ma se lo fossi non accetterei mai di aiutare a trasportare persone che pensano che sia giusto rovinare la vita del prossimo per qualsivoglia motivo, in questo caso l’orientamento sessuale.

Nel 2016, da un’azienda, mi aspetto anche la “sostenibilità etica” delle proprie scelte di mercato, o almeno un po’ di lungimiranza: il Family Day c’è un giorno solo su 365, per il resto noi viaggiamo tutto l’anno.

Caro Italo, hai perso un cliente.

Pietro

Qualche pensiero su #unionicivili e #bagnasco

I gay che: “sono omosessuale, non gay” oppure “sono gay ma i bambini non si toccano” (riferendosi al caso delle adozioni) non riuscirò mai a capirli. Trovo che questi discorsi siano abbastanza pericolosi, e che forse denotino un misto tra Sindrome di Stoccolma e un’idea di omosessualità che si ferma alla “fase sessuale”.

Se facciamo un discorso sui diritti dei bambini che vengono adottati, molto banalmente potremmo dire che questi bambini hanno il diritto di essere felici, e di crescere in un contesto che possa dare loro, per il più lungo tempo possibile, serenità e armonia.

La questione dunque si riduce a: per creare un contesto sereno e armonico in cui far crescere un bambino o una bambina, è necessario che i genitori abbiano sesso diverso?

Visto che qui parliamo di progetti di legge che disciplinano la vita affettiva dei cittadini a prescindere dal loro credo politico e religioso e quindi prima di tutto come esseri umani, l’unica “guida” che possiamo usare per condurre il ragionamento è la scienza, dal momento che questa, a differenza del resto, gode di un livello di obiettività univocamente verificabile e universale, dal momento che il suo modo di procedere prescinde dalle convinzioni personali di chi la utilizza.

La scienza a riguardo dice una cosa chiara: i bambini adottati da coppie dello stesso sesso non mostrano alcuna differenza rispetto a quelli che crescono in coppie eterosessuali ma, in molti casi, crescono in un contesto più sereno dal momento che nelle coppie omosessuali sono assenti quegli stereotipi di genere che, purtroppo, ammorbano spesso le coppie eterosessuali.

Si dice spesso che gli omosessuali che vogliono adottare dei bambini sono egoisti.

Se chiedere che la legge riconosca che l’amore sia uno e uno solo e non differenziato per qualità in base all’orientamento sessuale, è egoismo, mi chiedo come si possa definire l’atteggiamento di quelli che, tanto etero quanto gay, credono che sia giusto ritenere l’amore di una coppia omosessuale inadatto per un contesto familiare; come se l’amore fosse diviso tra “amore vero” (eterosessuale) e qualcos’altro nel caso omosessuale.

Cosa c’è di più egoista del limitare la libertà personale e affettiva dei propri concittadini nel nome delle proprie convinzioni personali (e sottolineo convinzioni) mantenute da miopia culturale e deficienza scientifica?

Chi sono quindi i veri egoisti? Le persone che chiedono che non ci siano classificazioni tra amore di serie A e serie B, o quelli che invece di affrontare le proprie insicurezze restano avvinghiati a totem ideologici affrontando rabbiosamente ogni questione da cui si sentono minacciati?

Gli unici egoisti sono quelli che fanno pagare a tutta la collettività il prezzo della loro arretratezza culturale, dimettendo ogni questione con un “i problemi sono ben altri!“.

Pietro

Featured Image originale su Panorama

#WorldAIDSday – Pensieri

In questi giorni, nei social, ho letto discorsi incredibili riguardo HIV, AIDS e, più in generale, le malattie sessualmente trasmissibili (che chiamerò MST da qui in poi per brevità). E’ brutto vedere che nel 2015 ci sia ancora così tanta disinformazione, vuoi per motivi culturali/religiosi vuoi per semplice pigrizia.

Spesso si preferisce ascoltare il luogo comune o il consiglio/opinione di un amico invece di prendere la situazione in mano e informarsi in prima persona.

Molti dicono “HIV, ma anche gonorrea, ecc”. Verissimo, ma è una frase che, secondo me, tradisce un lieve atteggiamento di “benaltrismo” particolarmente pericoloso in una società come quella italiana che, su questi temi, è costantemente bloccata tra passato e futuro in un presente alquanto improbabile. Parlerò quindi solo di HIV e AIDS.

Per dirla in soldoni: il primo è il virus (Human Immunodeficiency Virus, cioè virus dell’immunodeficienza umana) che è quello che si trasmette nel contagio, il secondo è il “risultato” dell’azione del virus nel nostro corpo, risultato che spesso richiede svariati anni per manifestarsi in tutta la sua gravità.

  • HIV colpisce gli umani, indipendentemente da:
    • Sesso
    • Etnia
    • Età
    • Orientamento sessuale
    • Credo religioso
    • Posizione sociale
    • Ruolo sessuale (attivo o passivo)

Sembra strano precisare questo, ma mi è capitato spesso di leggere commenti in alcuni forum (principalmente di estremismo cattolico) che evidenziano delle credenze di alcuni secondo cui HIV colpisca unicamente uomini gay atei e, se possibile, africani.

  • HIV non si trasmette in queste modalità:
    • Per via aerea
    • Stringendo la mano ad una persona HIV+
    • Bevendo dal bicchiere di una persona HIV+
    • Con scambio di saliva, sudore o lacrime

Il modo più comune per rischiare di essere contagiati è nel rapporto sessuale. Si tende spesso a dire, specialmente nel “mondo gay”, che “se non c’è eiaculazione allora è tutto ok“. Questo è sbagliato ed è uno dei tanti discorsi che ho letto sui social.

Il pericolo di contrarre HIV non risiede unicamente nello sperma ma in tutta una serie di fluidi corporei e, nello specifico, nel contatto tra fluidi infetti e mucose o tessuti danneggiati o nel caso di iniezione diretta di fluidi infetti (ad esempio utilizzando una siringa già utilizzata da un soggetto HIV+). Nel caso umano, le mucose di cui si parla sono nel: retto, vagina, “apertura” del pene (cioè l’uscita dell’uretra), e la bocca.

Vediamo allora i fluidi corporei pericolosi:

  1. Sangue. In un rapporto sessuale si può venire a contatto con sangue in varie situazioni: abrasioni, mestruazioni, lacerazioni. Il sangue si può trovare anche nella bocca, per esempio in una persona con malattia parodontale.
  2. Sperma. Questo è uno dei motivi per cui è fondamentale utilizzare il preservativo in un rapporto sessuale qualsiasi sia il vostro partner e a maggior ragione se si tratta di qualcuno/a che conoscete poco o se si tratta di un rapporto occasionale con perfetti sconosciuti. Nonostante quello che disse la Chiesa, il preservativo difende dal contagio ed è un efficace strumento di prevenzione (unito alla testa di chi lo indossa).
  3. Secrezioni rettali. Ci sono poche ricerche riguardo le secrezioni rettali, tuttavia è bene porre attenzione. Durante i rapporti anali (sia nel caso in cui il soggetto penetrato sia un uomo sia nel caso in cui sia una donna), la secrezione rettale è un muco con funzione contemporaneamente di lubrificante e di protezione delle pareti del retto. Alcuni studi hanno mostrato come la carica virale all’interno delle secrezioni rettali sia sufficiente a porre un rischio serio di trasmissione, contrariamente a quanto si pensava in passato e cioè che HIV venisse trasmesso esclusivamente tramite sangue e sperma. Anche qui, dunque, si vede come sia imperativo usare il preservativo: infatti anche in assenza di eiaculazione, può essere possibile contrarre il virus per contatto con la mucosa rettale infetta.

Contestualizzando queste informazioni nel caso delle pratiche sessuali comunemente seguite, vediamo come è consigliabile comportarsi:

  • Sesso orale:
    • Pompino. Nel caso del pene di sono due fluidi corporei coinvolti: liquido prespermatico (o preseminale o precum) e sperma. Mentre nel caso del liquido prespermatico non c’è ancora un accordo nella comunità scientifica riguardo le sue capacità di trasmettere il virus, lo sperma è invece pericoloso. Quindi:
      • Chi fa il pompino deve stare attento a non venire a contatto con lo sperma.
      • Chi riceve il pompino non corre tecnicamente rischi, anche nel caso in cui la persona che lo pratica sia HIV+. Esiste però la possibilità teorica che, nel caso in cui la persona HIV+ abbia lacerazioni o sanguinamenti in bocca, il sangue possa venire a contatto con la mucosa del pene mettendo a rischio di infezione il partner, anche se si tratta di una possibilità molto remota.
    • Cunnilingus. Evitare nel caso di presenza di sangue mestruale nel caso in cui la donna che riceve l’atto sia HIV+.
    • Rimming. Non ci sono studi che dimostrino la trasmissione di HIV con questa attività. In realtà è stato registrato un solo caso in cui una persona è stata infettata da HIV ricevendo il rimming da partner HIV+ che aveva sangue sulla lingua.
  • Sesso vaginale: usare sempre il preservativo.
  • Sesso anale: come nel caso del sesso vaginale, usare sempre il preservativo. Anche nel caso in cui non ci sia eiaculazione, il rischio di contagio esiste sempre (secrezioni rettali, lacerazioni e abrasioni con perdite di sangue, ecc).

Concludo dicendo a chi ha una vita sessuale attiva: vestitelo (usate il preservativo) e fate il test. Il test HIV è sempre gratuito e anonimo nelle ULSS, ormai esistono anche i test domestici che si possono ordinare via internet. Non ci sono più scuse per non farsi visitare.

Siamo tutti al sicuro solo se ognuno è sicuro.

Pietro

 

I soliti sfigati che insultano

Ogni volta che si verificano questi fatti, ci ricordiamo sempre che i nostri concittadini (nostro malgrado) hanno ancora molta strada da fare. Non parlerò di nuovo di omofobia per non essere ripetitivo (qui potete trovare un post che avevo scritto sull’omosessualità nella storia e sull’origine dell’omofobia nel senso moderno nel tardo periodo romano, e qui invece un post con considerazioni più personali sull’omofobia).

Una cosa che mi fa piacere è vedere che, ogni anno che passa, l’opinione pubblica sembra essere sempre più polarizzata verso un comune senso di condanna e di schifo nei confronti dell’omofobia: si inizia cioè a realizzare che sia un rigurgito mentale originato da contesti particolarmente bassi e non un rispettabile “punto di vista”.

Quello che però non posso conoscere è quante persone veramente abbiano sperimentato nella loro vita, in modo diretto, l’odio per essere quello che sono. Ragionavo osservando i miei contatti di Twitter. Penso che siamo in pochi ad aver sperimentato l’omofobia, ancora meno ad averne avuto a che fare nell’età più pericolosa dei 12/13 anni. E per fortuna all’epoca mia non esistevano smartphone e social network nella forma attuale.

Quando si hanno 12 o 13 anni ci sono due strade che si possono intraprendere, e in realtà sono due solo per pochi, molto spesso la via è a senso unico:

  1. Subire e resistere, da solo.
  2. Fingere di essere “normale” (come spesso si dice in queste situazioni), unendosi al branco dei bulli, accanendosi verso altri malcapitati su cui sfogare quella rabbia irrazionale che si prova per essere “differenti” rispetto agli altri.

La strada 2 è praticabile solo da chi “non sembra omosessuale”. Lascio a voi immaginare quali possano essere i requisiti a 12 o 13 anni per sviare il “sospetto di omosessualità”. Io ad esempio ero il “gay della classe” perché ero educato, facevo piscina (molti compagni di classe associavano piscina a “uomini nudi” quindi gay) e non parlavo di seghe e porno.

Per la maggioranza dei ragazzi, l’unica via è la prima: subire e resistere, da soli. Il punto della solitudine è centrale. In quelle situazioni lì si è soli ed è una sensazione di solitudine molto profonda e molto peculiare: ci si sente soli quando si sente di essere differenti in qualcosa. Tuttavia, nella solitudine ordinaria, esiste sempre un attenuatore: il pensiero che non si è gli unici a sperimentare la condizione che produce la solitudine.

Quando si è piccoli, e si sente che c’è qualcosa di differente rispetto agli altri coetanei dal punto di vista dell’affettività, il senso di solitudine non è attenuato ma è puro perché nessuno, a quella età (tranne in rarissimi casi), ha altri coetanei con cui relazionarsi che mostrano la stessa particolarità. E la cosa che fa sentire ancora più soli, è che nemmeno i propri genitori hanno la particolarità che si sente di avere.

Ci si sente, in altre parole, completamente soli perché non si trova nulla di simile o di comparabile non solo negli altri, ma neanche nei propri genitori. E si ha paura. A questa paura si aggiunge la confusione di tante domande senza risposta, tra cui quella dell’odio che si sente arrivare da parte degli omofobi e dagli altri che si divertono a prenderti di mira. Perché questa gente odia? Chi gliel’ha insegnato? Sono “sbagliato” io perché sono differente da loro o sono loro ad essere dalla parte sbagliata perché violenti?

In altre parole, ciò che crea l’omofobia è una sensazione di smarrimento totale: alla solitudine complessiva si aggiunge la confusione causata dalla mancanza di risposte. E lo smarrimento, a sua volta, alimenta l’incapacità di relazionarsi agli altri, anche per paura di “sembrare” ciò che, osservano gli omofobi, pare essere odiato e detestato da tutti.

E’ solo crescendo che si ridimensiona il “tutti” e si inizia a venire a contatto con altri che hanno vissuto le stesse cose, e dunque il senso di solitudine gradualmente si attenua e si riconduce entro i limiti dell’ordinario. Però la memoria degli avvenimenti, l’aver sperimentato la violenza per il fatto di essere fatti in un modo, restano per sempre e, talvolta, gli effetti vengono dissipati solo in molti anni.

Io ricordo ancora benissimo come, in una mattina di un martedì qualunque del marzo del 2002, dopo una lezione di ginnastica un ragazzo di un’altra classe (4 anni più vecchio di me), che da settembre in poi mi continuava a dire “un giorno o l’altro ti darò una coltellata” si avvicinò con un coltello, vero questa volta, dicendomi: “voi froci dovete morire tutti”. Fortuna vuole che, proprio in quel momento, entrasse la mia prof. di italiano che, dopo aver disarmato il ragazzo, chiamò carabinieri e poi le cose ebbero il loro corso.

Questo tipo di episodi qui, e simili più o meno gravi, lasciano dei segni indelebili: sono esperienze di vita importanti, nella loro gravità, ma aiutano a selezionare definitivamente chi sia dalla parte sbagliata e chi dalla parte giusta.

Così ho capito, anche se inconsciamente mai avevo dubitato, che una persona capace di concretizzare l’odio in atti di violenza fisica e verbale, a prescindere da tutto, non può mai difendere una posizione condivisibile. Mai. Sembreranno facili parole, ma una volta che si verifica in prima persona la loro veridicità, tutto cambia.

Grazie a questo, non ho mai odiato me stesso, tantomeno ho avuto bisogno di “accettarmi”: ho sempre saputo chi sono, e questa è stata una grande fortuna, perché ho avuto più tempo per “normalizzare” (nel senso statistico del termine) la mia vita.

Detto questo, spero si comprenda il motivo per cui non pubblicherò foto di me con la scritta in nero “Frocio” sopra. Conosco fin troppo bene la violenza insita nella parola da permettermi di non utilizzarla a sproposito.

Pietro