I risultati della politica da talk-show

Vorrei dire qualche parola sulla vicenda di Marino. Penso che sia stato, in parte, vittima della “politica da talk-show”. Ci troviamo, infatti, in condizioni che difficilmente si possono definire ordinarie per quanto concerne la politica e il modo in cui il mondo dell’informazione si rapporta ad essa.

Come già dicevo in passato, il problema è che la politica è eccessivamente sovraesposta. Non c’è rete televisiva che non abbia in palinsesto almeno un programma di approfondimento politico la mattina e uno la sera.

Abbiamo una intera rete (La7) che ci bombarda di politica dalle 8 della mattina a tarda notte, per poi continuare con le repliche nel caso in cui vi foste persi la mattina. Vorrei solo elencare il numero delle trasmissioni perché la situazione è quasi comica:

  • Mattina: Omnibus, Coffee Break, L’aria che tira
  • Pomeriggio: Tagadà
  • Sera: Ottoemezzo
  • Prima serata: a scelta tra Piazzapulita, Di Martedì, La Gabbia, Servizio Pubblico e completa il quadro Crozza che fa, in gran parte, satira politica.

Molto spesso, in queste trasmissioni, i temi vengono affrontati non in serenità ma in un clima da stadio con tanto di tifoseria (ad esempio La Gabbia che ha un nome che da solo dice già tutto sul tipo di spettacolo che possiamo aspettarci). Molto spesso (ad esempio a Di Martedì) assistiamo a vagonate di ospiti che entrano ed escono ad ogni blocco della trasmissione e, spesso, questi vengono intervistati una volta soltanto.

Verrebbe dunque da chiedersi: di quanto tempo ci sarebbe bisogno per formulare un discorso sensato o, almeno, per porre delle questioni in modo compiuto in modo che si possano sviluppare degli argomenti? Una volta ho cronometrato, per curiosità, il tempo medio in cui un ospite riesce a parlare senza essere interrotto vuoi da un altro ospite vuoi dal conduttore. Il risultato? Sorprendentemente 20 secondi (eccetto Ottoemezzo). Fate pure la verifica se non ci credete.

Tipicamente un ospite ha 20 secondi di tempo per: essere televisivo (agitarsi, fare show, un po’ alla Landini per intenderci), affrontare un tema arbitrariamente complesso e prendersi applausi o vagonate di merda. Queste due ultime (applausi e merda) sono poi ciò che sancisce la qualità del ragionamento e non il ragionamento in sè.

Poi i media si meravigliano se la comunicazione politica ormai sia fatta di slogan, spot, tweet: cos’altro puoi dire in 20 secondi, o fosse anche un minuto, con l’ansia costante di essere interrotto?

La comunicazione politica è quel che è perché sono i mezzi di informazione in primo luogo che si fanno funzionare così.

Che dire poi dei sondaggi per le intenzioni di voto? Non c’è programma di approfondimento politico che, ogni settimana, non abbia il suo sondaggio. Addiritura il TG di La7, ogni lunedì, mostra il suo sondaggio.

Anche qui: è normale che i media ci facciano vivere in questa sorta di clima di costante campagna elettorale spiattellandoci sondaggi ad ogni ora del giorno? Si crea questa situazione in cui sembra che tutto debba sempre cambiare da un momento all’altro, come se non ci fosse mai nulla di certo. E’ una condizione psicologicamente stressante.

Forse lo è più per noi telespettatori che tendiamo a vedere la politica come qualcosa di serio, e invece chi fa informazione forse si diverte anche un po’.

Ricordo con molta nostalgia dei programmi eccezionali che faceva La7 in passato, come l’Infedele di Gad Lerner: un salotto senza urla, senza insulti, senza un pubblico di hooligans. Quattro ospiti e non 30, si prendeva un tema, si discuteva, ci si scambiava opinioni e poi a fine trasmissione si rimaneva con qualcosa in mente su cui ragionare.

E i social network esistevano già, mentre non esisteva ancora un pubblico così in gran parte “depensante” come quello che c’è oggi. I social sono solo uno strumento, il problema è l’analfabetismo tecnologico e funzionale dei troppi che ne hanno accesso, anche qui, in modo “troppo facile”.

Parlavo all’inizio di Marino. La questione di Marino, per come la vedo io, è strettamente collegata a questo modo di fare informazione politica dove ciò che conta, per i motivi detti prima, è lo slogan, la frase ad effetto, la prima impressione diventa l’unica che conta e si getta nel cestino anche la presunzione di innocenza.

E’ come un reality: non ti giudica la legge, rimanendo innocente fino a prova contraria (come il nostro ordinamento prescrive), ti giudica il pubblico, la gente (o laggente a seconda dei casi), il sentito dire, il luogo comune. Al grido di “siete tutti ladri” si dispensa della gente con la stessa velocità e semplicità con cui si cambia canale alla tv, poi puoi essere anche innocente ma intanto sei fuori e la gente è soddisfatta per la parvenza di importanza che le sembra di avere decidendo, con urla e forconi, il futuro del politico di turno.

E questo clima da “giustizialismo gentista” è spesso abilmente mantenuto dai media stessi a cui basta ricevere la soffiata per pubblicare una storia, rovinando la vita al malcapitato e, nel caso in cui fosse innocente, subirne le conseguenze legali dimenticando che nessuna sentenza o risarcimento pecuniario possono riabilitare l’immagine di qualcuno agli occhi di un popolo sempre più folla e sempre più ferale.

Marino si inquadra perfettamente in tutto questo. Non è un politico e non sa comunicare come gli strumenti attuali richiederebbero. Pensiamo ad esempio al caso degli scontrini: quando Marino ha detto di voler staccare un assegno per ripagare della spesa ha commesso un suicidio politico perché si è mostrato agli occhi della folla nel modo più sbagliato possibile dal momento che, grazie alla sapiente opera di cesellatura fatta dai media, ormai la gente dai politici non si aspetta altro che ladrerie e opacità.

Il popolo trasformato in folla è cinico, con una mente unica, privo di compassione e privo di empatia. Non cerca motivi per credere nelle proprie speranze, cerca solo evidenze per confermare i propri sospetti per poi sfogare la rabbia.

Un politico, che fosse innocente o colpevole, non avrebbe mai fatto niente di simile. L’idea che per fare i politici basta essere “onesti” è una scemenza colossale perché l’onestà del politico e l’aderenza di questo alle promesse elettorali si manifesta con il suo operato e questo, purtroppo, è noto alla maggior parte della gente solo ed esclusivamente tramite gli organi di informazione che, a loro volta e come è ovvio che sia, puntano l’attenzione solo su ciò che “fa notizia”.

Ad esempio, nel caso di Roma: abbiamo mai visto in TV delle trasmissioni dedicate alle persone che invece sostengono Marino? No. E cosa conclude il popolano medio inferocito contro il mondo e contro la politica? Che tutti odiano Marino e che fa schifo perché è “come tutti gli altri”.

Su Marino ci penseranno gli organi competenti ad esprimersi. Per come la vedo io abbiamo bisogno di scuole di formazione politica serie (come quella che aveva il PCI o la DC) e iniziare a pensare che è giusto che possano provare tutti a fare politica ma è anche vero che la politica non è per tutti e serve una selezione fatta sulle reali capacità.

Tutto questo, tuttavia, è inutile se non si agisce in positivo anche sull’opinione pubblica: serve un nuovo modo di fare informazione riguardo i temi della politica. Basta talk-show e basta politica h24. Bisogna stimolare la criticità nella gente, non assecondare la facile voglia di vedere schifo ovunque.

Pietro

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Quello che l’OMS ha detto veramente

In questo post vorrei presentare in forma riassuntiva ciò che l’OMS ha scritto nel suo comunicato del 26 Ottobre 2015. Trovo che la notizia sia stata riportata in modo estremamente impreciso da parte dei media, che oltre a confondere carni rosse e carni lavorate, iniziano a rilanciare argomentazioni come “la carne rossa è pericolosa come il fumo” oppure a suggerire analogie tra i wurstel e il plutonio. Questo modo impreciso di fare informazione trasforma gli articoli in pura spazzatura e serve solo a creare quell’allarmismo di cui tutti, media inclusi, si lamentano.

Vediamo allora cosa è stato veramente detto. Nel comunicato riassuntivo (che potete trovare qui), l’OMS separa nettamente le carni rosse dalle carni lavorate. Cosa si intende con l’una e con l’altra dicitura?

  • Carni rosse: per carni rosse l’OMS intende, cito testualmente: “all mammalian muscle meat, including beef, veal, pork, lamb, mutton, horse and goat”. Vale a dire la carne dei mammiferi che solitamente mangiamo: manzo, vitello, maiale, agnello, pecora, cavallo e capra”.
  • Carni lavorate: per carni lavorate l’OMS intende invece: “meat that has been transformed through salting, curing, fermentation, smoking, or other processes […] ” e cioè la carne che è stata lavorata, fatta fermentare, affumicata. I prodotti commerciali tipicamente classificabili come “carni lavorate” sono: hot dog, wurstel, prosciutto, salsicce, preparazioni a base di carne, salse, carni affumicate, ecc.

Fatte queste precisazioni, le due categorie sono state separate perché sono state classificate in modo differente:

  • Le carni rosse sono state classificate nel gruppo 2A
  • Le carni lavorate sono state invece classificate nel gruppo 1

Anche qui, cosa significa questo?

Gruppo 2A: il gruppo 2A contiene quelli che vengono chiamati “agenti probabilmente cancerogeni per l’uomo“. La parola “probabilmente” non vuol dire che non ci sono studi sufficienti per dire che l’agente sia cancerogeno, anzi: vuol dire che mentre ci sono prove che supportano la natura cancerogena dell’agente (cioè che la sua assunzione può indurre cancro), invece non ci sono prove definitive sul fatto che l’agente sia il solo responsabile per la comparsa del cancro.

Per quanto riguarda le carni rosse, dunque, la classificazione 2A ci dice che sì, sono state osservate delle correlazioni tra il consumo di carne rossa e l’insorgenza di particolari tipi di tumore (colon-retto, pancreas e prostata), ma non è possibile dire se all’insorgenza di questi tumori possano concorrere anche altre cause oltre alla carne rossa.

Riassumendo, quindi: in persone che hanno sviluppato quei tipi di cancro si è riscontrato un consumo di carne rossa, ma non possiamo essere sicuri che il consumo di carne rossa sia il solo responsabile dello sviluppo del cancro.

Gruppo 1: nel gruppo 1 sono inseriti tutti gli agenti denominati “cancerogeni per l’uomo”. Questo tipo di agenti sono quelli per cui si hanno prove sufficienti che dimostrino come la sola esposizione ad uno di essi sia sufficiente a sviluppare cancro. In altre parole, sono nel gruppo 1 tutti quegli agenti che “da soli”, con la loro assunzione, riescono ad indurre la formazione di cancro.

Nel caso delle carni lavorate, si è osservata una “sufficienza” nel consumo di questi alimenti per la produzione del cancro al colon-retto. In altre parole: il consumo di carne lavorata induce il cancro.

Bisogna fare ora una precisazione essenziale: l’appartenenza di un agente ad un certo gruppo, non implica che la pericolosità e la tossicità degli agenti dello stesso gruppo sia uguale. La classificazione per gruppi ci dice solo quali agenti (o, più in soldoni, sostanze) condividono la stessa “proprietà” di fare danni. Consiglio la lettura del Q&A dell’OMS qui.

Per esempio nel Gruppo 1 rientrano anche degli elementi radioattivi, come il plutonio. Questo vuol forse dire che il plutonio e un wurstel sono ugualmente pericolosi? Ovviamente no. Vuol dire soltanto che, presi da soli, sia il plutonio sia un wurstel sono capaci, se assunti con regolarità, di indurre il cancro senza aver bisogno di altre sostanze.

Vediamo per curiosità alcuni agenti classificati nel Gruppo 1 con i quali veniamo quotidianamente a contatto e per i quali nessuno si pone troppe domande:

  1. Inquinamento dell’aria (outdoor air pollution)
  2. Radiazione solare naturale
  3. Talco contenente fibre asbestiformi
  4. Scarico del motore diesel (diesel exhaust)
  5. Tabacco
  6. Polvere di legno

Potete trovare la lista completa qui.

Detto questo: l’allarmismo come si vede è del tutto ingiustificato. Qualsiasi dieta alimentare squilibrata produce danni all’organismo, ma ora, grazie all’indagine scientifica, sappiamo una cosa di più: mangiare in modo eccessivo carni lavorate (si parla di 50 grammi al giorno per incrementare del 18% il rischio di sviluppare cancro) può fare danni seri, così come un consumo di carne rossa anche se su questo ci sono meno evidenze sperimentali.

Quello che, però, è insopportabile è l’atteggiamento di continuo sarcasmo da parte della maggioranza dei media che tendono a screditare l’autorevolezza di istituzioni importantissime come l’OMS, arrivando a suggerire, in questo caso della carne, degli inquietanti e assolutamente non veritieri parallelismi tra wurstel e radionuclidi pur di attirare lettori. Questa costante apologia di disinformazione sui temi scientifici deve finire.

Pietro

Pubblicare notizie non vuol dire necessariamente informare

Una persona mi comunica la sequenza di numeri 14159265358979323846. Non è importante che io sappia cosa sia, magari ho un sospetto. Ma decido di pubblicarla su un giornale, dove non esprimo un parere ma “lascio alla gente farsi un’opinione”. Le persone leggono l’articolo dove parlo di una “misteriosa sequenza di numeri”, magari ascoltata in una intercettazione tra due politici:

  • La persona X pensa che siano numeri a caso –> cosa si è fumato il giornalista?
  • La persona Y, più curiosa, chiede a dei suoi amici se per caso questa sequenza di numeri abbia qualche senso –> qualcuno gli dirà che sono numeri a caso, qualche altro gli dirà che sono una serie matematica, altri ancora gli diranno che non sanno.
  • La persona Z, esperta di matematica, riconosce immediatamente che la sequenza è la parte decimale del Pigreco e quindi fa sparire, in un attimo, tutto l’alone di mistero che il giornalista aveva creato.

A questo punto, le persone come X, Y e Z si scambiano dei commenti, ognuno convinto che la sua sia la spiegazione corretta. X sarà certo che i numeri siano inventati, Y sarà d’accordo con X o con Z oppure non avrà opinione e Z sarà fermo della sua. Z proverà a dire che, in quanto matematico, è l’unico che può parlare con cognizione di causa, ma questo non importa, perché i matematici sono pochi e la maggioranza della gente segue X e Y.

Ho usato qui l’esempio dei matematici per parlare in generale di “esperti”: gli esperti veri, in qualsivoglia questione, sono sempre pochi.

In conclusione? La gente sceglie sempre Barabba (X e Y). Pubblicare un qualcosa non implica informare sulla questione. Questo modo di ragionare si basa sull’appiattimento dei requisiti di specificità proprie del particolare argomento dal momento che assume che tutti siano esperti dell’ambito cui la cosa fa riferimento, e dunque autonomi per formulare un giudizio critico e dunque informarsi.

Cos’altro significa informarsi, nel caso delle vicende umane, se non acquisire elementi per maturare un giudizio? Peccato che questo processo sia attuabile dalle sole persone che già hanno gli strumenti per “lavorare” sulla “materia prima” che i giornali distribuiscono.

In effetti, qui entrerebbe in gioco la figura del giornalista che dovrebbe fare da tramite tra la “materia prima” e la “massa” ineducata. Ad esempio: si parla di economia? Bene, allora un giornalista esperto di economia dovrebbe occuparsi di lavorare sugli elementi che ha a disposizione, producendo un articolo che sia il più possibile non equivoco dal punto di vista del contenuto informativo, tentando di “elaborare” quanta più “materia prima” possibile in una forma che incapsuli gli strumenti necessari per comprendere l’essenza della questione, in modo che potenzialmente tutti possano capire ciò di cui si parla. Questo dovrebbe fare un giornalista, e solo questo.

Invece, pare che sia sempre più comune l’atteggiamento del “lascio alle persone formarsi un’opinione” accompagnato da una sempre più superficiale scrittura degli articoli che, per i motivi detti sopra, non informano più ma fanno solo gossip.

Pietro

Non riformabile

La tesi che sostengono molti giornalisti e programmi di informazione/approfondimento è sempre la stessa: l’Italia non è un paese riformabile. Sono passati ormai quasi 3 mesi da quando scrivevo questo post, e non penso che la situazione sia cambiata ma, anzi, peggiorata.

La tesi in oggetto viene assunta come vera in forma più o meno esplicita, a seconda della situazione. Di più, per offrirne una dimostrazione, si procede spesso in maniera euristica e questo, in pratica, si concretizza in varie maniere:

  1. Trasmissioni televisive sempre più ring: vi ricordate quella trasmissione domenicale di quasi 10 anni fa, condotta da Paola Perego, dove c’era un vero e proprio ring in cui gli ospiti si scagliavano uno contro l’altro, con tanto di “gong” per scandire i match? Fu il teatro di una celebre sfuriata di Sgarbi contro la Mussolini (ecco un link). Ad ogni modo, ormai le trasmissioni di approfondimento politico stanno seguendo sempre di più questo “stile”, in cui ormai partecipa anche il conduttore. Si cerca cioè sempre di insinuare il dubbio, in senso negativo, sulla veridicità di ciò che ogni ospite dice, indipendentemente dalle competenze tecniche di ognuno, e il risultato finale è che non si ottiene alcuna informazione dalle discussioni. Il dubbio, infatti, dovrebbe essere insinuato in modo “neutro”, senza considerazioni personali che, invece, possono intervenire nella successiva fase di discussione. Il dubbio, in sé, dovrebbe basarsi esclusivamente sull’oggettività, come avviene nel mondo scientifico e invece non avviene nell’ambito del telegiornalismo italiano. Nello specifico i problemi delle trasmissioni di politica sono, secondo me:
    1. Rendere troppo facili, e dunque banali, cose che sarebbero molto complesse con l’obiettivo di accaparrarsi il più ampio pubblico possibile. A me piaceva molto come trasmissione l’Infedele di Gad Lerner, anche se molto di nicchia. Trasmissione prontamente silurata e sostituita da “La Gabbia” di Paragone. Nome parlante direi.
    2. Appiattire completamente le specificità degli ospiti: se viene invitato un docente universitario, un politico esperto o un cialtrone razzista non si considera ciò che viene detto ma come viene detto, quanti applausi prende e quanto sintetico è.
    3. Discussioni troppo brevi: una sera ho misurato, più per divertimento che altro, il tempo medio che ogni ospite ha a disposizione prima di essere interrotto dal conduttore o da altri ospiti. Parliamo di 30/40 secondi al massimo. Solitamente nessuno riesce a parlare per più di questa durata senza subire almeno un’interruzione. Tutti esauriti?
    4. Troppi argomenti: la nuova tecnica dei talk-show consiste nell’invitare una strage di ospiti da far ruotare tra i vari blocchi di una trasmissione. E’ quello che fa, ad esempio, Di Martedì su La7. Ci sono circa 14/15 ospiti per ogni serata che vengono ruotati, in modo da non annoiare il pubblico (se queste son le premesse…). Con questo nuovo modo di organizzare la trasmissione, gli ospiti parlano ancora meno, spesso un solo intervento e sempre con quei 30/40 secondi di cui si parlava prima. Parliamo di tweet praticamente. Di più, a questa estrema frammentazione nella continuità delle discussioni, si aggiunge una vastissima quantità di argomenti che si crede di poter gestire. Per come la vedo io, bisognerebbe:
      1. Scegliere un argomento principale e poche altre divagazioni.
      2. Invitare ospiti competenti, nel senso obiettivo, cioè guardando il CV.
      3. Spegnere i microfoni degli altri quando uno parla, così da evitare interruzioni. Questa cosa non si fa mai nella TV italiana per il semplice fatto che autori e produttori sanno benissimo che stimolando un po’ di rissa, la risonanza mediatica della trasmissione aumenta. Magari finisce su Blob il giorno dopo, o su qualche giornale. E’ voyeurismo.
      4. Assegnare ad ognuno un tempo minimo entro il quale può parlare senza essere interrotto, nemmeno dal conduttore.
  2. Giornali (web e cartacei) sempre più avvoltoi: un noto giornalista di un noto giornale con il nome che ricorda la celebre trasmissione “Il Fatto” (di Enzo Biagi), in una intervista televisiva disse: “noi intanto pubblichiamo le notizie, poi se sono false ci querelino pure.“. Della serie: scriviamo qualsiasi cosa, tanto ci possono querelare e quindi se abbiamo sbagliato paghiamo. Giusto, peccato che, nel frattempo, venga fatto un danno di immagine che sarà irreparabile qualsiasi cifra un giudice decida. L’irreparabilità deriva dalla mancanza di empatia e di sensibilità di un pubblico sempre più “fan” e sempre meno “lettore”. Una trasformazione che viene costantemente stimolata dal modo di fare televisione di cui parlavo al punto precedente, e da questo modo di intendere il giornalismo come “qualsiasi notizia deve essere pubblicata senza verificare fonti o accompagnarla dai commenti dei diretti interessati“. E’ la tecnica tipica dei giornali di gossip. E infatti funziona benissimo: il giornale scrive ciò che sa che piace al suo pubblico e non ciò che la notizia è. E’ puro marketing, con la differenza che i sistemi di informazione contribuiscono a formare l’opinione pubblica e, in questo caso, a degradarla, abituandola a dei meccanismi elementari del tipo “mi piace / non mi piace” tipici di altri contesti. Si elimina quindi la necessità della discussione, come del resto è evidente vedendo la quantità di persone che di un articolo leggono solo il titolo per poi andare a commentarlo esprimendo non concetti elaborati, ma considerazioni “pre-pensate” probabilmente sentite in quei 30/40 secondi di trasmissione o la mattina in treno o in autobus dal tuttologo delle 7:30.

Ora, con questo modo di fare informazione politica, davvero ci stupiamo del fatto che le persone non abbiano più fiducia non solo nella possibilità di riformare questo paese, ma anche nei loro stessi concittadini?

Ho sempre pensato che, in Italia, fosse urgente un cambiamento nel mondo dell’informazione. Qualcosa di nuovo, di più raffinato, che possa far coesistere l’etica giornalistica e la capacità di fare ascolti rispettando però l’intelligenza dei telespettatori e, se possibile, stimolare discussioni e desiderio di approfondimento, invece di essere un semplice, e becero, spettacolo in cui vediamo gente che si urla addosso insulti.

C’è bisogno cioè di superare i talk-show, comprese le loro ultime forme rappattumate in cui si cerca di fare qualcosa di nuovo poggiando su delle fondamenta vecchie e marce. E’ una questione, prima di tutto, di rispetto verso il pubblico nella sua interezza.

Pietro