Le solite

Ad ogni pride c’è sempre chi dice: “è una carnevalata, solo esibizionismo controproducente“.

Io vorrei dire quello che penso del pride: è una manifestazione la cui unica e importante funzione è far sentire, per un giorno, le persone completamente libere di essere chi sono. La felicità che ne deriva, quella che le persone eterosessuali sono libere di provare ogni giorno senza timore di essere mandate in un ospedale piene di botte, si manifesta con quello che vediamo: musica, balli, aggregazione, senso di unità.

Non è una manifestazione politica: è un’occasione per sentirsi in tutto e per tutto delle persone senza sentirsi, chi più chi meno, “non compresi”.

I diritti si stanno, pian piano, ottenendo grazie al parlamento, europeo ed italiano, e alle discussioni che da decenni vengono promosse in tutto il mondo dai tantissimi attivisti che ogni giorno si impegnano per mostrare che non esiste niente di “disordinato e di diabolico” in un comportamento naturale osservato in più di 1500 specie (mentre l’omofobia esiste solo in una).

Onestamente non capisco i tanti omosessuali, spesso più omofobi di tanti eterosessuali, che condannano il pride. Curiosamente (ma non troppo) queste persone sono, spesso, gay non dichiarati, che preferiscono vivere nell’ombra, e “fare tutto” nel privato delle proprie case. Scelta rispettabile che non condivido.

Per come la vedo io, il pride non danneggia il lavoro di attivisti e di altri coinvolti nella conquista della parità di diritti: è una manifestazione di felicità, non di politica.

Se non si ha la sensibilità di capire questo…

Pietro

Considerazioni personali sull’omofobia

Oggi, 17 Maggio, è la Giornata Internazionale contro l’omofobia, bifobia e transfobia (come potete leggere qui in modo più approfondito). Per brevità la chiamerò semplicemente omofobia, fermo restando che nel termine includo anche bi e transfobia.

Quando si parla di fobie, dunque di paure, è inevitabile che tra i tanti che si esprimono, parlino proprio gli impauriti. Chi sono queste persone che provano paura e, soprattutto, cosa le spaventa? Lo scrittore H.P. Lovecraft sulla paura diceva:

The oldest and strongest emotion of mankind is fear, and the oldest and strongest fear is fear of the unknown.

E cioè: “la più antica e forte emozione dell’uomo è la paura, e la paura più remota e forte è la paura dell’ignoto”.

La cosa però peculiare della paura, per come la vedo io, è che esiste, nella sua forma primitiva, solo in forma molto astratta. Le sue contestualizzazioni (paura dell’animale X, paura dei luoghi chiusi, aperti, ecc) sono possibili solo se si sperimenta il fenomeno. Nessuno ha paura “a priori” (o per nascita) di un fenomeno specifico, ma si accorge di questo quando lo prova o, in certi casi, quando lo sperimenta in modo indiretto (ad esempio se ne sentisse parlare da familiari, amici, ecc).

L’omofobia non fa eccezione a questo ragionamento: ci si accorge di essere omofobi se, trovandosi in situazioni che coinvolgano, nella sua generalità, l’omosessualità, ci si sente impauriti o se si percepisce la paura nell’espressione di qualcun altro che ne parla. Verrebbe dunque da chiedersi cosa sia la causa di questa paura. Non sono uno psicologo, quindi ciò che dirò ha un valore strettamente amatoriale.

Proverei a ragionare un po’ euristicamente. Per come la vedo io, la paura ha in sé una sorta di “elemento dinamico” che provoca, nella mente delle persone, una raffigurazione mentale di una situazione-tipo che evolve poi verso il più tragico degli epiloghi. Ad esempio: chi ha paura delle altezze si potrebbe raffigurare mentre osserva un baratro da una sporgenza e in ultima analisi, precipitare nel vuoto. Chi ha paura dei ragni, può temere di averne uno addosso che poi magari si infili in qualche parte del corpo. Chi ha paura dell’acqua può temere di scivolarci dentro e affogare. Chi è claustrofobico può immaginare di trovarsi chiuso in un ascensore ed esaurire l’aria.

In altre parole, alla paura si associa sempre una sorta di “situazione finale” a cui possiamo essere condotti, e cioè la realizzazione di quella fantasia spaventosa che tanto temiamo (precipitare, affogare, ecc), e che spesso coinvolge un danneggiamento fisico o emotivo, talvolta fatale. In generale l’esito finale è la perdita di qualcosa.

Applicando questo ragionamento all’omofobia, si immagina come, nella mente dell’omofobo, la paura generi tutta una quantità di scenari, la cui varietà dipende dal background socio-culturale dell’interessato. Ciò che, infatti, arricchisce la “carica di paura” dell’omofobia, è la stretta dipendenza che c’è da “quello che pensano gli altri”.Si ha cioè un elemento di giudizio esterno che fa “mettere a fuoco” la paura. Per come la vedo io, l’elemento comune a tutti gli scenari che l’omofobo può immaginare è duplice: lo scoprirsi omosessuale e, successivamente, il sentirsi “minacciato” dalla sua condizione.La paura di scoprirsi omosessuale è, spesso, la prima fase. Ma anche dopo che uno realizza la propria omosessualità, può esserci una fase in cui è l’omosessuale stesso ad essere un omofobo (“odio le checche”, “nessuno direbbe che sono gay ma sembro etero”, “sono un uomo quindi solo attivo”, ecc). Ecco alcune delle situazioni che, secondo me, l’omofobia può produrre:

  1. Deludere o schifare i genitori, parenti, amici o colleghi di lavoro.
  2. Essere ritenuto, se uomo, meno uomo (cioè una donna mancata) e, se donna, più uomo (cioè non femminile).
  3. Essere considerati malati, deviati o in una condizione di subalternità morale e spirituale (per chi fosse credente).
  4. Essere ritenuto diverso e anormale, in generale al di fuori da quelle costruzioni sociali che, per tradizione, definiscono le funzioni di un individuo per il suo sesso biologico e non per quello che è.
  5. Avere una vita difficile.

L’omofobo è, in ultima analisi, una persona che non si conosce. Una persona che ha l’ignoto (di cui parlava Lovecraft) dentro di sé. Un modo efficace per vincere una paura non è dire quanto sia stupido / insensato / incivile averla, ma depotenziarla togliendo significato a ciò che in primo luogo la genera.

L’omofobia si vince (e non si combatte) solo attraverso una massiccia opera di educazione, non più orientata ad insegnare ciò che deve essere (come fa la religione) ma ciò che è (come fa la scienza). Si deve cioè attuare nella società quel modo di pensare che Galileo introdusse nella Fisica: ciò che si osserva è, in ultima analisi, ciò che è naturale e dunque comprensibile. L’omosessualità è un comportamento naturale? La risposta è sì, ne abbiamo le prove da osservazioni eseguite su più di 1500 specie animali. E questo dovrebbe bastare.

Il problema, aggiuntivo, che abbiamo in Italia è, come dicevo in un tweet questa mattina, l’utilizzo della Chiesa come un amuleto elettorale. In Italia, i politici hanno sempre cercato l’appoggio e l’approvazione dell’ambiente religioso. E’ un fenomeno abbastanza trasversale da destra a sinistra passando per il centro, che trova la sua origine nel bisogno di avere “voti certi”. La chiesa porta voti e, per un politico, avere la benedizione sulla sua candidatura da parte di un vescovo è un’ottima “lettera di raccomandazione” che invia al bacino elettorale, specialmente in certe zone d’Italia. Parlavo in questo post della posizione della Chiesa e del Vaticano riguardo l’omosessualità, l’omofobia e le coppie gay.

In conclusione: educazione, scuola, classe politica meno succube delle autorità religiose, ma anche multiculturalismo che è la sola cosa capace di far rendere conto di quanto stupido sia separare il mondo in ciò che è “normale” e ciò che non lo è. Le persone dovrebbero essere educate alla curiosità, alla sperimentazione, alla conoscenza. Le paure, poi, si ridurranno da sole.

Pietro

Giorgio

Arrivo in ritardo e tutto, lo so, e forse farò delle considerazioni molto banali che sono già state fatte. Ad ogni modo, quando si verificano questi episodi, penso sia sempre bene aspettare almeno un giorno per rifletterci sopra a mente fredda. Questo non per sminuire la cosa, ma solo per poter trarre delle conclusioni con delle premesse più solide perché meno viziate dall’emotività del momento.

Ieri, un (se non il più) famoso stilista, ha detto, rivolgendosi ai gay: “non vestitevi da omosessuali“. Come di consueto accade con queste frasi, ci si è divisi in due fronti: chi sostiene che questa frase non abbia in sé alcun contenuto “nocivo”, e chi invece sostiene si tratti di omofobia. Proverò a dare una sorta di dimostrazione, volta a riscrivere la frase in un modo equivalente, che rende più chiaro il contenuto estraendone il senso.

Guarderei alla cosa ragionando alla Wittgenstein. Nella frase si dice: “non vestitevi da omosessuali”. In questa frase dire “da omosessuali” indica gli omosessuali come se fossero un “gruppo” e dunque li separa dal resto della popolazione. Una qualsiasi richiesta di separazione di un entità da un insieme, richiede l’implicita assunzione che l’entità sia riconoscibile per dei tratti caratteristici che, se non possedesse, non permetterebbero di separare in primo luogo.

Ora, visto che parliamo di persone che vivono in una società, i “tratti caratteristici” di un sottoinsieme di persone devono necessariamente essere un qualcosa che la società qualifica in qualche modo, esprimendo cioè un giudizio comunemente accettato. Si tratta cioè del senso comune che si applica a tante cose.

La frase, dunque, inevitabilmente si appoggia sul senso comune e questo fa dipendere la qualità del suo contenuto (omofobico o meno) dalla società che la riceve: in un paese dove esistono pari diritti tra eterosessuali ed omosessuali, la frase non avrebbe alcun senso dal momento che il senso comune si è evoluto al punto da non includere più alla voce “stranezze” gli omosessuali. In un paese invece come l’Italia dove ancora si discute sul fatto che l’omosessualità sia una malattia curabile, il senso comune suggerisce un alone di “scherno” e, più generalmente, dispregiativo attorno all’omosessualità. E, allora, nel momento in cui uno ti dice di “non vestirti da gay”, è una logica conseguenza che la frase assuma un significato negativo o, meglio, dispregiativo, proprio per il fatto che una frase che “parla” di qualcosa di sociale, necessariamente, così come è formulata, trae parte del suo significato dal contesto su cui insiste.

Che cosa ci dice, allora, il contesto italiano sui “tratti caratteristici” che un gay deve avere per essere riconoscibile? Semplice, di nuovo il senso comune che ci dice che, in senso negativo: il gay è il gay macchietta, quello sculettante col chihuahua in braccio, capello rosa, borsetta, boa al collo, voce acuta, gesticolante.

Alla luce di queste considerazioni, la frase iniziale la possiamo leggere, con sicurezza, dicendo: “gay, non vestitevi secondo il senso comune”. Riscritta in questo modo, la negatività è forse più evidente ancora: perché mai uno non dovrebbe vestirsi come preferisce?

E’ il solito discorso che fanno tanti, del tipo: “noi ci battiamo per i diritti civili e poi arrivano le checche che confermano gli stereotipi?”. Lo stereotipo, di nuovo, fa parte del senso comune. Se si cambiasse il senso comune, lo stereotipo semplicemente muterebbe con esso. Diversamente, non ha alcun senso pretendere di cambiare la società mostrando che è lo stereotipo a non avere senso, nascondendo le “checche” e mostrando solo i “gay normali” (chiedo scusa per i termini ma uso quelli che solitamente vengono impiegati da chi fa questi discorsi). E’ come se spegnessimo il monitor di un computer e pretendessimo che il computer si spegnesse a sua volta. Non funziona così. Quello che si deve fare, è cambiare la società dall’interno, dal momento che lo stereotipo è semplicemente una “spia”, un “giudizio sintetico”, che deriva da ciò che la società pensa su una determinata questione. E’ una relazione a senso unico: società –> stereotipo, non si inverte.

Riassumendo: penso che dietro la frase dello stilista si nasconda, ancora, l’errata idea dell’ “invertibilità” della relazione “società – stereotipo”, come appena scritto. Questo, poi, introduce una separazione interna al “mondo gay”: ci sono i “gay normali” e  “le checche”. La frase, dunque, pur non essendo omofoba in senso stretto per quanto detto prima (dipende dal contesto da cui è ricevuta), finisce per essere, in senso assoluto, un’istigatrice di omofobia all’interno dello stesso “mondo gay”. Ci mostra cioè come gli omofobi esistano anche tra i gay.

Pietro

Catechismo e Vaticano

Sui social ci si confronta spesso su tanti temi, sicuramente quello dell’omosessualità e di come questa sia vista dalla Chiesa. Non voglio essere ripetitivo, già parlavo di come il Cristianesimo avesse da sempre visto l’omosessualità come una perversione e, più in generale, come una fastidiosa devianza dal comportamento “normale”, ecco il link al post.

Sono anche conscio del fatto che religione ed istituzione “vaticana” sono due entità tecnicamente separate, anche se intrinsecamente legate e talvolta vengono in contatto. Uno dei punti di contatto più significativi è sicuramente sul tema dell’omosessualità. Citerò infatti quanto dice il Catechismo e quanto dice, politicamente parlando, il Vaticano.

Il Catechismo

A questo link si può trovare tutto il testo della parte inerente amore e comportamenti sessuali. Riguardo l’omosessualità il Catechismo della Chiesa Cattolica recita:

L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile.

Prima di continuare: notiamo quindi come il Catechismo ritenga l’omosessualità un inspiegabile fenomeno generato psichicamente. La scienza moderna ci dice che la sessualità, in tutte le sue forme, ha origini “psichiche”, vuoi che sia eterosessualità o omosessualità. Già qui, dunque, la posizione della chiesa è, scientificamente parlando, inesatta. Ma l’articolo prosegue così:

Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, 238 la Tradizione ha sempre dichiarato che « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ». 239 Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

Un altro commento su un fatto secondo me centrale: il Catechismo ci dice che le relazioni omosessuali, oltre ad essere gravi depravazioni, “non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale“. In altre parole, si dichiara impossibile l’esistenza dell’amore tra due uomini o tra due donne e si dice, in più, che anche i rapporti sessuali non siano tali in senso proprio. Questo ultimo punto sui rapporti sessuali discende da quanto il Catechismo dica prima sul fatto che il solo rapporto sessuale ammissibile sia quello finalizzato alla riproduzione. Trovo invece totalmente ingiustificata l’affermazione sul l’impossibilità di “affettività” tra uomo e uomo o tra donna e donna.

Il Catechismo però continua, ecco l’articolo successivo:

Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

In qualche modo qui la Chiesa ci “salva”, almeno secondo lei: gli omosessuali sono in questa “condizione” perché è una prova che il Signore ha messo sulla loro strada, e dunque devono essere guardati con “compassione e delicatezza“. È curioso il passaggio sull’ “evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione“. Si tratterebbe infatti di definire cosa si intenda con evitare (che non è condannare) e cosa si intenda con “ingiusta“.

Ma continuiamo con l’ultimo articolo:

Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.

Ecco: quindi una persona omosessuale, necessariamente, deve essere casta per sottoscrivere la sua “condizione” ed evitare dunque quei comportamenti “disordinati” di cui si parlava prima.

In conclusione, possiamo riassumere ciò che dice il Catechismo in questi tre punti:

  1. È impossibile l’affettività tra due persone dello stesso sesso.
  2. L’omosessualità è una condizione svantaggiosa che il Signore ha posto sulla nostra strada. L’omosessuale va dunque visto con compassione e si deve evitare di discriminarlo.
  3. La persona omosessuale deve essere casta.

Come si vede, si impongono pesanti vincoli sulla libertà di espressione e di vita del singolo, in aperto contrasto con quanto dicono, ad esempio, i nostri principi costituzionali che invece salvaguardano la libertà affettiva dell’individuo. Questo è quanto dice il Catechismo: devo quindi assumere, per serietà, che tutti i “catto gay” che si scagliano ferocemente contro le mie esternazioni seguano a puntino quanto prescritto dal Catechismo, castità inclusa, e divieto alla masturbazione.

Il Vaticano

Il Vaticano è molto chiaro su tutta questa questione. Riporto qui una brevissima cronologia:

  1. Nel 1992: sul tema della discriminazione il Vaticano dice “non vi è un diritto all’omosessualità, che pertanto non dovrebbe costituire la base per rivendicazioni giudiziali“. In altre parole: la discriminazione tecnicamente non esiste.
  2. Nel 2008: l’osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite si schiera contro il disegno di legge per depenalizzare ovunque l’omosessualità, che in alcuni paesi prevede la morte, dicendo che: “il disegno di legge, discriminando chi discrimina, introduce di fatto una discriminazione a sua volta“. Questo è coerente con quanto diceva il Catechismo: si deve evitare di discriminare, non è vietato.
  3. Nel 2011: si rincara la dose e ci si oppone fermamente all’inclusione dell’orientamento sessuale tra i diritti umani. Di più, si chiede agli Stati di: “affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione e di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica, aggiungendo inoltre che si tratta di un male che va tollerato e non approvato o legalizzato“.

Arrivati a questo punto, abbiamo dunque un quadro completo della questione. Direi che non ci sono ulteriori commenti da fare se non: cari gay cattolici, rispetto la vostra fede, ma non vedo come possiate amare un’istituzione che regola la vostra fede dicendovi di volervi del male.

Pietro

 

Oops they did it again

Vorrei parlare un po’ del tema dell’omosessualità nel Vaticano. Dico nel Vaticano e non nella Chiesa perché penso che sarebbe ingiusto verso tanti fedeli non separare le due cose: l’istituzione religiosa e la religione. Certo, poi il problema è che troppi fedeli non fanno questa distinzione e finiscono per scambiare la ritualità istituzionale per ritualita religiosa.

Ho sempre trovato, infatti, singolare il comportamento, che potrei definire tranquillamente ipocrita, di tanti che sono cristiani solo un giorno alla settimana per un’ora circa, magari spazientendosi se “ma quando dà la benedizione che ho da fare”? Così come mi hanno sempre colpito persone che in chiesa si sbracciavano per “scambiare gesti di pace” o annuivano vigorosamente se il prete parlava di “solidarietà tra persone” e poi, uscendo dalla chiesa, guardavano con odio i mendicanti e i clochard sibilando parole come: “brutti schifosi”, “ci ingannano in realtà sono pieni di soldi” e simili frasi che da un cristiano non dovrebbero mai uscire visto che, sempre in teoria, il pensare male a priori non dovrebbe rientrare tra le qualità del fedele, anzi è proprio un peccato. Il fatto è che per molti rispettare le direttive della cristianità vuol dire farlo fintanto che aiuti chi ha il tuo stesso colore di pelle, stessa estrazione sociale e conduce un’adorabile e “normalissima” vita fatta di lavoro, famiglia e chiesa.

Ho sempre avuto questa sensazione qui, almeno vedendo le persone che conosco: la chiesa come una tradizione invece che una vocazione autentica. Persone che ripetono, spesso per una vita intera, gesti e parole dei quali non conoscono il senso o, forse, mai hanno approfondito. Ho già espresso nell’articolo “Spinoziamo” la mia visione sulla religione, eppure devo fare qualche commento ulteriore: una delle esperienze più significative che mi siano capitate, umanamente parlando, è stata una messa in una chiesa romanica sperduta nel mezzo della campagna della Provenza. Era la Pasqua del 2003, un freddo tremendo, nebbia ovunque. La chiesa, romanica come dicevo, era senza organo, ma aveva qualcosa di meglio: un coro che faceva canti gregoriani in latino; un vero canto gregoriano senza alcun tipo di strumento musicale al di fuori della voce. L’esperienza è stata bellissima: il suono delle voci stimolava una sorta di “vibrazione” interiore, un senso di calore, di sollevamento. Anche non capendo tutte le parole (è pur sempre latino ecclesiastico), il suono era sufficiente a farci sentire tutti sospesi in una bolla, come tante radio sintonizzate tutte sulla stessa frequenza. Il bello della musica in generale: la comunicazione universale, sottile, di emozioni e di sensazioni che vibrano tutte in modo unico e particolare. Per il resto la messa è stata una “normale” messa di Pasqua ma ho trovato assolutamente centrale l’utilizzo del canto, di questo tipo di canto, per “creare” l’ambiente giusto: è come se fossimo diventati tutti più “sensibili”, come se avessimo acquisito una maggiore “consapevolezza” di noi stessi. Il fatto stesso che, dopo 12 anni, ancora mi ricordi esattamente ogni cosa, ogni sensazione, è la prova della significatività che ha avuto questa esperienza, ed io non sono nemmeno credente nel senso cristiano, ma amo solo la musica. Quando musica e religione, o in generale “trascendenza”, si uniscono si ottiene un oggetto di grande potere.

Dico questo perché penso che nella routine domenicale, sia ormai poco comune assistere a tutto questo, ed inevitabilmente si finisce per “inaridire” tutto. Le cose diventano routine, dunque i riti vengono svuotati piano piano dei loro significati originali e quel che resta è solo una sequenza di procedure, quasi “burocratiche”. Il Vaticano appunto.

Non ho alcun rispetto per il Vaticano, questo per tantissimi motivi, soprattutto storici che trovo di una tale gravità da essere assolutamente non giustificabili. È storia, certo, ma gli orrori e le violenze sono talmente vive nelle loro conseguenze che ancora, su certi aspetti, paghiamo, da rendere, almeno per me, impossibile una presa di posizione più “rilassata”.

Tra tutte le varie spiacevoli conseguenze delle politiche sociali del Vaticano, veniamo al tema dell’omosessualità, che tanto è stata oggetto di sistematiche persecuzioni nel corso della storia. Secondo la Chiesa cattolica si parla di “condizione omosessuale”. In merito alla questione della “discriminazione” degli omosessuali, la Chiesa dice che: “non esiste un diritto all’omosessualità e dunque essa non costituisce la base per rivendicazioni giudiziali”. Nel 2008 la Chiesa ci ha poi detto di essere contraria alla depenalizzazione universale dell’omosessualità perché questo costituirebbe discriminazione nei confronti di quei paesi che discriminano. Le cose non migliorano per quanto riguarda la posizione sulle unioni omosessuali. Su questo la Chiesa ha chiesto agli Stati di: “affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione e di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica, aggiungendo inoltre che si tratta di un male che va tollerato e non approvato o legalizzato”.

Quest’ultima dichiarazione dice tutto in realtà: per la chiesa l’omosessualità è una perversione, un male da tollerare come tolleriamo di avere dello sterco sotto alla scarpa se entriamo in una stalla. È orribile, e mi chiedo come sia possibile che tanti fedeli, omosessuali, non provino un minimo di disagio nei confronti di un’istituzione che li ha perseguitati per secoli, con pene e torture orribili, e che ora continua a torturarli psicologicamente non potendo più usare strumenti “fisici”.

Come suggeriva Antonio, concordo con lui che almeno su queste questioni la Chiesa è: “una santa, rompipalle e cagac*zzi”.

Pietro

Discussioni tuittere

Dopo mesi che non capitava, eccomi a parlare di omofobia, in seguito ad alcuni tweet che ho letto, o meglio subito oggi. Uso il termine omofobia in senso lato perché il discorso sembrava vertere più sulla questione delle coppie che altro. Dico che ho subito perché mi sono limitato ad uno/due tweet di risposta e per il resto ho semplicemente osservato religioso silenzio, per l’appunto. È esattamente quanto avevo “predetto” nel vecchio articolo “conservatori per moda“, dove elencavo le più comuni obiezioni che vengono poste da chi è contrario alle unioni gay: “è contro natura“, e quanto avevo poi raccontato nel successivo articolo “una breve storia“.

Non mi metterò neanche ad elencare la lunga serie di articoli scientifici che provano le solite cose che potremmo riassumere in un laconico “l’omosessualità esiste in 1500 specie del regno animale, l’omofobia solo in 1”. A chi dice: “ti senti una bestia?” Io rispondo: “non mi sento un animale perché come umano sono dotato di facoltà razionali che mi consentono di esprimermi in altro modo, ma la base biologica, anche a livello di strutture cerebrali, la condivido con poche differenze con un gatto o una scimmia”.

Il punto è sempre lo stesso: l’idea di coppia come finalizzata alla sola riproduzione biologica. Penso sia ovvio a tutti che servano uno spermatozoo e un ovulo per riprodursi, non è invece richiesto, biologicamente parlando, che i gameti appartengano a due persone che condividono anche un legame di tipo affettivo, che poi, è proprio quello su cui si dovrebbe reggere l’idea stessa di coppia: il volersi bene.

C’è chi dice che generare nuova vita non è altro che una “materializzazione” dell’amore tra due persone. Sono d’accordo, ma non è scritto da nessuna parte che l’amore debba essere concentrato in quei pochi secondi che una reazione biologica impiega a compiersi, dovrebbe essere per tutta la vita. In caso contrario, oltre alle coppie gay dovremmo bandire ogni altro tipo di coppia che sia unita per motivi altri dalla riproduzione: coppie sterili, coppie con coniugi in menopausa e/o andropausa, coppie anziane, coppie che per scelta non hanno voluto figli (motivi economici, caratteriali, ecc).

Le obiezioni che sento sulle coppie gay sono, in larga maggioranza, solamente frutto della paura e del risentimento provato da persone che hanno vissuto gran parte della loro vita, purtroppo, costrette e castigate sotto schemi sociali che non hanno mai avuto il coraggio di osteggiare, e che hanno passivamente accettato. E queste sono le stesse persone che vengono a parlarci di come sia o meno accettabile amare qualcuno, quando sono le prime che non riescono neanche ad amare e avere rispetto per loro stesse.

Sono un esercito di Gertrude (Promessi Sposi) dei giorni nostri.

Pietro

Una breve storia

Ho sempre trovato interessante il tema dell’omosessualità nel corso della storia. Per esteso: negli ultimi 4000 anni. In un tempo così breve rispetto ai tempi dell’evoluzione e dei processi geologici, l’uomo ha subito, biologicamente parlando, ben poche variazioni. Questo è importante perché ci consente di parlare dei nostri “antenati” in senso più “vicino”, pur rimanendo distanti nel tempo.

Mi è venuta voglia di scrivere questo articolo dopo le recenti dichiarazioni di Bagnasco&Co, le solite uscite del club Adinolfi&Miriano (per chi non li conoscesse (non)consiglio ricerca su google) e relatives. È infatti sorprendente notare come nel corso di 4000 anni di storia, l’atteggiamento delle persone verso tutto ciò che riguarda la sfera sessuale e affettiva sia radicalmente cambiato. Nel nostro caso ha avuto una notevole importanza la transizione da paganesimo a cristianesimo nel tardo Impero Romano, unitamente ad un atteggiamento ostile da parte di alcuni pagani verso un fenomeno generale detto di “decadenza dei costumi” che aveva caratterizzato gli ultimi anni dell’impero stesso.

Ciò che contraddistingue il mondo antico dal mondo in cui viviamo oggi, è l’assenza della classificazione delle persone per orientamento sessuale. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, anticamente non si separava la popolazione tra eterosessuali, omosessuali, asessuali, transessuali, ecc. Queste suddivisioni non esistevano, non si pensava proprio in questi termini. Se ci pensiamo, è un approccio molto più naturale e meno astratto del nostro.

Cosa facevano dunque? Dipende dalla civiltà che andiamo ad esaminare, tuttavia un tratto abbastanza comune tra tutte le culture antiche era il qualificare la persona in base al ruolo che assumeva nel rapporto sessuale: attivo oppure passivo. Con vari livelli di complessità / astrazione, generalmente era ben visto qualsiasi uomo che assumesse una posizione di dominanza (attiva) nei confronti di un altro soggetto, sia donna che uomo. In base alla cultura, però, questo atteggiamento veniva più o meno enfatizzato e separato per classi sociali, raggiungendo sicuramente un ruolo centrale nella cultura romana dove si parla addirittura di “ruolo penetrativo” come ciò che definisce l’uomo libero, dotato di Virtus. Vediamo però velocemente (Wikipedia mi ha aiutato parecchio):

  • Civiltà egizia: in questo caso si usava un ragionamento per “classi sociali”. I membri della nobiltà, principi e le divinità stesse dovevano sempre assumere un ruolo attivo. Non è mai stata trovata alcuna testimonianza scritta che condannasse i rapporti omosessuali, eccetto una norma che puniva lo “stupro omosessuale”. In più, a Saqqara è stata rinvenuta la tomba di due servi maschi della corte reale, e l’epitaffio recita: “hanno vissuto assieme e si sono amati con passione per tutta la vita”.
  • Impero persiano: le relazioni omosessuali sono molto ben documentate, soprattutto quelle tra uomini adulti e ragazzi più giovani. Lo stesso Quinto Curzio disse che “quel popolo è talmente abituato si ragazzi da non riuscire più a servire le donne”.
  • Grecia: la Grecia antica meriterebbe un discorso molto più esteso, ma non ho le competenze per farlo. Ad ogni modo possiamo dire che la distinzione tra omosessualità ed eterosessualità era completamente sconosciuta. Ogni cittadino viveva, in forma più o meno spontanea, una sorta di bisessualità. È significativa infatti una citazione di Plutarco: “colui che ama la bellezza umana sarà favorevolmente disposto sia verso quella maschile sia verso quella femminile; gli uomini devono prendere esempio dagli Dei che amano entrambi“. Finisco con una nota su Zenone di Cizio: “si dovrebbero scegliere i partner sessuali non in base al loro sesso, bensì per le loro qualità personali“.

Si vede già con questi esempi come nel mondo antico l’uomo non fosse “schifato” al pensiero di un rapporto sessuale con un altro uomo, così come una donna non lo era all’idea del rapporto con un’altra donna. Questo dovrebbe già essere sufficiente a smontare la tesi di quelli che sostengono che l’omosessualità sia una malattia o sia contro-natura, e dovrebbe invece fornire la prova che l’atteggiamento di fastidio e di odio nei confronti dell’omosessualità, sempre più dilagante nel mondo di oggi, sia solo una conseguenza di un certo tipo di educazione e di tradizione, che niente ha a che vedere con ciò che è naturale o meno. Non c’è niente di meno naturale di una tradizione e/o educazione umana. Potremmo quindi dire che, per molte persone, l’omofobia sia un comportamento acquisito.

Come dicevo, dunque, nel mondo antico si tendeva a classificare le persone in base al ruolo sessuale che interpretavano all’interno della coppia. Nella cultura romana questo atteggiamento era profondamente esaltato: l’uomo virile è libero se e solo se nella coppia ricopriva il ruolo attivo. Il partner poteva essere una donna, uno schiavo, un ragazzo giovane, ma mai e in nessun caso era ammesso che un altro cittadino romano libero potesse essere penetrato, assumendo dunque ruolo passivo, senza che questo provocasse la perdita della virilità. Nel mondo romano, dunque, valevano le equazioni attivo = maschio e passivo = femmina.

Questo ultimo punto, in realtà, è ancora molto attuale: nel “mondo gay” (passatemi questo modo di dire) esiste ancora un forte pregiudizio nei confronti di chi preferisce assumere un ruolo passivo nella coppia. È molto comune cioè parlare di una coppia gay riferendosi ad uno dei due dicendo “quello fa la donna”, oppure “quello è una troia” e simili cose. Dopo 2000 anni dobbiamo ancora superare, del tutto, l’idea che uno è un uomo/donna per quello che fa e come si comporta, non per come preferisce fare sesso. Si tratta di una visione maschilista dove si equipara mascolinità e dominanza in senso fisico. È una visione che, personalmente, non condivido.

Tornando alla storia: tutto cambia in modo più o meno rapido con l’avvento del cristianesimo. L’omosessualità viene vista come una scomoda eredità del paganesimo e inizia ad essere repressa con pene via via più severe, che culmineranno con la morte stessa. Il cristianesimo poi imporrà una sorta di condanna su tutte le pratiche sessuali, anche eterosessuali, che non fossero strettamente ed immediatamente finalizzate alla procreazione. La produzione di nuova vita, consacrando il matrimonio, era visto come un, se non il più importante, obiettivo di ogni uomo. Tutte le altre pratiche (masturbazione, sesso orale, anale, ecc) erano fermamente condannate.

Questo modo di vedere il sesso e la vita di coppia, in modo cioè prettamente utilitaristico, è arrivato pressoché invariato fino ai giorni nostri. L’unica cosa che la Chiesa ha cambiato è l’atteggiamento nei confronti delle persecuzioni verso gli omosessuali, che ora non sponsorizza più come faceva qualche secolo fa. Eppure la visione nei confronti della famiglia e del senso della coppia e del matrimonio non è cambiata: non c’è dunque da stupirsi se dalla Chiesa non sentiremo mai parole di favore o, almeno, neutre nei confronti dei diritti civili. Il punto è che, per la chiesa, la coppia e l’affetto esistono solo ed esclusivamente per fini riproduttivi, non c’è altra finalità. È tutto qui.

Quello che invece, nel 2015, avremmo ogni diritto di aspettarci è una politica coraggiosa che metta al primo posto il difficile compito di stimolare l’evoluzione della società assicurando alle persone la possibilità di potersi esprimere per come sono fatte, naturalmente ed indipendentemente da quello che la Chiesa possa pensare. La nauseante ingerenza religiosa nella politica e la ricerca dell’appoggio della Chiesa da parte della politica sarebbe ora che finissero, una volta per tutte.

Pietro

Conservatori per moda

Sono fermamente convinto che sia molto più semplice aspettare che una generazione muoia con i suoi pregiudizi, per poi educare quelle future con nuovi valori. In questi giorni, ma potrei dire anni, sta andando in scena il consueto spettacolino tutto italiano: l’incapacità di ridefinire, ampliando, il concetto di famiglia, estendendo i diritti al momento esclusiva delle coppie eterosessuali.

Sono fermamente convinto, ma non sono un antropologo professionista purtroppo, che in Italia ci sia una forma di fastidio nei confronti della “particolarità”, intesa in senso lato e su tutti gli ambiti, che deriva da modelli educativi particolarmente antiquati, caratterizzati tutti dal soffocamento sistematico della curiosità di conoscere: in altre parole, si deve essere normali. Tutto ciò che esula dal concetto di normalità, deve essere visto con sospetto: se hai un’idea che vuoi realizzare non provarci neanche perché andra male (pensa alle cose pratiche!), se sei più bravo a scuola è inutile perché per vivere devi saper fare una lavatrice (o una o l’altra), se sei un imprenditore di successo sicuramente hai rubato soldi, se vinci un concorso statale sei sicuramente un raccomandato. In altre parole: tutto deve restare piatto, uniforme, costante. La normalità non deve essere perturbata.

L’appiattimento sistematico è però generatore di frustrazione, che si scarica poi sul prossimo, in quanto l’accettazione della convenzione sociale della normalità, che è fortemente rassicurante in quanto essendo uguale a tutti gli altri non si verrà mai messi in discussione, automaticamente preclude la possibilità di fare autocritica: se infatti mi mettessi in discussione, non sarei più “normale”, ma attirerei l’attenzione dei miei “peers” che mi vedrebbero con sospetto e dunque verrei emarginato.

Penso quindi che il rifugiarsi nella normalità sia una misura difensiva, largamente impiegata da persone a cui è stato insegnato di non essere curiose, di non avere “grilli per la testa”: persone educate cioè alla paura, alla sfiducia. Persone così non possono e, generalmente, non hanno grande fiducia e sicurezza in loro stesse, in quanto sono costantemente preoccupate dal mantenere un’immagine di loro stesse che appaia il più possibile “normale”. Tutto il resto è nascosto.

Mi è capitato più volte di discutere su questi temi, con particolare riguardo alle coppie gay, soprattutto online (purtroppo) e le obiezioni più frequenti che ho ricevuto sul tema dei diritti, ma anche sulle coppie in generale (inclusa la possibilità di avere ed adottare figli) sono queste:

  • quando vedo due gay insieme per la strada, mi sento provocato: questa è una frase che ho sentito spesso. Il mio consiglio è sempre stato, e resta quello di cercare un con counsellor o uno psicologo con urgenza. Sarebbe curioso interrogarsi sull’origine del senso di provocazione. Per quanto mi riguarda, l’origine risiede quasi sempre nel “turbamento della normalità” che tanto altera il delicato equilibrio della vita di tante persone, come scrivevo più sopra.
  • la famiglia naturale è tra uomo e donna: qui abbiamo un primo problema, costituito dall’uso dell’aggettivo “naturale” in luogo di “normale”. L’equazione normalità = naturalezza è in effetti ciò che fornisce, a queste persone, la legittimità della loro posizione (chiaramente dal loro punto di vista). Come in realtà sappiamo, in natura non esiste alcun concetto assimilabile a quello che la famiglia ha per noi umani: la famiglia è infatti un istituto giuridico, baroccamente vestito di valori religiosi. Ciò che possiamo definire naturale è che sia necessario un ovulo e uno spermatozoo per assicurare continuità della specie, il fatto che i proprietari dei gameti debbano essere legati con qualche tipo di vincolo giuridico e/o religioso è del tutto non richiesto dalla natura. Questo infatti ci da la più ampia visione per definire un nuovo concetto di famiglia, che andrebbe basato sul vincolo affettivo e non sul vincolo riproduttivo, nel senso biologico del termine. La famiglia naturale, per l’uomo, dovrebbe dunque essere basata sul sentimento: le varie declinazioni seguono automaticamente.
  • i gay non devono avere figli sennò questi cresceranno male, e saranno gay anche loro: questa mi è capitata di sentirla varie volte, anche di persona. È il tema della “trasmissione dell’omosessualità”, come se questa fosse una malattia infettiva che si trasmette da una persona ad un’altra. Esistono numerosissimi studi che sono stati condotti su coppie gay ed eterosessuali con figli, per determinare delle eventuali differenze nei processi di crescita dei bambini. I risultati sono stati chiari: nessuna differenza in senso negativo è mai stata osservata, mentre, sporadicamente, si sono osservate delle positive influenze sullo sviluppo delle capacità relazionali nei bambini con genitori dello stesso sesso. Sul fatto che un bambino possa “crescere gay” se allevato da una famiglia gay penso ci sia anche poco da discutere. Io penso che la sessualità sia un continuo invece che una serie di momenti nettamente separati: diversamente, non si spiegherebbe come mai dei genitori eterosessuali possano crescere dei figli omosessuali. È un discorso senza alcun senso o base scientifica.
  • un bambino ha bisogno di una madre e di un padre: un bambino avrebbe solo bisogno di affetto e di un ambiente stimolante in cui poter sperimentare la vita nei modi che sente più vicini a lui. Questo è quello che i miei genitori hanno fatto con me ed è quello per cui sarò a loro sempre grato: hanno lasciato piena libertà alla mia curiosità. Sul fatto della figura femminile e maschile penso che si compia un altro errore “di approssimazione”: qui ci sono due equazioni alla base, secondo me eccessivamente semplicistiche, e cioè: maschio = uomo, femmina = donna. Io sono convinto che in ognuno di noi coesistano parti maschili e parti femminili, un continuo di sensibilità differenti che insieme concorrono a costituire la persona per quello che è: un’entità complessa. E queste differenti sensibilità “verranno fuori” da sole in base alla situazione, incluso il processo di crescita di un figlio. Serve cioè essere dei genitori, il sesso biologico conta poco: uno non è uomo se è maschio e non è donna se è femmina.
  • un bambino con genitori gay verrebbe preso in giro da altri bambini: posso assicurare per esperienza personale che io, avendo frequentato una scuola elementare parificata, venivo considerato “strano” perché i miei genitori erano separati. Il punto è sempre quello: se un bambino viene educato a rispettare la diversità (intesa in senso buono come varietà) e ad esplorarla, non avendo paura della sua curiosità, non ci sarà alcun problema; se invece i genitori gli insegneranno cosa è normale e cosa non lo è, avremo perso in partenza.

In conclusione, quindi, penso che il problema sia che la nostra società è tendenzialmente troppo “paurosa” per poter compiere degli “scatti” in avanti. Essendo però così dipendente dal senso del “normale”, la migliore strategia consisterebbe nell’alterazione graduale del concetto di normalità, dal momento che da questo molti traggono la sicurezza e la serenità individuale. Su questo punto, possono incidere solo due cose, laddove l’educazione familiare non fosse all’altezza: la scuola e la politica.

La politica, che purtroppo spesso parla più a se stessa che alla gente, dovrebbe assumere su questo un ruolo chiave e una posizione coraggiosa. In questo periodo va di moda essere conservatori: anche personaggi famosi nel mondo della moda (che non nomino) si sono sentiti in dovere di informarci del loro punto di vista, convinti evidentemente di avere voce in capitolo. Come sempre i nostri media ci sono cascati, e sono stati i primi a designare un interlocutore dove un paese normale avrebbe visto solo evasori fiscali con la memoria corta (nel 2005 l’opinione era opposta).

Penso che dovremo aspettare ancora molto tempo, forse il prossimo parlamento prima di vedere qualche misura concreta, o quantomeno un’evoluzione nell’opinione pubblica.

Pietro