Fiducia

E’ curioso come, spesso, nel campo dei rapporti umani, si facciano delle assunzioni ingiustificate sul comportamento delle persone. Mi è capitata di recente una situazione che, pur non essendo sfociata in un litigio, avrebbe potuto avere quel tipo di esito; questo mi ha fatto venire “voglia” di scrivere questo post.
Supponiamo infatti di avere la persona A che ha un motivo X che le impedisce di fare una cosa Y che aveva concordato con un amico B. Ora, B ha due strade:

  • Fidarsi di quello che dice A in virtù della sua amicizia con lui: se A dice che non può fare Y, B immagina che A abbia considerato ogni altra possibilità prima di dirlo e dunque non si mette neanche in discussione che X sia un motivo valido.
  • Essere malpensante e non fidarsi di A: se A dice che non può esserci sicuramente c’è qualcosa che non dice e dunque X è una scusa (inventata) o comunque un motivo non sufficiente.

Indovinate un po’ quale di queste due opzioni è, solitamente, quella più gettonata? La seconda.

Poniamo poi che A e B si conoscano da molto tempo: non si dovrebbe dubitare dell’onestà altrui. Eppure questo pensare male e fare dietrologie è un comportamento davvero molto comune.

Poi cosa succede? Se B ha dubitato di A, A potrebbe incazzarsi o potrebbe lasciar perdere. In ogni caso c’è la certezza che B non si fida di lui. Questa scoperta da parte di A renderà più “sincero” il loro rapporto: se B non si fida di A neanche A si sentirà più a suo agio con B come prima. Questo non necessariamente implica che, agli occhi di A, B sia una cattiva persona, ma solo una persona diversa da quella che pensava fosse. Cioè B è qualcuno per cui il dubbio viene, in queste situazioni, prima di tutto, indipendentemente dal grado di conoscenza. I motivi per cui lo fa possono essere i più disparati, sicuramente uno di questi potrebbe essere che B interpreta la fiducia come una debolezza (come purtroppo fanno in molti).

Del resto penso sia inevitabile: anche conoscendo qualcuno da anni e anni, alla fine è sempre possibile avere delle “sorprese”. Ma, dopotutto, anche la sorpresa (negativa) aggiunge elementi (positivi) alla conoscenza: si saprà qualcosa in più che impedirà, in questo caso, ad A di trovarsi in situazioni che B non saprà apprezzare.

Lasciando ora A, B, X e Y faccio un commento personale: io seguo sempre la prima strada. Sicuramente mi ha portato, in sporadici episodi, a prendere delle sonore tranvate ma mi ha anche regalato tante belle persone a cui sono molto legato e che, come me, non hanno (più)paura a mettersi in gioco fidandosi del prossimo: si rivelerà uno/a stronzo/a? Amen, non perdo niente, ma dedicherò loro un pensiero “antico”:

Vasa inania multum strepunt.

Pietro

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Kindness

Vi è mai capitato di avere a che fare con persone che non sono capaci di accettare la gentilezza e le buone maniere per quello che sono, ma che vedono dietro a questo delle altre cose? Persone che cioè interpretano i vosti gesti attribuendo ad essi dei significati che mai pensavate di convogliare? Ecco: purtroppo a me è capitato. Mark Twain diceva che:

Kindness is the language which the deaf can hear and the blind can see.

E cioè: “la gentilezza è il linguaggio che il sordo può udire e il cieco può vedere“. Sono delle parole molto belle, che a me piace intendere in “senso lato”: si può essere sordi e/o ciechi in tanti modi, sia in senso fisico sia in senso più astratto. Si può cioè essere sordi/ciechi alle emozioni, impenetrabili e impermeabili. E, quando questo accade, la gentilezza in effetti passa del tutto inosservata e viene interpretata nei modi più vari, a seconda del vissuto della persona oggetto della nostra gentilezza.

È una cosa sufficientemente provata che chi ha subito traumi emotivi, come chi, ad esempio, si è fidato ciecamente di qualcuno per poi vedere la sua fiducia tradita, poi diventi pian piano incapace di vedere questi atteggiamenti per quello che in realtà sono, senza doppi fini.

La cosa peggiore, quando si ha a che fare con qualcuno che ha questa impermeabilità e che non la rende manifesta, è che non ci si rende conto che si può fare del male e infastidire. Il passo successivo è che l’altro/a reagisce come se avesse subito un’aggressione a tutti gli effetti. Almeno questo è quanto è capitato a me: sono stato poi aggredito, vedendomi attribuire atteggiamenti e pensieri che mai mi avevano sfiorato.

Un consiglio che posso dare da questa esperienza è: non essere troppo entusiasti ad elargire gentilezza. Meglio andare per gradi, ognuno è diverso e se ha subito dei traumi non è detto che ne voglia parlare.

Resta comunque il fatto che, e ne sono fermamente convinto, essere gentili senza essere stupidi sia una qualità molto desiderabile, e rara.

Pietro

Il Gatto Nero

Qualche settimana fa raccontavo di come il 2014, e ormai anche questo inizio di 2015, mi hanno insegnato molte cose, specialmente sul tema dei rapporti umani. Tra le tante, ho veramente capito qualcosa che di solito ripetevo come un mantra, a vuoto: “è impossibile imporsi di voler bene a qualcuno“.

Spesso si parla, secondo me sbagliando, di “accontentarsi”, di “accettare passivamente” perché spesso molti dicono che le cose possono piacere man mano che ci si abitua. Io trovo pericolosa la confusione che spesso si fa tra la necessità di adattarsi e l’accontentarsi. Sono due cose ben distinte: l’adattamento, infatti, pur essendo un compromesso, mantiene quell’energia e quella spinta che sono funzionali al percorrere una qualche strada verso un qualche obiettivo. Mi adatto ma lo faccio consapevole di dove si sta andando. L’accontentarsi, invece, è un compromesso che include, più o meno tacitamente, l’assunzione che non si potrà, a priori, avere quello che si cerca. Si parte cioè già “sconfitti” in partenza.

Pur descrivendo, all’apparenza, la stessa necessità (e cioè il fare compromessi), l’approccio che utilizzano è radicalmente differente. Penso infatti che, nella vita, sia inevitabile fare dei compromessi nel senso dell’adattarsi, non c’è niente di sbagliato. Questo avviene perché ci capita spesso di interagire con persone che sono, rispetto a noi, distanti: chi culturalmente, chi per educazione, percorsi di vita, ecc. Adattarsi, nel rispetto reciproco, è in sé un’azione che misura il rispetto che abbiamo tanto per gli altri quanto per noi stessi.

Se tutti fossimo convinti di quel che dobbiamo fare e della strada che dobbiamo seguire, non avrebbe neanche più senso parlare di relazioni umane: saremmo solo dei bulldozer programmati per sfondare ogni ostacolo che abbiamo davanti e non avremmo bisogno di nessuno. Invece, mettersi in gioco, che è la cosa più faticosa ma anche quella che da più soddisfazione, è la strada giusta. E’ invece la strada facile “spianare tutto”: ad essere cattivi non ci vuole nulla, serve solo tanta stupidità, cosa che qualsiasi persona intelligente può riuscire tranquillamente ad emulare.

Parlo di tutto questo perché mi sono reso conto, in questi ultimi giorni, che il tema dell’adattarsi / accontentarsi ben si è adattato, almeno nel mio caso, anche a delle “strane” relazioni di “supposta” amicizia, alcune che duravano da anni, altre da qualche mese. Mi ero infatti imposto di riuscire a voler bene a persone per le quali ho sempre percepito una sorta di “dubbio” di fondo. Un dubbio che ho provato a non vedere e a “mutilare” nel corso del tempo, ma che alla fine ha avuto la meglio.

Se, come a me, vi piace molto la letteratura horror, il racconto Il Gatto Nero (di Edgar Allan Poe) è una perfetta metafora per quello che sto descrivendo: il gatto rappresenta i dubbi e le negatività che facciamo finta di non vedere. Ci dà fastidio vederlo in giro, proviamo rabbia verso di lui, odio, vogliamo cancellarlo ma lui resta lì, e ritornerà sempre fuori, anche se ce lo dovessimo dimenticare dietro ad un muro di falsità, a ricordarci che i dubbi e le paure esistono per un motivo ed uno soltanto: i primi vanno risolti, le seconde vanno affrontate.

Come scrivevo prima, avevo dei dubbi che potevano tutti riassumersi in: “perché sto facendo questo?”. Mantenere dei rapporti vuoti, dove non c’è più alcun tipo di interesse e di contenuto che non fosse una vuota e umiliante ritualità è, in primo luogo, una mancanza di rispetto verso sé stessi.

E così, rendersi conto in un momento di “sudden revelation” (come diceva Joyce) dell’assurdità di ciò che si sta continuando a mantenere, mi ha fatto capire quello che dicevo all’inizio: le persone o ti piacciono o non ti piacciono, non esiste l’accontentarsi. Ci si può invece adattare a tante cose, ma accontentarsi, per quanto mi riguarda, mai.

Mi piace spesso parlare per metafore, anche se non sono sempre così “originali”, tuttavia mi è sempre piaciuto immaginare le relazioni umane come delle case. In questo caso l’unico suono era il silenzio, a cui mi ero abituato ormai da qualche tempo. Poi, improvvisamente, ecco il rumore di una pietra che sfonda una finestra. Era solo un rumore, non c’era nessuno. Un gesto che mi ha, però, ricordato quanto urgente fosse uscire in fretta di lì e chiudere a chiave quelle porte troppo spesso lasciate socchiuse, buttare le chiavi e lasciare all’abbandono quella casa che, sempre più diroccata, ora potrà, in tutta serenità, crollare nel silenzio senza fare alcun danno. Non ci saranno più rumori.

Pietro

Persone a colori

Oggi finalmente pranzo con amici.

Detta così sembra quasi un evento: per certi versi lo è stato perché non ci si vedeva da qualche settimana. E, lungo la strada, con uno stato d’animo che potrei definire leggero, felice e, per una volta, spensierato ho fatto quello che mi piace molto fare camminando: osservare i passanti.

Una delle cose che più amo di Venezia è che ci si muove prevalentemente a piedi: c’è una dimensione umana anche negli spostamenti, con il vantaggio della grande internazionalizzazione che porta persone da tutte le parti del mondo a confrontarsi con una realtà così particolare. E in questo scenario si da il tempo alle sensazioni e alle impressioni di diventare “pensieri” più formati: si vive tutto un po’ come a rallentatore.

In una città normale di solito ci si sposta rapidamente in automobile, in tram, in metropolitana: i contatti umani sono limitati spesso a scuse per essersi urtati, ad occhiatacce se ci si pestano i piedi o se si chiede a qualcuno di potersi sedere in un posto occupato da uno zaino o da una borsa. Poi c’è chi legge un libro, chi fissa nel nulla con lo sguardo perso e chi gioca con lo smartphone.

A Venezia, invece, capita che quando cammini incroci sguardi, reggi sguardi, sorridi, ricevi sorrisi a tua volta. E in quei momenti di contatto, per quanto brevi e tra sconosciuti, scambi qualche grammo di sensazioni e associ così un colore, o meglio delle sfumature di colore alle persone; un colore emotivo che da grigie le tinge rendendole umane. Un colore “emotivo”. Mi piace pensare che ogni persona che mi incrocia per la strada possa “colorarmi” a sua volta.

Ed è così che mi è tornata in mente questa immagine che avevo visto molti mesi fa in rete, e che qui voglio riproporvi.

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Si tratta di una “mappa a colori” delle emozioni, almeno di alcune di esse, costruita misurando le reazioni di alcune persone a situazioni che potessero scatenarle: mi è sempre piaciuto notare come una persona felice, veramente felice (happiness), sia più “colorata”, più accesa anche di una innamorata (love).

Mi piace pensare che ci doniamo tutti, reciprocamente, un po’ di sfumature…fortunatamente non solo cinquanta e non tutte di grigio.

Pietro