Considerazioni personali sull’omofobia

Oggi, 17 Maggio, è la Giornata Internazionale contro l’omofobia, bifobia e transfobia (come potete leggere qui in modo più approfondito). Per brevità la chiamerò semplicemente omofobia, fermo restando che nel termine includo anche bi e transfobia.

Quando si parla di fobie, dunque di paure, è inevitabile che tra i tanti che si esprimono, parlino proprio gli impauriti. Chi sono queste persone che provano paura e, soprattutto, cosa le spaventa? Lo scrittore H.P. Lovecraft sulla paura diceva:

The oldest and strongest emotion of mankind is fear, and the oldest and strongest fear is fear of the unknown.

E cioè: “la più antica e forte emozione dell’uomo è la paura, e la paura più remota e forte è la paura dell’ignoto”.

La cosa però peculiare della paura, per come la vedo io, è che esiste, nella sua forma primitiva, solo in forma molto astratta. Le sue contestualizzazioni (paura dell’animale X, paura dei luoghi chiusi, aperti, ecc) sono possibili solo se si sperimenta il fenomeno. Nessuno ha paura “a priori” (o per nascita) di un fenomeno specifico, ma si accorge di questo quando lo prova o, in certi casi, quando lo sperimenta in modo indiretto (ad esempio se ne sentisse parlare da familiari, amici, ecc).

L’omofobia non fa eccezione a questo ragionamento: ci si accorge di essere omofobi se, trovandosi in situazioni che coinvolgano, nella sua generalità, l’omosessualità, ci si sente impauriti o se si percepisce la paura nell’espressione di qualcun altro che ne parla. Verrebbe dunque da chiedersi cosa sia la causa di questa paura. Non sono uno psicologo, quindi ciò che dirò ha un valore strettamente amatoriale.

Proverei a ragionare un po’ euristicamente. Per come la vedo io, la paura ha in sé una sorta di “elemento dinamico” che provoca, nella mente delle persone, una raffigurazione mentale di una situazione-tipo che evolve poi verso il più tragico degli epiloghi. Ad esempio: chi ha paura delle altezze si potrebbe raffigurare mentre osserva un baratro da una sporgenza e in ultima analisi, precipitare nel vuoto. Chi ha paura dei ragni, può temere di averne uno addosso che poi magari si infili in qualche parte del corpo. Chi ha paura dell’acqua può temere di scivolarci dentro e affogare. Chi è claustrofobico può immaginare di trovarsi chiuso in un ascensore ed esaurire l’aria.

In altre parole, alla paura si associa sempre una sorta di “situazione finale” a cui possiamo essere condotti, e cioè la realizzazione di quella fantasia spaventosa che tanto temiamo (precipitare, affogare, ecc), e che spesso coinvolge un danneggiamento fisico o emotivo, talvolta fatale. In generale l’esito finale è la perdita di qualcosa.

Applicando questo ragionamento all’omofobia, si immagina come, nella mente dell’omofobo, la paura generi tutta una quantità di scenari, la cui varietà dipende dal background socio-culturale dell’interessato. Ciò che, infatti, arricchisce la “carica di paura” dell’omofobia, è la stretta dipendenza che c’è da “quello che pensano gli altri”.Si ha cioè un elemento di giudizio esterno che fa “mettere a fuoco” la paura. Per come la vedo io, l’elemento comune a tutti gli scenari che l’omofobo può immaginare è duplice: lo scoprirsi omosessuale e, successivamente, il sentirsi “minacciato” dalla sua condizione.La paura di scoprirsi omosessuale è, spesso, la prima fase. Ma anche dopo che uno realizza la propria omosessualità, può esserci una fase in cui è l’omosessuale stesso ad essere un omofobo (“odio le checche”, “nessuno direbbe che sono gay ma sembro etero”, “sono un uomo quindi solo attivo”, ecc). Ecco alcune delle situazioni che, secondo me, l’omofobia può produrre:

  1. Deludere o schifare i genitori, parenti, amici o colleghi di lavoro.
  2. Essere ritenuto, se uomo, meno uomo (cioè una donna mancata) e, se donna, più uomo (cioè non femminile).
  3. Essere considerati malati, deviati o in una condizione di subalternità morale e spirituale (per chi fosse credente).
  4. Essere ritenuto diverso e anormale, in generale al di fuori da quelle costruzioni sociali che, per tradizione, definiscono le funzioni di un individuo per il suo sesso biologico e non per quello che è.
  5. Avere una vita difficile.

L’omofobo è, in ultima analisi, una persona che non si conosce. Una persona che ha l’ignoto (di cui parlava Lovecraft) dentro di sé. Un modo efficace per vincere una paura non è dire quanto sia stupido / insensato / incivile averla, ma depotenziarla togliendo significato a ciò che in primo luogo la genera.

L’omofobia si vince (e non si combatte) solo attraverso una massiccia opera di educazione, non più orientata ad insegnare ciò che deve essere (come fa la religione) ma ciò che è (come fa la scienza). Si deve cioè attuare nella società quel modo di pensare che Galileo introdusse nella Fisica: ciò che si osserva è, in ultima analisi, ciò che è naturale e dunque comprensibile. L’omosessualità è un comportamento naturale? La risposta è sì, ne abbiamo le prove da osservazioni eseguite su più di 1500 specie animali. E questo dovrebbe bastare.

Il problema, aggiuntivo, che abbiamo in Italia è, come dicevo in un tweet questa mattina, l’utilizzo della Chiesa come un amuleto elettorale. In Italia, i politici hanno sempre cercato l’appoggio e l’approvazione dell’ambiente religioso. E’ un fenomeno abbastanza trasversale da destra a sinistra passando per il centro, che trova la sua origine nel bisogno di avere “voti certi”. La chiesa porta voti e, per un politico, avere la benedizione sulla sua candidatura da parte di un vescovo è un’ottima “lettera di raccomandazione” che invia al bacino elettorale, specialmente in certe zone d’Italia. Parlavo in questo post della posizione della Chiesa e del Vaticano riguardo l’omosessualità, l’omofobia e le coppie gay.

In conclusione: educazione, scuola, classe politica meno succube delle autorità religiose, ma anche multiculturalismo che è la sola cosa capace di far rendere conto di quanto stupido sia separare il mondo in ciò che è “normale” e ciò che non lo è. Le persone dovrebbero essere educate alla curiosità, alla sperimentazione, alla conoscenza. Le paure, poi, si ridurranno da sole.

Pietro

Catechismo e Vaticano

Sui social ci si confronta spesso su tanti temi, sicuramente quello dell’omosessualità e di come questa sia vista dalla Chiesa. Non voglio essere ripetitivo, già parlavo di come il Cristianesimo avesse da sempre visto l’omosessualità come una perversione e, più in generale, come una fastidiosa devianza dal comportamento “normale”, ecco il link al post.

Sono anche conscio del fatto che religione ed istituzione “vaticana” sono due entità tecnicamente separate, anche se intrinsecamente legate e talvolta vengono in contatto. Uno dei punti di contatto più significativi è sicuramente sul tema dell’omosessualità. Citerò infatti quanto dice il Catechismo e quanto dice, politicamente parlando, il Vaticano.

Il Catechismo

A questo link si può trovare tutto il testo della parte inerente amore e comportamenti sessuali. Riguardo l’omosessualità il Catechismo della Chiesa Cattolica recita:

L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile.

Prima di continuare: notiamo quindi come il Catechismo ritenga l’omosessualità un inspiegabile fenomeno generato psichicamente. La scienza moderna ci dice che la sessualità, in tutte le sue forme, ha origini “psichiche”, vuoi che sia eterosessualità o omosessualità. Già qui, dunque, la posizione della chiesa è, scientificamente parlando, inesatta. Ma l’articolo prosegue così:

Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, 238 la Tradizione ha sempre dichiarato che « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ». 239 Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

Un altro commento su un fatto secondo me centrale: il Catechismo ci dice che le relazioni omosessuali, oltre ad essere gravi depravazioni, “non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale“. In altre parole, si dichiara impossibile l’esistenza dell’amore tra due uomini o tra due donne e si dice, in più, che anche i rapporti sessuali non siano tali in senso proprio. Questo ultimo punto sui rapporti sessuali discende da quanto il Catechismo dica prima sul fatto che il solo rapporto sessuale ammissibile sia quello finalizzato alla riproduzione. Trovo invece totalmente ingiustificata l’affermazione sul l’impossibilità di “affettività” tra uomo e uomo o tra donna e donna.

Il Catechismo però continua, ecco l’articolo successivo:

Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

In qualche modo qui la Chiesa ci “salva”, almeno secondo lei: gli omosessuali sono in questa “condizione” perché è una prova che il Signore ha messo sulla loro strada, e dunque devono essere guardati con “compassione e delicatezza“. È curioso il passaggio sull’ “evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione“. Si tratterebbe infatti di definire cosa si intenda con evitare (che non è condannare) e cosa si intenda con “ingiusta“.

Ma continuiamo con l’ultimo articolo:

Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.

Ecco: quindi una persona omosessuale, necessariamente, deve essere casta per sottoscrivere la sua “condizione” ed evitare dunque quei comportamenti “disordinati” di cui si parlava prima.

In conclusione, possiamo riassumere ciò che dice il Catechismo in questi tre punti:

  1. È impossibile l’affettività tra due persone dello stesso sesso.
  2. L’omosessualità è una condizione svantaggiosa che il Signore ha posto sulla nostra strada. L’omosessuale va dunque visto con compassione e si deve evitare di discriminarlo.
  3. La persona omosessuale deve essere casta.

Come si vede, si impongono pesanti vincoli sulla libertà di espressione e di vita del singolo, in aperto contrasto con quanto dicono, ad esempio, i nostri principi costituzionali che invece salvaguardano la libertà affettiva dell’individuo. Questo è quanto dice il Catechismo: devo quindi assumere, per serietà, che tutti i “catto gay” che si scagliano ferocemente contro le mie esternazioni seguano a puntino quanto prescritto dal Catechismo, castità inclusa, e divieto alla masturbazione.

Il Vaticano

Il Vaticano è molto chiaro su tutta questa questione. Riporto qui una brevissima cronologia:

  1. Nel 1992: sul tema della discriminazione il Vaticano dice “non vi è un diritto all’omosessualità, che pertanto non dovrebbe costituire la base per rivendicazioni giudiziali“. In altre parole: la discriminazione tecnicamente non esiste.
  2. Nel 2008: l’osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite si schiera contro il disegno di legge per depenalizzare ovunque l’omosessualità, che in alcuni paesi prevede la morte, dicendo che: “il disegno di legge, discriminando chi discrimina, introduce di fatto una discriminazione a sua volta“. Questo è coerente con quanto diceva il Catechismo: si deve evitare di discriminare, non è vietato.
  3. Nel 2011: si rincara la dose e ci si oppone fermamente all’inclusione dell’orientamento sessuale tra i diritti umani. Di più, si chiede agli Stati di: “affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione e di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica, aggiungendo inoltre che si tratta di un male che va tollerato e non approvato o legalizzato“.

Arrivati a questo punto, abbiamo dunque un quadro completo della questione. Direi che non ci sono ulteriori commenti da fare se non: cari gay cattolici, rispetto la vostra fede, ma non vedo come possiate amare un’istituzione che regola la vostra fede dicendovi di volervi del male.

Pietro

 

Oops they did it again

Vorrei parlare un po’ del tema dell’omosessualità nel Vaticano. Dico nel Vaticano e non nella Chiesa perché penso che sarebbe ingiusto verso tanti fedeli non separare le due cose: l’istituzione religiosa e la religione. Certo, poi il problema è che troppi fedeli non fanno questa distinzione e finiscono per scambiare la ritualità istituzionale per ritualita religiosa.

Ho sempre trovato, infatti, singolare il comportamento, che potrei definire tranquillamente ipocrita, di tanti che sono cristiani solo un giorno alla settimana per un’ora circa, magari spazientendosi se “ma quando dà la benedizione che ho da fare”? Così come mi hanno sempre colpito persone che in chiesa si sbracciavano per “scambiare gesti di pace” o annuivano vigorosamente se il prete parlava di “solidarietà tra persone” e poi, uscendo dalla chiesa, guardavano con odio i mendicanti e i clochard sibilando parole come: “brutti schifosi”, “ci ingannano in realtà sono pieni di soldi” e simili frasi che da un cristiano non dovrebbero mai uscire visto che, sempre in teoria, il pensare male a priori non dovrebbe rientrare tra le qualità del fedele, anzi è proprio un peccato. Il fatto è che per molti rispettare le direttive della cristianità vuol dire farlo fintanto che aiuti chi ha il tuo stesso colore di pelle, stessa estrazione sociale e conduce un’adorabile e “normalissima” vita fatta di lavoro, famiglia e chiesa.

Ho sempre avuto questa sensazione qui, almeno vedendo le persone che conosco: la chiesa come una tradizione invece che una vocazione autentica. Persone che ripetono, spesso per una vita intera, gesti e parole dei quali non conoscono il senso o, forse, mai hanno approfondito. Ho già espresso nell’articolo “Spinoziamo” la mia visione sulla religione, eppure devo fare qualche commento ulteriore: una delle esperienze più significative che mi siano capitate, umanamente parlando, è stata una messa in una chiesa romanica sperduta nel mezzo della campagna della Provenza. Era la Pasqua del 2003, un freddo tremendo, nebbia ovunque. La chiesa, romanica come dicevo, era senza organo, ma aveva qualcosa di meglio: un coro che faceva canti gregoriani in latino; un vero canto gregoriano senza alcun tipo di strumento musicale al di fuori della voce. L’esperienza è stata bellissima: il suono delle voci stimolava una sorta di “vibrazione” interiore, un senso di calore, di sollevamento. Anche non capendo tutte le parole (è pur sempre latino ecclesiastico), il suono era sufficiente a farci sentire tutti sospesi in una bolla, come tante radio sintonizzate tutte sulla stessa frequenza. Il bello della musica in generale: la comunicazione universale, sottile, di emozioni e di sensazioni che vibrano tutte in modo unico e particolare. Per il resto la messa è stata una “normale” messa di Pasqua ma ho trovato assolutamente centrale l’utilizzo del canto, di questo tipo di canto, per “creare” l’ambiente giusto: è come se fossimo diventati tutti più “sensibili”, come se avessimo acquisito una maggiore “consapevolezza” di noi stessi. Il fatto stesso che, dopo 12 anni, ancora mi ricordi esattamente ogni cosa, ogni sensazione, è la prova della significatività che ha avuto questa esperienza, ed io non sono nemmeno credente nel senso cristiano, ma amo solo la musica. Quando musica e religione, o in generale “trascendenza”, si uniscono si ottiene un oggetto di grande potere.

Dico questo perché penso che nella routine domenicale, sia ormai poco comune assistere a tutto questo, ed inevitabilmente si finisce per “inaridire” tutto. Le cose diventano routine, dunque i riti vengono svuotati piano piano dei loro significati originali e quel che resta è solo una sequenza di procedure, quasi “burocratiche”. Il Vaticano appunto.

Non ho alcun rispetto per il Vaticano, questo per tantissimi motivi, soprattutto storici che trovo di una tale gravità da essere assolutamente non giustificabili. È storia, certo, ma gli orrori e le violenze sono talmente vive nelle loro conseguenze che ancora, su certi aspetti, paghiamo, da rendere, almeno per me, impossibile una presa di posizione più “rilassata”.

Tra tutte le varie spiacevoli conseguenze delle politiche sociali del Vaticano, veniamo al tema dell’omosessualità, che tanto è stata oggetto di sistematiche persecuzioni nel corso della storia. Secondo la Chiesa cattolica si parla di “condizione omosessuale”. In merito alla questione della “discriminazione” degli omosessuali, la Chiesa dice che: “non esiste un diritto all’omosessualità e dunque essa non costituisce la base per rivendicazioni giudiziali”. Nel 2008 la Chiesa ci ha poi detto di essere contraria alla depenalizzazione universale dell’omosessualità perché questo costituirebbe discriminazione nei confronti di quei paesi che discriminano. Le cose non migliorano per quanto riguarda la posizione sulle unioni omosessuali. Su questo la Chiesa ha chiesto agli Stati di: “affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione e di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica, aggiungendo inoltre che si tratta di un male che va tollerato e non approvato o legalizzato”.

Quest’ultima dichiarazione dice tutto in realtà: per la chiesa l’omosessualità è una perversione, un male da tollerare come tolleriamo di avere dello sterco sotto alla scarpa se entriamo in una stalla. È orribile, e mi chiedo come sia possibile che tanti fedeli, omosessuali, non provino un minimo di disagio nei confronti di un’istituzione che li ha perseguitati per secoli, con pene e torture orribili, e che ora continua a torturarli psicologicamente non potendo più usare strumenti “fisici”.

Come suggeriva Antonio, concordo con lui che almeno su queste questioni la Chiesa è: “una santa, rompipalle e cagac*zzi”.

Pietro

Una breve storia

Ho sempre trovato interessante il tema dell’omosessualità nel corso della storia. Per esteso: negli ultimi 4000 anni. In un tempo così breve rispetto ai tempi dell’evoluzione e dei processi geologici, l’uomo ha subito, biologicamente parlando, ben poche variazioni. Questo è importante perché ci consente di parlare dei nostri “antenati” in senso più “vicino”, pur rimanendo distanti nel tempo.

Mi è venuta voglia di scrivere questo articolo dopo le recenti dichiarazioni di Bagnasco&Co, le solite uscite del club Adinolfi&Miriano (per chi non li conoscesse (non)consiglio ricerca su google) e relatives. È infatti sorprendente notare come nel corso di 4000 anni di storia, l’atteggiamento delle persone verso tutto ciò che riguarda la sfera sessuale e affettiva sia radicalmente cambiato. Nel nostro caso ha avuto una notevole importanza la transizione da paganesimo a cristianesimo nel tardo Impero Romano, unitamente ad un atteggiamento ostile da parte di alcuni pagani verso un fenomeno generale detto di “decadenza dei costumi” che aveva caratterizzato gli ultimi anni dell’impero stesso.

Ciò che contraddistingue il mondo antico dal mondo in cui viviamo oggi, è l’assenza della classificazione delle persone per orientamento sessuale. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, anticamente non si separava la popolazione tra eterosessuali, omosessuali, asessuali, transessuali, ecc. Queste suddivisioni non esistevano, non si pensava proprio in questi termini. Se ci pensiamo, è un approccio molto più naturale e meno astratto del nostro.

Cosa facevano dunque? Dipende dalla civiltà che andiamo ad esaminare, tuttavia un tratto abbastanza comune tra tutte le culture antiche era il qualificare la persona in base al ruolo che assumeva nel rapporto sessuale: attivo oppure passivo. Con vari livelli di complessità / astrazione, generalmente era ben visto qualsiasi uomo che assumesse una posizione di dominanza (attiva) nei confronti di un altro soggetto, sia donna che uomo. In base alla cultura, però, questo atteggiamento veniva più o meno enfatizzato e separato per classi sociali, raggiungendo sicuramente un ruolo centrale nella cultura romana dove si parla addirittura di “ruolo penetrativo” come ciò che definisce l’uomo libero, dotato di Virtus. Vediamo però velocemente (Wikipedia mi ha aiutato parecchio):

  • Civiltà egizia: in questo caso si usava un ragionamento per “classi sociali”. I membri della nobiltà, principi e le divinità stesse dovevano sempre assumere un ruolo attivo. Non è mai stata trovata alcuna testimonianza scritta che condannasse i rapporti omosessuali, eccetto una norma che puniva lo “stupro omosessuale”. In più, a Saqqara è stata rinvenuta la tomba di due servi maschi della corte reale, e l’epitaffio recita: “hanno vissuto assieme e si sono amati con passione per tutta la vita”.
  • Impero persiano: le relazioni omosessuali sono molto ben documentate, soprattutto quelle tra uomini adulti e ragazzi più giovani. Lo stesso Quinto Curzio disse che “quel popolo è talmente abituato si ragazzi da non riuscire più a servire le donne”.
  • Grecia: la Grecia antica meriterebbe un discorso molto più esteso, ma non ho le competenze per farlo. Ad ogni modo possiamo dire che la distinzione tra omosessualità ed eterosessualità era completamente sconosciuta. Ogni cittadino viveva, in forma più o meno spontanea, una sorta di bisessualità. È significativa infatti una citazione di Plutarco: “colui che ama la bellezza umana sarà favorevolmente disposto sia verso quella maschile sia verso quella femminile; gli uomini devono prendere esempio dagli Dei che amano entrambi“. Finisco con una nota su Zenone di Cizio: “si dovrebbero scegliere i partner sessuali non in base al loro sesso, bensì per le loro qualità personali“.

Si vede già con questi esempi come nel mondo antico l’uomo non fosse “schifato” al pensiero di un rapporto sessuale con un altro uomo, così come una donna non lo era all’idea del rapporto con un’altra donna. Questo dovrebbe già essere sufficiente a smontare la tesi di quelli che sostengono che l’omosessualità sia una malattia o sia contro-natura, e dovrebbe invece fornire la prova che l’atteggiamento di fastidio e di odio nei confronti dell’omosessualità, sempre più dilagante nel mondo di oggi, sia solo una conseguenza di un certo tipo di educazione e di tradizione, che niente ha a che vedere con ciò che è naturale o meno. Non c’è niente di meno naturale di una tradizione e/o educazione umana. Potremmo quindi dire che, per molte persone, l’omofobia sia un comportamento acquisito.

Come dicevo, dunque, nel mondo antico si tendeva a classificare le persone in base al ruolo sessuale che interpretavano all’interno della coppia. Nella cultura romana questo atteggiamento era profondamente esaltato: l’uomo virile è libero se e solo se nella coppia ricopriva il ruolo attivo. Il partner poteva essere una donna, uno schiavo, un ragazzo giovane, ma mai e in nessun caso era ammesso che un altro cittadino romano libero potesse essere penetrato, assumendo dunque ruolo passivo, senza che questo provocasse la perdita della virilità. Nel mondo romano, dunque, valevano le equazioni attivo = maschio e passivo = femmina.

Questo ultimo punto, in realtà, è ancora molto attuale: nel “mondo gay” (passatemi questo modo di dire) esiste ancora un forte pregiudizio nei confronti di chi preferisce assumere un ruolo passivo nella coppia. È molto comune cioè parlare di una coppia gay riferendosi ad uno dei due dicendo “quello fa la donna”, oppure “quello è una troia” e simili cose. Dopo 2000 anni dobbiamo ancora superare, del tutto, l’idea che uno è un uomo/donna per quello che fa e come si comporta, non per come preferisce fare sesso. Si tratta di una visione maschilista dove si equipara mascolinità e dominanza in senso fisico. È una visione che, personalmente, non condivido.

Tornando alla storia: tutto cambia in modo più o meno rapido con l’avvento del cristianesimo. L’omosessualità viene vista come una scomoda eredità del paganesimo e inizia ad essere repressa con pene via via più severe, che culmineranno con la morte stessa. Il cristianesimo poi imporrà una sorta di condanna su tutte le pratiche sessuali, anche eterosessuali, che non fossero strettamente ed immediatamente finalizzate alla procreazione. La produzione di nuova vita, consacrando il matrimonio, era visto come un, se non il più importante, obiettivo di ogni uomo. Tutte le altre pratiche (masturbazione, sesso orale, anale, ecc) erano fermamente condannate.

Questo modo di vedere il sesso e la vita di coppia, in modo cioè prettamente utilitaristico, è arrivato pressoché invariato fino ai giorni nostri. L’unica cosa che la Chiesa ha cambiato è l’atteggiamento nei confronti delle persecuzioni verso gli omosessuali, che ora non sponsorizza più come faceva qualche secolo fa. Eppure la visione nei confronti della famiglia e del senso della coppia e del matrimonio non è cambiata: non c’è dunque da stupirsi se dalla Chiesa non sentiremo mai parole di favore o, almeno, neutre nei confronti dei diritti civili. Il punto è che, per la chiesa, la coppia e l’affetto esistono solo ed esclusivamente per fini riproduttivi, non c’è altra finalità. È tutto qui.

Quello che invece, nel 2015, avremmo ogni diritto di aspettarci è una politica coraggiosa che metta al primo posto il difficile compito di stimolare l’evoluzione della società assicurando alle persone la possibilità di potersi esprimere per come sono fatte, naturalmente ed indipendentemente da quello che la Chiesa possa pensare. La nauseante ingerenza religiosa nella politica e la ricerca dell’appoggio della Chiesa da parte della politica sarebbe ora che finissero, una volta per tutte.

Pietro