Proiezioni virtuali

Più si accumula l’esperienza di vita e più mi rendo conto che esiste una grande fortuna, almeno nel contesto della nostra società dove si richiede che tutto venga più o meno inquadrato all’interno di categorie che consentano di trarre rapidamente delle considerazioni sulle persone. Questa fortuna è essere l’archetipo di ogni categoria.

Il punto è che, facendo un discorso di media, la gente generalmente diffida delle diversità o di quello che non può immediatamente comprendere o che costituisca una novità al di fuori di quelle che altri hanno già catalogato prima di lui. Cioè non tutti provano curiosità nei confronti di ciò che non conoscono, e questo è  un discorso che si può applicare tanto ad entità fisiche reali (come le persone) quanto ad entità astratte (come una cultura, una religione, ecc).

Come dicevo, l’archetipo: più ci si discosta da questa posizione di “equilibrio” nei confronti di ciò che la società si aspetta da un individuo, più la diffidenza aumenta e meno si ha, dunque, quel beneficio del dubbio del quale invece godono gli esemplari maggiormente rappresentativi di ogni categoria.

Tutto questo è ancora più evidente nei Social. Io uso spesso Twitter e devo dire che tra i social che ho avuto modo di provare è l’unico che contempla una sorta di “stratificazione” in vari sotto-domini che esistono l’uno indipendentemente dall’altro: c’è il twitter business class, quello politico, quello giornalistico, quello gay, quello trash/serie tv/varie ed eventuali, quello porno. C’è un po’ di tutto.

Ogni “sotto-dominio”, o categoria, ha i suoi utenti di spicco che ognuno conosce. Non è necessario che siano popolari in assoluto, cioè le famose “twitstar”, ma è sufficiente che godano dell’attenzione di un numero “critico” di utenti della rispettiva classe. Per creare “addensamento” di utenti attorno a qualcuno, talvolta è sufficiente una foto fatta bene, un tweet simpatico, e meccanismi analoghi.

Vorrei parlare per un attimo del “sotto-dominio gay” dove, per qualche motivo che ancora non comprendo del tutto, mi sembra che tutti questi comportamenti siano esasperati all’inverosimile, al punto tale da “scambiare dei barboni ben vestiti per dei re” (cit). Premetto che ho avuto anche la fortuna di trovare persone che esulano da questa descrizione, quindi ora faccio un discorso esclusivamente “di media”. Si dice sempre, ed è una vecchia questione, che il “mondo gay” sia ossessionato dal look: la palestra, lo stile, la bellezza, l’abbigliamento, la grandezza del pene e tutto ciò che ha a che vedere con l’apparire. In altre parole che tra gay esista una sorta di “momento estetico stereotipato” più coerente e meno discontinuo di quanto invece avviene in altri casi. E questo momento si concretizzi in una voglia più o meno controllata di mostrarsi, amplificata dallo strumento del social network che, unitamente alla loro immediatezza, di fatto costituiscono uno strumento di selezione sulla popolazione: per essere su un social bisogna essere almeno sufficientemente esibizionisti da superare quella “soglia minima” che lo strumento richiede. In altre parole: quanto è rappresentativo il “gay da social” rispetto al resto della popolazione? Secondo me molto poco.

Il problema nasce quando invece a questa domanda si risponde in modo sbagliato. Nel “caso gay”, infatti, la virtualità e il parziale anonimato sono da sempre una componente fondamentale, per motivi legati a discriminazione e assenza di diritti. Qualche secolo fa si faceva tutto in segreto, una decina di anni fa si usavano forum, MSN e ICQ, adesso si usano i social network e i “nuovi MSN”, soprattutto Kik che non richiede neanche di scambiarsi un numero ma solo un nickname. Il meccanismo resta sempre quello: pochi ragazzi e ragazze omo/bi/trans incontrano i partner “out of the blue” nella vita reale. C’è quasi sempre un “momento iniziale virtuale”. Ed è proprio lì che, secondo me, nasce il problema: si rischia di scambiare la non ordinarietà rappresentata in modo “non rappresentativo di tutti i gay” dei “gay da social” con la realtà effettiva. E questo è un errore, che finisce per attribuire del “potere reale” a delle categorie non rappresentative a cui molti tenderanno ad uniformarsi per non sentirsi degli outsiders, escludendo progressivamente chi non ottempera. E’ un meccanismo orribile che impoverisce tutti, e che nei social vedo costantemente.

Il “gay da social”, infatti, è nient’altro che un fenomeno di normalizzazione all’interno del “sotto-dominio” di cui parlavo prima: molti prima o poi tendono ad allinearsi o a gravitare attorno a qualche “personalità di spicco”. E’ un processo statistico.

Faccio un esempio pratico: un classico “gay da social” è un ragazzo molto bello, fisicato, che ha pubblicato in passato o di recente foto in cui si mostra sapendo di piacere ma allo stesso tempo facendo finta di non esserne del tutto consapevole. Questo fissa il modello della categoria e crea l’ambiente: sei circa come lui? Ok, sei accettato. Differisci troppo? per esempio: non sei un modello di Armani, hai un lieve accenno di pancia (l’eccesso è punito con la scomunica immediata), non sei Rocco Siffredi? Cazzo…sei uno sfigato.

Questo è il meccanismo che viene instaurato e che seleziona le persone con la stessa arroganza con cui si sceglie un tipo di pasta al supermercato, con la differenza che la pasta non ha una sfera emotiva di cui si dovrebbe tenere conto. Nel caso delle persone, soprattutto quelle più deboli, questi meccanismi possono portare facilmente a casi in cui uno si comporta in modo da occupare una nicchia da reietto nella sua categoria, invece di avere il coraggio di “crearne” un’altra.

Onestamente, quando vedo tutto questo in modo manifesto mi sale una grande rabbia perché vedo un trionfo silenzioso di crudeltà che viene diffusa tra la gente sia dai “guru di categoria” sia dai tanti che, per soddisfare i propri egoismi, si uniformano perché è la via facile, non curandosi del progressivo degradarsi dei rapporti umani che i loro comportamenti aiutano a far degenerare. Come ultima cosa che vorrei dire, per non passare da ipocrita: anche io ho i miei canoni estetici, ma non ne ho mai fatto una bandiera come la media invece fa.

Pietro