Giorgio

Arrivo in ritardo e tutto, lo so, e forse farò delle considerazioni molto banali che sono già state fatte. Ad ogni modo, quando si verificano questi episodi, penso sia sempre bene aspettare almeno un giorno per rifletterci sopra a mente fredda. Questo non per sminuire la cosa, ma solo per poter trarre delle conclusioni con delle premesse più solide perché meno viziate dall’emotività del momento.

Ieri, un (se non il più) famoso stilista, ha detto, rivolgendosi ai gay: “non vestitevi da omosessuali“. Come di consueto accade con queste frasi, ci si è divisi in due fronti: chi sostiene che questa frase non abbia in sé alcun contenuto “nocivo”, e chi invece sostiene si tratti di omofobia. Proverò a dare una sorta di dimostrazione, volta a riscrivere la frase in un modo equivalente, che rende più chiaro il contenuto estraendone il senso.

Guarderei alla cosa ragionando alla Wittgenstein. Nella frase si dice: “non vestitevi da omosessuali”. In questa frase dire “da omosessuali” indica gli omosessuali come se fossero un “gruppo” e dunque li separa dal resto della popolazione. Una qualsiasi richiesta di separazione di un entità da un insieme, richiede l’implicita assunzione che l’entità sia riconoscibile per dei tratti caratteristici che, se non possedesse, non permetterebbero di separare in primo luogo.

Ora, visto che parliamo di persone che vivono in una società, i “tratti caratteristici” di un sottoinsieme di persone devono necessariamente essere un qualcosa che la società qualifica in qualche modo, esprimendo cioè un giudizio comunemente accettato. Si tratta cioè del senso comune che si applica a tante cose.

La frase, dunque, inevitabilmente si appoggia sul senso comune e questo fa dipendere la qualità del suo contenuto (omofobico o meno) dalla società che la riceve: in un paese dove esistono pari diritti tra eterosessuali ed omosessuali, la frase non avrebbe alcun senso dal momento che il senso comune si è evoluto al punto da non includere più alla voce “stranezze” gli omosessuali. In un paese invece come l’Italia dove ancora si discute sul fatto che l’omosessualità sia una malattia curabile, il senso comune suggerisce un alone di “scherno” e, più generalmente, dispregiativo attorno all’omosessualità. E, allora, nel momento in cui uno ti dice di “non vestirti da gay”, è una logica conseguenza che la frase assuma un significato negativo o, meglio, dispregiativo, proprio per il fatto che una frase che “parla” di qualcosa di sociale, necessariamente, così come è formulata, trae parte del suo significato dal contesto su cui insiste.

Che cosa ci dice, allora, il contesto italiano sui “tratti caratteristici” che un gay deve avere per essere riconoscibile? Semplice, di nuovo il senso comune che ci dice che, in senso negativo: il gay è il gay macchietta, quello sculettante col chihuahua in braccio, capello rosa, borsetta, boa al collo, voce acuta, gesticolante.

Alla luce di queste considerazioni, la frase iniziale la possiamo leggere, con sicurezza, dicendo: “gay, non vestitevi secondo il senso comune”. Riscritta in questo modo, la negatività è forse più evidente ancora: perché mai uno non dovrebbe vestirsi come preferisce?

E’ il solito discorso che fanno tanti, del tipo: “noi ci battiamo per i diritti civili e poi arrivano le checche che confermano gli stereotipi?”. Lo stereotipo, di nuovo, fa parte del senso comune. Se si cambiasse il senso comune, lo stereotipo semplicemente muterebbe con esso. Diversamente, non ha alcun senso pretendere di cambiare la società mostrando che è lo stereotipo a non avere senso, nascondendo le “checche” e mostrando solo i “gay normali” (chiedo scusa per i termini ma uso quelli che solitamente vengono impiegati da chi fa questi discorsi). E’ come se spegnessimo il monitor di un computer e pretendessimo che il computer si spegnesse a sua volta. Non funziona così. Quello che si deve fare, è cambiare la società dall’interno, dal momento che lo stereotipo è semplicemente una “spia”, un “giudizio sintetico”, che deriva da ciò che la società pensa su una determinata questione. E’ una relazione a senso unico: società –> stereotipo, non si inverte.

Riassumendo: penso che dietro la frase dello stilista si nasconda, ancora, l’errata idea dell’ “invertibilità” della relazione “società – stereotipo”, come appena scritto. Questo, poi, introduce una separazione interna al “mondo gay”: ci sono i “gay normali” e  “le checche”. La frase, dunque, pur non essendo omofoba in senso stretto per quanto detto prima (dipende dal contesto da cui è ricevuta), finisce per essere, in senso assoluto, un’istigatrice di omofobia all’interno dello stesso “mondo gay”. Ci mostra cioè come gli omofobi esistano anche tra i gay.

Pietro

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