I postumi del #ReferendumVeneto

Il risultato è stato quasi un plebiscito: 60% di affluenza con 98% di sì. Zaia ha subito dichiarato che: “vogliamo i 9/10 delle tasse“.

Da cittadino del Veneto, non leghista, è precisamente il tipo di dichiarazione che temevo.

Come hanno detto in molti in questi giorni, questo referendum non era un obbligo di legge. Qualsiasi regione a statuto ordinario, come il Veneto, può richiedere una consultazione con il Governo che, con promulgazione di una legge statale, può concedere la cosiddetta autonomia differenziata regionale.

Tra le tante “voci” che si contrattano per raggiungere questo tipo di autonomia, sono presenti anche temi di tipo fiscale / tributario. Nello specifico si parla del cosiddetto residuo fiscale.

Le regioni dette “virtuose” o che “hanno i conti a posto” mostrano un residuo fiscale positivo. Questo significa che la regione restituisce allo Stato più soldi di quanti ne riceve per fare investimenti. In altre parole, la regione “genera” internamente ricchezza.

E’ solo il Veneto virtuoso? No, quasi tutto il centro-nord.

L’Emilia Romagna ha un residuo fiscale positivo molto simile in valore a quello del Veneto (17.8 miliardi € contro i 18.2. miliardi € del Veneto). Senza clamore, agitazione popolare e referendum vari, l’Emilia Romagna ha perseguito lo stesso obiettivo e pochi giorni fa ha raggiunto l’accordo con il Governo.

Perché, invece, noi in Veneto avevamo bisogno di sentire il parere della gente? Zaia dice: “per far capire che il popolo è con noi”. Ma che cosa, esattamente, rende diverso un veneto da un emiliano o da un romagnolo? Perché noi dovevamo sbattere i pugni sul tavolo quando bastava chiedere?

C’è questa sorta di “peccato originale” o di “complesso di sfruttamento” che il leghista veneto sente da parte dello Stato. E’ un antico retaggio della lega degli anni 90. La Lega di Bossi e di “Roma Ladrona”, “Veneto Stato” e altre follie di questo tipo.

Dico “follie” perché se avessimo speso 1 anno degli ultimi 30 a parlare seriamente di federalismo fiscale, senza ideologie e retorica, ma seguendo un progetto semplice e inquadrato nei limiti imposti dalla Costituzione, come quello che è stato seguito in Emilia, magari avremmo già raggiunto molti risultati.

E, dico sempre magari, molte altre regioni avrebbero potuto seguire lo stesso percorso e, ancora magari, anche quelle meno virtuose avrebbero potuto cogliere l’occasione per iniziare un percorso di risanamento.

Perché adesso la Lega deve parlare di “9/10 delle tasse?”. Che senso ha? Se già abbiamo la legge che ci dice che il residuo fiscale si può contrattare per vedere di reinvestirne una parte sul territorio regionale, perché dobbiamo fare queste sparate controproducenti?

La risposta è semplice: le politiche sono vicine, e a qualcuno serve fare campagna elettorale.

Io sarei d’accordo sul reinvestire parte di questi soldi per fare investimenti in regione: trasporti, scuole / università, sanità, ecc. Non sono invece d’accordo che questi vengano semplicemente “trattenuti” a far cassa senza progetti specifici per il loro reinvestimento. Questo perché non sono “soldi nostri” perché il Veneto fa parte di una Repubblica, che è unita, fino a prova contraria.

Il referendum doveva essere un modo per “motivare” o “dare maggior peso” alla richiesta. Io penso che si rivelerà molto controproducente. Non è caricando di isteria o alzando la voce che si ottiene qualcosa, soprattutto perché è previsto già dalla Costituzione che si possano ottenere maggiori autonomie.

Bastava chiedere, ma a quanto pare si preferisce urlare.

Pietro

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Il programma di #DiBattista

Un veloce commento al programma di Di Battista (che trovate qui).

Il M5S è nato come movimento di protesta. Che ruolo ha oggi?
“Non siamo un movimento antipolitico, non siamo un partito di protesta”.

Ma quello che fa il fondatore Beppe Grillo è protestare a gran voce…
“Dove sta la differenza tra chi vuole cambiare qualcosa e chi protesta contro le cose che non funzionano? E’ incredibile: quando i cittadini votano per i potenti, allora è un voto di speranza. Se invece non votano come vorrebbero le elite politiche, si parla di voto di protesta”.

Bisognerebbe definire “elite politica” e dire anche cosa si intende come “i potenti”. Un movimento che ha una rappresentanza parlamentare sostanziosa come il M5S da ormai quasi 4 anni, è ancora possibile considerarlo “non potente” e “esterno al sistema”?

Neanche l’ultima campagna la definirebbe di protesta?
“Era una campagna importantissima per i diritti costituzionali! Il 60 per cento degli italiani ha votato no. Le forze antipolitiche sono altre”.

Con il massimo rispetto per chi ha votato No (e vorrei tanto che molti di quelli che scrivono “19 milioni di persone vanno rispettate” si spendessero anche per dire che ci sono altre 12 milioni di persone ugualmente meritevoli di rispetto che vengono insultate da giorni tanto quanto gli altri), le analisi post voto hanno in realtà dimostrato come la maggioranza degli elettori che si è espressa per il No, non l’ha fatto per la riforma, ma per mandare a Renzi un segnale chiaro: “il paese che stai raccontando, non è quello che io vivo. Più umiltà e meno arroganza.”

Gli analisti quindi suggeriscono un’interpretazione ben diversa da quella di Di Battista. In un certo senso, è stata proprio la maggioranza degli italiani ad essere “antipolitica”. Quindi, se la maggioranza degli elettori 5S ha votato No, come in effetti è stato, forse vuol anche dire che il movimento viene ancora percepito come una forza “anti sistema”, pur essendo “nel sistema” e nel meccanismo da ormai quasi 4 anni.

La percezione, alla fine, è tutto.

Vuole dire che i partiti sono forze antipolitiche?
“Hanno formulato una legge elettorale anticostituzionale, l’Italicum, e hanno bloccato il parlamento con una riforma che i cittadini hanno bocciato”.

Ma non è lei che chiede di andare al voto subito, anche con questa legge elettorale?
“Non vogliamo discutere mesi e mesi con i partiti sulla legge elettorale. Vogliamo una versione di questa legge approvata dalla corte costituzionale, che auspichiamo arrivi in gennaio”.

Questo è falso, sono stati sollevati dei dubbi sull’Italicum e stiamo tutti aspettando che gli organi competenti si esprimano sulla questione. Questa cosa per cui una legge è “incostituzionale fino a prova contraria” così come i politici sono sempre “colpevoli fino a prova contraria” è fastidiosa oltre ad essere applicata ad intermittenza.

Nella corruzione fa rientrare anche l’evasione fiscale?
“Sì. E per evasione fiscale noi intendiamo i grandi evasori”.

Giusto, peccato che l’Italia sia il “paese delle partite IVA” con circa 5.4 milioni di partite IVA date a microimprenditori e liberi professionisti. In certe regioni d’Italia, specialmente al sud (Sicilia e Calabria in testa), l’evasione fiscale è fortissima anche tra liberi professionisti. In realtà, non per usare luogo comune, ma basta frequentare qualsiasi studio medico privato o studio legale, o chiamare a casa un idraulico o un elettricista per capire cosa vorrei descrivere.

Nel caso dell’evasione fiscale, tante briciole fanno un panino.

Facciamo infatti un rapido conto della serva: 5.4 milioni di partite IVA attive. Immaginiamo che questi evadano anche solo 1€ al giorno. In un anno abbiamo 1971 milioni di € evasi, quasi 2 miliardi di euro. Non sono spiccioli, ma i liberi professionisti e microimprenditori sono una razza difficile, e lo dico con cognizione di causa: mio padre fa consulenze private e di tasse ne paga tante, anche grazie a molti suoi colleghi che invece se ne fregano.

La lotta alla corruzione basta da sola?
“No, vogliamo anche aumentare di parecchio le tasse sul gioco d’azzardo, centralizzare la spesa statale, realizzare opere pubbliche funzionali, di dimensioni ridotte rispetto all’Expo o all’Alta Velocità. Vogliamo ridurre i costi della politica, gli stipendi di tutti i parlamentari, anche degli amministratori regionali”.

Quali strategie propone per la crescita?
“Noi puntiamo sulla Green Economy: una svolta energetica a livello nazionale in direzione delle energie rinnovabili e della sostenibilità “.

Io penso che l’Alta Velocità sia un settore fondamentale. Fortunatamente non lo penso solo io ma persone ben più influenti nel mondo. Il treno, specialmente grazie alle nuove tecnologie che consentono una migliore efficienza tanto dei sistemi di propulsione quanto di recupero dell’energia, è un mezzo ecologico, veloce e che trasporta grandi quantità di persone. Con l’Alta Velocità possiamo fare andata e ritorno in giornata praticamente ovunque nel nord e centro – nord. Nell’immediato futuro potranno esserci collegamenti rapidi, in treno, con tutta l’Europa, in diretta concorrenza con l’aereo.

Sarebbe bene ricordare a Di Battista che tanto si spende, giustamente, per la sostenibilità ambientale, che l’aereo è un mezzo di trasporto fortemente inquinante. Siamo tutti d’accordo sul fatto che sia insostituibile per viaggi transcontinentali o su lunghe tratte interne, ma la prospettiva di poter sostituire interamente con il treno almeno i voli interni più brevi la trovo molto stimolante.

Riguardo la “svolta energetica”, di Battista ignora, evidentemente, che l’Italia ha ampiamente superato i requisiti di energie rinnovabili che l’europa si era posta di raggiungere nel 2020. Attualmente l’Italia produce il 43.1% del suo fabbisogno con energia rinnovabile. Siamo già sulla direzione “green”, nonostante i tanto “odiati partiti e la kasta” che costituiscono la ragione di esistenza del suo movimento.

Mi riferivo ai settori economici.
“Puntiamo sull’enogastronomia, una nostra eccellenza, il nostro petrolio. In questo campo bisogna investire nella qualità, nelle start up, nelle piccole e medie imprese. Lo stesso vale per la cultura e il turismo. Noi lo abbiamo tra l’altro già fatto con il nostro sistema di microcredito, che finanziamo con una parte dei nostri stipendi da parlamentari. Grazie a questi crediti, 20 milioni di euro in tre anni, sono nate nuove imprese. Mancano le infrastrutture. Ho girato l’Italia in treno per fare campagna per il No e le ferrovie regionali sono in uno stato incivile”.

Curioso che si voglia puntare sull’enogastronomia e sulla promozione delle eccellenze italiane quando per mesi si è sparato contro EXPO che ha avuto come tema proprio la questione del “nutrire il pianeta”. Curioso che si spari sempre contro l’Europa e le politiche italiane che tanto si sono spese e si spendono per assicurare rigorose procedure di controllo di tutta la filiera produttiva, in primis la difesa del “made in italy”.

Riguardo il microcredito, c’è un bell’articolo qui che spiega in dettaglio alcuni punti poco chiari e alcune vere e proprie inesattezze. Un’annuncio più ufficiale lo si trova qui.

Per quanto riguarda le “ferrovie regionali”, ricordo a Di Battista che il trasporto pubblico regionale è competenza delle Regioni, non dello Stato centrale. Anzi no, c’è il famoso Titolo V della Costituzione, che la riforma appena affondata avrebbe affrontato, che genera continue ambiguità per cui alla fine non si sa mai cosa sia competenza di chi.

Bizzarro che Di Battista, che tanto si è speso per il No per difendere la Costituzione, poi si lamenti di una situazione che, in gran parte, è causata anche dal fatto che, per Costituzione, non siano chiare le competenze regionali e quelle dello stato centrale. Davvero bizzarro.

Potremmo anche parlare di tutti i soldi che l’Europa ci dà per sistemare la nostra rete ferroviaria e che puntualmente, soprattutto al sud, vengono dispersi in una miriade di progetti senza senso pur di prendere qualcosa.

Ha cambiato atteggiamento sull’euro?
“Euro e Europa non sono la stessa cosa. Noi vogliamo solo che siano gli italiani a decidere sulla moneta”.

Ha calcolato le conseguenze dell’eventuale uscita dall’euro?
“Conosco bene quali sono le conseguenze dell’introduzione dell’euro, la perdita di potere d’acquisto, il calo delle retribuzioni, la riduzione della capacità di concorrenza delle imprese, il degrado sociale, la disoccupazione. Se l’Europa non vuole implodere deve accettare che non si può andare avanti così. Nel 2017 ci saranno elezioni importanti. In Francia probabilmente vinceranno i gollisti o Le Pen. In Germania la cancelliera ce la farà anche stavolta, ma i movimenti alternativi, chiamiamoli così, avanzano”.

Qui si consuma un vero e proprio “orrore” istituzionale. Ammirevole che Di Battista si spenda per difendere la Costituzione, ma forse avrebbe dovuto leggerla prima. L’articolo 75, secondo comma, recita: “Non è ammesso il referendum per le leggi tributarie e di bilancio [cfr. art. 81], di amnistia e di indulto [cfr. art. 79], di autorizzazione a ratificare trattati internazionali [cfr. art. 80].“. Questo chiude ogni delirio riguardo “referendum su Euro”.

Che livello di trasparenza garantisce il sistema internet creato da Gianroberto Casaleggio?
“Non esiste un sistema di Casaleggio! Le votazioni sulla nostra piattaforma sono certificate da esperti indipendenti. Altrimenti andiamo tra gli elettori, siamo presenti nelle piazze”.

Qui occorre fare qualche discussione in più. Gli “esperti indipendenti” di cui parla Di Battista sono un’azienda, la DNV Business Assurance. La DNV ha certificato, come si legge in questa lettera, le ultime votazioni online per modificare il “non statuto” e il “regolamento”. Come si può notare, leggendo il pdf, la DNV ha lavorato non per Grillo o per il Movimento 5 Stelle, ma per l’Associazione Rousseau. Questa Associazione è quella che gestisce la piattaforma di votazioni online. Le figure chiave di questa associazione sono business man e politici. Come si legge nell’articolo, il problemi di fondo di questo meccanismo sono che è poco trasparente e genera accentramenti di potere.

Lo stesso Di Battista risulta una “figura chiave” dell’Associazione Rousseau: insieme a Roberto Fico gestisce i gruppi di lavoro (meetup). Ai vertici di Rousseau c’è ovviamente la Casaleggio Associati nella figura di Davide Casaleggio.

Per concludere:

Grillo si candida?
“No, non si candida”.

Non potrebbe neanche volendo, dal momento che è stato condannato per omicidio colposo.

Pietro

Parole tossiche

Trovo che la violenza verbale di certi monologhi che leggo su blog, facebook, ecc. sia ben peggio delle brutte parole dette a voce.

Quando si scrive c’è tempo per pensare, rileggersi, e rileggersi prima di premere “tweet” o “condividi”.

Se nemmeno la riflessività, che accompagna la scrittura, riesce a modulare l’aggressività, vuol solo dire che c’è tanta frustrazione e bisogno smodato di provare un senso di “realizzazione”.

È la violenza tipica di chi non sa e non vuole confrontarsi civilmente con il prossimo, di chi non si mette mai in discussione ma vive la vita come il famoso piccione che cammina tronfio per la scacchiera rovesciando tutti i pezzi, convinto di aver vissuto più di tutti, di essere il più bello, il più intelligente, senza realmente poter dire niente perché il confronto lo rifiuta.

La scrittura, a parer mio, rivela molto della natura di queste persone: fragilità, insicurezza, volontà di raggiungere uno scopo senza sapere veramente come fare e lasciando che la rabbia riempia il vuoto che c’è tra la situazione in cui vivono e quella in cui vorrebbero vivere.

Sono persone “tossiche”, purtroppo. Per uscire da questa situazione, in cui molti di noi forse si sono trovati, il primo passo è il coraggio: mettersi in discussione fa paura, ma senza confronto non c’è scambio. Non c’è vero socializzare, amicizie, niente.

Sapersi confrontare in modo civile dovrebbe essere l’obiettivo di tutti.

Pietro

Finalmente una bella pagina di TV? #uominiedonne

Non ho mai seguito assiduamente Uomini & Donne, fatta eccezione per le vicende di Gemma del Trono Over. Alla fine Gemma è un po’ “tutti noi”, con quella incredibile capacità di auto-sabotarsi anche quando le cose sembrano andare in suo favore.

Il Trono Classico invece l’ho sempre trovato una baracconata, che penso avesse toccato il fondo qualche anno fa quando venne lanciato il format “Ragazzi & Ragazze”. Una specie di Trono Junior. Semplicemente terribile.

Dico baracconata perché mi è sempre sembrato tutto finto e artificioso: ragazze tutte uguali, tutte tiratissime, con 3 km di extension, perennemente in posa e alcune che facevano pubblicità occulta per dei prodotti che dei disperati chiedevano loro di indossare in puntata. E i ragazzi? Anche lì, tutti uguali, tutti modelli, tutti vestiti uguali con outfit più o meno improponibili, compresi abiti eleganti con pantaloni risvoltati…la fiera del cattivo gusto. Tamarri senza speranza. Per non parlare poi del clima in studio: corteggiatori, corteggiatrici, tronisti e troniste perennemente sull’orlo di una crisi di nervi. La frase più comune detta è: “mi aspetto una reazione”, “ha avuto una reazione”. Sempre questa “reazione”. Sembra di sentir parlare un regista che urla agli attori come devono comportarsi per migliorare una scena che ha fatto schifo. Finto, e triste. Poi, finito il programma, tempo uno o due mesi e la coppia scoppia. Oppure ci pensa Temptation Island.

Ma veniamo al trono gay, l’unica vera novità di quest’anno. Inizialmente avevo il terrore che Mediaset ci proponesse la solita rappresentazione televisiva del gay. Un gay alla Maicol (scritto proprio Maicol e non Michael) Berti del GF 10, non me ne voglia Maicol. Mi ricordo quando nel lontano 2009 avevo guardato la prima puntata del GF 10 con molta trepidazione, anche lì ho pensato “finalmente una persona apertamente gay in un programma TV”…poi, pian piano, è venuto fuori che Maicol in realtà si sentiva una donna e avrebbe voluto cambiare sesso. Noi siamo gay ma siamo uomini, non delle donne mancate. Lui avrebbe dovuto essere presentato come un concorrente transgender, non gay. Eppure all’epoca la TV consegnò in pasto al pubblico da reality ciò che esattamente pensavano che il gay fosse: una donna in un corpo da uomo. Questo l’ho sempre trovato estremamente offensivo.

Con questo orribile ricordo, avevo veramente paura che anche a Uomini e Donne sarebbe andato in onda qualcosa di simile. Invece mi sono sbagliato. La puntata di ieri, del 20/09, è stata molto bella, è stata la puntata delle prime esterne tra Claudio e due suoi corteggiatori: Mario e Mattia. Quella con Mario è stata la mia preferita. Due ragazzi che si conoscono, come farebbe chiunque di noi, senza i sospiri tattici, senza le frasi fatte e il buttarsi addosso a piovra come avviene sempre nel Trono Classico.

Aggiungo anche che Mario non sembra neanche il “classico stereotipo del gay”, quello cioè bloccato nell’adolescenza che ricerca conferme continue oscillando incessantemente tra palestra-disco-Instagram.

Ho trovato anche molto bello che si sia parlato senza censure della questione del coming out, dell’essere accettati dalla propria famiglia, della violenza gratuita che si riceve, a volte, da sconosciuti che per la strada ti additano come se avessi qualcosa di sbagliato. Considerando che nelle esterne del Trono Classico il livello medio del discorso è: “quella è falsa, quella è brutta, quella ti sta usando, ecc”, sentire due ragazzi che parlano di tematiche così urgenti e attuali, con profondità e intensità mi ha lasciato una bella sensazione.

La televisione ha quel potere straordinario di entrare nelle case di milioni di persone in un modo che è ancora più diretto di internet. E’ bello vedere che ci siano ancora persone coraggiose come Maria de Filippi che sfruttano il grande potere che hanno a disposizione per una causa superiore: mostrare che i gay sono persone e non fenomeni da baraccone o pedofili come importanti personaggi politici e del mondo religioso vogliono far credere.

Ieri è stata sicuramente una bella pagina di moderna televisione, lontana anni luce dalla TV nello stile Rai e La7, che nelle case della gente ormai fanno entrare solo la noia.

Pietro

#ComingoutDay & all that

Il 13 Agosto 2016 è stata una giornata molto importante per me e la mia famiglia. E’ stato il giorno del mio “coming out”, locuzione che deriva dall’inglese “coming out of the closet” cioè letteralmente “uscire dal ripostiglio”. Mostrarsi quindi per quello che si è.

La mia famiglia l’ha presa molto bene, è stato un bel momento che ci ha unito tutti. Adesso non nascondo più niente a loro e questo fa stare benissimo.

Mi ha anche molto colpito il sostegno da parte delle persone sui social network. Eppure qualche nota stridente c’è stata. Ricordo infatti due post che due utenti mi hanno “dedicato”. Dicevano circa così:

  1. Coming out è omofobia autoimposta.
  2. Perché fai coming out? Della tua sessualità non importa a nessuno.

Queste sono frasi che purtroppo vengono sentite spesso, rilanciate purtroppo anche da politici e “opinionisti” televisivi. Da quella gente cioè pagata per avere un’opinione su tutto.

Vorrei dire qualche parola su entrambe:

  1. Coming out sarebbe omofobia autoimposta se non esistessero pregiudizi contro le persone omosessuali. Se così fosse, nessun omosessuale avrebbe la necessità di fare coming out, esattamente come un eterosessuale non sente il bisogno di dire che è etero. Purtroppo la realtà è diversa: l’omosessualità è spesso “tollerata”, come si può tollerare un brufolo gigante sul naso, e non accettata come una naturale variazione del comportamento umano, o più in generale del comportamento di una qualsiasi specie animale. Di più, l’omofobia esiste. Dichiararsi per quello che si è, è nient’altro che un modo per dire “non mi vergogno di quello che sono”. Dire quindi che coming out è omofobia autoimposta suona molto come dire “non ho niente contro i gay, ma facciano le loro cose a casa loro, non voglio vederli in giro”.
  2. Qui mi dispiace deludere questo utente, ma della mia sessualità si interessano molte persone e istituzioni. Si interessa la Chiesa Cattolica, che insiste nel dire che devo essere trattato con “gentilezza e pacatezza” perché sono condannato a vivere un “amore disordinato”; si interessa lo Stato che con un ritardo impressionante finalmente arriva a concedermi, tra enormi polemiche, un minimo di riconoscimento di diritti garantiti anche ai cittadini eterosessuali; e si interessano alla mia sessualità anche gli omosessuali repressi, alias gli omofobi. C’è “tanta roba” che si interessa della mia sessualità. Nasconderla significa solo dare legittimità ai tanti che ancora ci considerano come cittadini di serie B.

Tengo però a ribadire che non sono uno di quelli che pensa che il coming out sia obbligatorio per tutti. Ognuno sa se è importante per lui.

Per me lo è stato.

Ho sempre pensato che nell’ambito della vita sentimentale non ci siamo solo “noi”, ci siamo noi, il partner, le rispettive famiglie, gli amici, ecc. C’è un micro-cosmo in cui la coppia si inserisce. Per questo penso che sia essenziale che le persone che ci vogliono bene sappiano che quella persona non è un nostro “amico” ma il nostro partner.

E’ una necessità che, ad onor del vero, ho maturato negli anni. Magari 10 anni fa non la vedevo così, anche perché diciamocelo quando hai 16-17 anni non è che pensi a trovare il tuo compagno della vita. Ti interessa altro…

Crescendo ho capito che considerare una coppia di persone come completamente separata da tutti e autosufficiente è assurdo tanto quanto immaginare una città senza la campagna attorno (cit.).

Laddove dichiararsi non sia pericoloso per la propria vita, o sia ritenuto non necessario, penso che il suo scopo più profondo sia quello di liberare il proprio coraggio. Serve coraggio per mostrarsi per quello che si è.

Come leggevo in un blog anni fa: “è un’esperienza che fa diventare (un po’) più uomini”.

Alla prossima,

Pietro

A new lease of life

Cambiare qualcosa nella propria vita fa sempre bene…così dicono. Gli ultimi 5 anni di vita sono sempre stati uguali, solita routine, solite cose, soliti sogni mai tradotti in fatti aspettando chissà quale segno dall’alto.

Poi mi sono reso conto che più che essere un cavallo morto sulla linea di partenza, ero imbrigliato in troppi casini, e per giunta quasi tutti per scelta mia.

Il primo problema, da mia esperienza, sono state le persone che mi tenevo vicino. Per tanti anni ho preferito star vicino a persone che si potrebbero definire “problematiche”, comunque tutte con un tratto in comune: negative, pessimiste, logorroiche quando si tratta di criticare e autistiche quando si tratta di far complimenti. In più chiuse nel loro piccolo mondo fatto solo di routine e poco altro.

Pian piano ho capito che, invece, avere vicino a sé persone positive, entusiaste della vita, curiose e attive è una condizione necessaria per vivere bene. Le persone diventano come dei “risonatori” di benessere.

Avere la pazienza, oltreché la fortuna, di trovare persone così è un dovere anche verso sé stessi. Un fatto di rispetto. Avere rispetto per sé stessi vuol dire mettercela tutta, senza rimpianti, credere sempre in quello che si fa, pronti alle critiche. E parte della forza di fare tutto questo arriva anche dall’ambiente che ci si crea attorno.

Un ambiente “tossico” non fa bene. Da quando ho “cambiato aria” ho riscoperto tante cose che pensavo non mi interessassero più come lo sport e la fotografia.

Vivo meglio e mi sento bene.

Se anche voi avete problemi di “tossicità”, vi garantisco che non vi pentirete del fare un po’ di “cambio d’aria”.

Alla prossima,

Pietro

#Orlando – Seminano vento, e noi ci becchiamo la tempesta.

L’autore del mass shooting di Orlando, secondo testimonianza del padre, era rimasto in stato di shock dopo aver visto due uomini baciarsi. Questo sarebbe stato il trigger che lo avrebbe poi spinto ad imbracciare un mitragliatore per assassinare 50 persone e ferirne altre 50. Prima di essere gay, etero, bisessuali, transessuali erano tutte persone, il resto sono solo etichette. La prima cosa che viene da chiedersi è: cosa mai può scattare nella mente di una persona per farle provare dell’odio verso due uomini che si baciano?

Secondo dei recenti studi, i maschi omofobi mostrano segni di eccitazione sessuale quando vengono sottoposti a stimoli omoerotici, a differenza dei maschi (realmente)eterosessuali che non vengono influenzati. La motivazione? Secondo alcuni un complesso di Edipo non del tutto risolto, o più generalmente un rifiuto di accettare la propria omosessualità che esiste in una forma latente. La paura verso ciò che si è viene tramutata in odio, ed ecco l’omofobia.

Ma chi insegna alle persone ad avere paura di sé stesse? I bambini non nascono omofobi, così come non nascono ladri, assassini ecc. C’è sempre qualcuno che finisce per influenzare la loro vita e farli crescere in un modo piuttosto che in un altro. Chi/che cosa instilla la paura nelle persone? Chi/che cosa crea quel clima morboso di paura e sospetto verso ciò che è differente da sé? Insieme al caso “dei gay” mi riferisco in generale a qualsiasi cosa venga etichettata dalla società come una “comunità” e come tale quindi dotata di tratti caratteristici, definiti dalla società stessa, che ne consentono una univoca separazione dal resto degli umani che i più sprovveduti chiamano “normali”.

Ci sono persone che dedicano ogni giorno della loro vita a dire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa è normale e cosa non lo è. Se tu dici ad una persona spaventata e timorosa che un fenomeno che osserva è anormale e contro natura è ovvio che questa persona verrà abituata ad avere paura, perché la paura, come diceva Lovecraft è questo:

The oldest and strongest emotion of mankind is fear, and the oldest and strongest kind of fear is fear of the unknown

La paura si connette poi all’istinto di sopravvivenza e una persona che cede ai suoi istinti farà di tutto per difenderli eliminando tutto ciò da cui si sente minacciata. La paura non risolta porta all’odio, che ha una spiacevole caratteristica: quando esplode, è incontrollabile e finisce per fare danni non solo ai bersagli ma alla società tutta. Una persona che odia non ha nulla da perdere, e questi sono i soggetti più pericolosi con cui si possa avere a che fare.

Ogni secolo ha avuto i suoi bersagli, adesso è il momento delle persone “non eterosessuali”. Ogni giorno sentiamo parlare dei pericoli per la società che le persone non eterosessuali dovrebbero provocare, come se si trattasse di una calamità naturale, di una disgrazia o di una pestilenza. Ci sentiamo ripetere dai rappresentanti della Chiesa e dai loro megafoni (ad esempio Adinolfi e Miriano) come l’amore tra due uomini o due donne sia una perversione, una cosa sbagliata e contro natura. Lo stesso Adinolfi aveva parlato di “imbracciare i fucili contro le unioni civili”.

Le parole hanno ancora un senso? Fermiamoci a riflettere su questa frase. Che tipo di persone sono quelle che sono capaci di classificare i sentimenti in serie A e serie B? In naturali e innaturali? Chi potrebbe in serenità e in pace con la sua coscienza esprimere dei giudizi di qualità sulla vita sentimentale dei suoi concittadini? In generale, che persone sono quelle che si sentono nel giusto a dire a qualcuno che è un mostro contro natura? Queste persone hanno mai provato dei sentimenti? Hanno mai avuto il coraggio e la responsabilità di vivere la loro vita? Hanno mai reso felice qualcuno?

Questi modi di pensare sono violenti. Una violenza “ben vestita” ma sempre di violenza si tratta. E la violenza, sapientemente diffusa più o meno inconsapevolmente, va sempre in coppia con l’odio.

C’è anche tanta ignoranza. Io non sono uno storico o un filosofo ma ricordo bene le lezioni di storia del liceo. L’atteggiamento di odio verso i “non eterosessuali” nell’odierno mondo occidentale è stato un gentile regalo dei primi rappresentanti del mondo cristiano ai tempi del tardo impero romano. Parliamo di un manipolo di persone che dall’oggi al domani hanno deciso che l’omosessualità fosse un segno del diavolo. La chiesa deve ancora spiegare come si concilia infatti il comandamento del “ama il tuo prossimo come te stesso” e quello che disse Mosè nel Levitico:

Non ti coricherai con un uomo come si fa con una donna: è cosa abominevole. Non rendetevi impuri con nessuna di tali pratiche, poiché con tutte queste cose si sono rese impure le nazioni che io sto per scacciare davanti a voi. Chiunque praticherà qualcuna di queste abominazioni, ogni persona che le commetterà, sarà eliminata dal suo popolo.

e ancora:

Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte: il loro sangue ricadrà su di loro.

L’anormalità è sottoscrivere parole come queste, scritte da persone che per gli standard di oggi verrebbero internate in un manicomio criminale e la chiave buttata via. Non ci vuole un genio a capire chi sia dalla parte giusta e chi invece abbia solo bisogno di tante sedute da un bravo psicoterapeuta per risolvere i problemi che ha con se stesso invece di credere di essere normale e far pesare la sua malattia, perché quello è l’omofobia, su tutta la società.

Pietro

Analisi del #M5S – Quanto spendono davvero? Circa 9800€/mese

La trasparenza negli ambiti finanziari è diventata un requisito irrinunciabile in molti campi, la politica soprattutto. Si potrebbe poi discutere sul fatto che trasparenza non significhi schiaffare valanghe di dati addosso alla gente dicendo “vedi? non nascondiamo niente.”. I dati, grezzi, sono spesso privi di senso se non vengono analizzati, incrociati e studiati nel tempo. La trasparenza dunque richiede sempre una qualche elaborazione.

Nel 2013 il Movimento 5 Stelle lanciò un sito, tirendiconto, nel quale si realizza la loro idea di trasparenza che consiste nella pubblicazione di importi di bonifici e spese senza però fare alcuna analisi o riassunto complessivo.

In questo articolo si analizzano in dettaglio gli importi restituiti allo Stato, l’indennità effettivamente percepita, le spese e i rimborsi restituiti ogni mese da parte dei Parlamentari del M5S. Vista la grande enfasi che, ancora a 3 anni dalle elezioni, i grillini continuano a mettere sui temi di “risparmi”e “tagli ai costi della politica”, penso sia doveroso portare qualche dato quantitativo.

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Il tema dei costi della politica era ed è uno dei principali cardini del M5S

Tengo a precisare che si tratta di una elaborazione personale di dati pubblicati e liberamente accessibili e, come tale, può presentare errori ed inconsistenze di vario tipo e quindi va presa “as is”.

Cosa dice il Regolamento del M5S

Il regolamento dei Parlamentari del M5S dice, alla voce “Trattamento Economico”, che:

L’indennità parlamentare percepita dovrà essere di 5 mila euro lordi mensili

che corrisponde a circa 3200€/netti al mese. Il regolamento poi continua (e questa parte non viene mai riportata da giornali e tv):

I parlamentari avranno comunque diritto a ogni altra voce di rimborso tra cui diaria a titolo di rimborso delle spese a Roma, rimborso delle spese per l’esercizio del mandato, benefit per le spese di trasporto e di viaggio, somma forfettaria annua per spese telefoniche e trattamento pensionistico con sistema di calcolo contributivo

In altre parole il regolamento, letto per intero come nessun parlamentare anche tra quelli più televisivi ha mai fatto in un giornale o in una trasmissione, ci fa sospettare che, propaganda a parte, la differenza “economica” tra un Parlamentare a Cinque Stelle e uno “dei partiti” sia più piccola di quanto si voglia far credere.

Cosa diceva invece Beppe Grillo in piena campagna elettorale? Inizialmente diceva che con 2500€/mese avrebbero potuto fare tutto. Successivamente ha elevato la quota6000€/mese.

Nella realtà cosa succede? I dati riportati da loro stessi sul sito “tirendiconto” non solo smentirebbero le parole di Grillo, tanto sui 2500€ quanto sui 6000€, ma confermerebbero il fatto che, come da regolamento, la differenza tra un parlamentare 5S e uno di un altro partito non sia poi così grande.

Il trattamento economico alla Camera dei Deputati

Ogni Deputato della Repubblica è soggetto a questo trattamento economico:

  • Stipendio mensile netto: 5000€/mese o 4750€/mese se il Deputato esercita un’altra attività lavorativa.
  • Diaria: 3503,11€/mese
  • Rimborso spese esercizio mandato: 3690€/mese
  • Spese di trasporto e viaggio: 3323,70€/trimestre o 3995,10€/trimestre se il Deputato risiede entro 100km oppure oltre i 100km dal più vicino aeroporto, rispettivamente.
  • Spese telefoniche: 3098,74€/anno

Complessivamente, riportando tutto su base mensile, il costo per lo Stato, per ogni Deputato, è tra i 13309€ e i 13783€. Una media di 13546€/mese.

Dati Riassuntivi

Sono stati prelevati tutti i dati disponibili per i 91 Deputati della Camera, nel periodo che va da Giugno 2013 a Gennaio 2016. Ecco delle medie riassuntive:

  1. Importo assegno mensile di restituzione: 3502 €
  2. Spesa mensile: 6537 €
  3. Stipendio percepito: 3249 €
  4. Stipendio restituito: 1926 €
  5. Rimborsi restituiti: 1577 €

Sommando lo stipendio percepito e la spesa mensile si ottiene il costo medio di ogni Deputato 5S, che ammonta a 9785€. E’ interessante notare l’andamento della spesa mensile:

andamento_spese_mensili

Il trend (linea continua) è positivo, il che indicherebbe, tra aumenti e diminuzioni, un progressivo aumento della spesa. Il costo totale di ogni deputato si ottiene sommando alla spesa mensile lo stipendio che percepisce tolta la parte che restituisce, e dunque si ottiene questo andamento:

costo_totale.png

La media si attesta sui quasi 9800€ di cui si parlava prima, con picchi che superano gli 11000€. Vediamo altre statistiche interessanti:

  • Il Deputato che restituisce meno rimborsi spese ogni mese restituisce appena 78€. Quello che restituisce di più restituisce 3960€. La media mensile, come detto prima, si attesta su 1577€.
  • Il Deputato che stacca assegni con importo più basso ogni mese restituisce 1826€. Quello che restituisce di più restituisce 6011€. La media mensile è di 3502€, come detto prima.
  • Il Deputato che spende di più, ogni mese, spende 8301€. Quello più virtuoso invece 4396€. La media è di 6537€ come detto sopra.

Conclusioni

Da questa semplice e veloce analisi si può trarre una conclusione. Non sembrerebbe vero che i parlamentari 5S costano enormemente di meno dei parlamentari “dei partiti”. Grillo parlava di 6000€/mese, ma i dati pubblicati sul loro sito mostrerebbero come la spesa effettiva sia molto superiore: il 392% di quanto dichiarato in campagna elettorale (2500€) e il 164% di quanto detto dopo (6000€).

Vita a #Venezia – Lavori

Quando mi chiedono “Dove vivi?” e io rispondo “A Venezia” la seconda domanda è sempre “Venezia Venezia?”. Mi ritengo, per certi versi, molto fortunato di vivere in questa città che, pur avendo una valanga di problemi più o meno irrisolvibili, gode di uno status particolare: è unica e inconfondibile. Questo senso di unicità in un mondo sempre più standardizzato e serializzato per me è un grande valore aggiunto.

Ci sono però molti problemi che si devono affrontare nel quotidiano, e che condividiamo tutti indipendentemente dal luogo in cui viviamo: ad esempio il caso dei lavori di ristrutturazione o di riparazione. Anche in questo caso Venezia è unica, sfortunatamente in senso negativo.

In Centro Storico le case sono vecchie se non vecchissime. Non c’è niente di standard, niente di prefabbricato. Le stanze non hanno angoli retti, i muri non sono dritti, i pavimenti non sono livellati, le finestre non sono esattamente rettangolari ma c’è sempre qualche centimetro in più o in meno su qualche lato.

Se vivete in un immobile storico scordatevi i mobili IKEA o in generale quelli prefabbricati. Tutto deve essere fatto su misura. Tutto quindi costa molto e tutti sono costretti a rivolgersi ad artigiani, ormai sempre più rari e sempre più cari, per qualsiasi intervento di manutenzione o nel caso in cui vi venga voglia di mettere una nuova libreria in casa o di cambiarvi il letto o un armadio.

Un’altra particolarità veneziana, sempre in senso negativo, sono i famigerati lavori sui tetti. Solitamente se si abita in un condominio, piccolo o grande che sia, l’accesso al tetto del palazzo è assicurato da una scala o da un ascensore che arriva fino all’ultimo piano e ogni condomino ha diritto alla sua “parte” di tetto. Se si avesse bisogno di fare qualche lavoro (cambiare un’antenna TV, installare o riparare un climatizzatore, ecc) non ci sono problemi.

A Venezia invece non c’è sempre spazio per far continuare le scale fino al tetto e così l’inquilino dell’ultimo piano diventa, di fatto, l’unico che possa aver libero accesso. Tutti gli altri devono per forza passare per casa sua e molti non sono così ben intenzionati a lasciar transitare tecnici e operai con strumenti da lavoro per casa quando qualche condomino deve fare dei lavori che richiedano l’accesso al tetto.

Tuttavia la legge italiana prevede invece che l’accesso al tetto condominiale sia un diritto di tutti i condomini, ma a Venezia, molto spesso, si finisce a far cause in tribunale per intimare all’inquilino dell’ultimo piano di aprirti la porta quando hai bisogno del tetto. E no, non si possono installare delle scale esterne perché per varie ordinanze comunali questo tipo di installazioni sono vietate.

A questo aggiungiamo una sorta di ulteriore peculiarità tutta veneziana che riguarda il modo in cui molti artigiani e tecnici lavorano. Come sicuramente sapete se siete già stati qui, i trasporti sono su acqua e sono drammaticamente lenti. Spostarsi dalla zona di Sant’Elena a Rialto, che in linea d’aria distano 2-3 km, porta via una buona mezz’ora / 40 minuti con il trasporto pubblico ma anche con un taxi o una barca privata. A piedi, considerando il labirinto che sono le strade in città, ci vuole quasi un’ora. Una distanza di quel tipo coperta con una macchina o una bici, pure in un traffico sostenuto, si coprirebbe in 5 minuti forse.

Visto che i lavoratori sono sempre lavoratori e il tempo è denaro tanto a Venezia quanto a Milano o Roma, ogni “zona” di Venezia viene “gestita” dagli artigiani che lavorano in quella zona. C’è una sorta di lottizzazione per cui uno che lavora in zona Sant’Elena non si sposta fino a Rialto e viceversa.

Questo riduce pressoché a zero la competitività tra professionisti e per noi che abbiamo bisogno di lavori, le scelte tra possibili imprese / liberi professionisti sono spesso ridotte ad una singola persona. Quando c’è una sola persona che fa un certo tipo di lavoro in una certa zona, si allungano i tempi per portare a termine l’opera e, venendo meno la competizione, non c’è alcun controllo sui costi per cui ogni artigiano / libero professionista si sente libero di fare il prezzo che vuole, senza alcun controllo.

Di recente mi è capitato di dover cambiare l’antenna TV condominiale, per tre appartamenti. L’antennista che ha fatto il lavoro è l’unico antennista della zona in cui abito e in tutta Venezia sono una manciata.

Il costo? 850€ per un’antenna, da ripartire tra i 3 condomini. Sentendo questa cifra incredibile sono andato subito a cercare il modello dell’antenna per capire se avessi acquistato un ripetitore televisivo o una normale antenna domestica. Bene, l’antenna viene venduta nei negozi a 57 €, già montata, con tanto di istruzioni e scritta gigante “senza bisogno di chiamare l’installatore”.

Avessi avuto il libero accesso al tetto (vedi discorso di poco fa) l’avrei installata io stesso.

Ma come si passa da 57€ a 850€? Un mio amico che abita qui vicino e ha avuto lo stesso antennista, per la stessa antenna (ma questa volta per un solo appartamento) ha pagato invece 280€, curiosamente è quasi 1/3 di quello che è stato preventivato a noi.

Chiedendo ancora in giro con altri amici che abitano in altre zone di Venezia è emerso lo stesso meccanismo: al costo dell’antenna viene applicato il costo del lavoro e di qualche materiale senza specificare in modo approfondito le voci di spesa e, poi, si moltiplica l’importo per il numero di condomini.

Se una casa avesse N appartamenti e si acquistasse un’antenna condominiale, si paga come se si acquistassero N antenne separate invece che una unica da dividere per N.

Mi sono poi informato da mio fratello che vive a Roma da molti anni e, nella sua casa, il cambio di antenna condominiale tra 4 appartamenti è stato ripartito e non moltiplicato per 4: 80€ per l’antenna, 100€ per il lavoro, 180€ / 4 = 45€ a testa.

Queste sono le conseguenze dell’assenza di competitività: nessuno sorveglia e ognuno fa quel che vuole, impunemente. Venezia, da questo punto di vista, è una eccellenza in negativo.

Citavo il caso dell’antennista ma è una cosa che si può estendere a molti altri casi, che spaziano dall’idraulico all’elettricista passando per il pittore che chiede 6000€ per tinteggiare il soffitto di una stanza.

Se mai pensaste di trasferirvi a Venezia, tenete anche in considerazione questi aspetti.

Pietro

#Unionincivili in scena al Senato

Questa mattina dicevano al Senato:

Avere figli è un desiderio, non un diritto. Invece, un bambino/a ha il diritto ad avere un padre ed una madre perché è naturale, perché ognuno nasce da un padre e una madre.

Anche un bambino abbandonato aveva un padre ed una madre, che lo hanno gettato via come un rifiuto. Come la mettiamo? A cosa ha avuto diritto il bambino in questo caso? A due persone che lo odiano.

La diversità sessuale di due genitori non è garanzia di alcunché, nonostante molti Senatori la pensino diversamente.

Non sarebbe, invece, più sensato parlare di diritto del bambino/a ad avere due genitori che lo amino indipendentemente dal loro profilo genetico?

Nessuna persona si sceglie i genitori, ed è proprio per questo che si dovrebbe insistere sul diritto di poter essere genitori, indipendentemente dal sesso.

C’è gente desiderosa di seguire per la vita la crescita e lo sviluppo di altri, cioè la definizione di quello che dovrebbe fare un padre o una madre. Dire a queste persone: “no, non potete perché siete due uomini” o “siete due donne” è aberrante.

La violenza contro i bambini è questa: restringere le loro possibilità di avere una famiglia felice, tirando in causa argomentazioni traballanti e citando testi sacri scritti millenni fa in un altro tempo e per un altro mondo.

Dovrebbe scattare un qualche tipo di senso etico o di obbligo morale, qualcosa che faccia capire a chi è contrario alle famiglie “omogenitoriali” che discriminare sulla qualità dell’amore è un atto violento e odioso e che si distingue dalla violenza fisica solo per le modalità, non per l’intensità.

Pietro

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