Parole tossiche

Trovo che la violenza verbale di certi monologhi che leggo su blog, facebook, ecc. sia ben peggio delle brutte parole dette a voce.

Quando si scrive c’è tempo per pensare, rileggersi, e rileggersi prima di premere “tweet” o “condividi”.

Se nemmeno la riflessività, che accompagna la scrittura, riesce a modulare l’aggressività, vuol solo dire che c’è tanta frustrazione e bisogno smodato di provare un senso di “realizzazione”.

È la violenza tipica di chi non sa e non vuole confrontarsi civilmente con il prossimo, di chi non si mette mai in discussione ma vive la vita come il famoso piccione che cammina tronfio per la scacchiera rovesciando tutti i pezzi, convinto di aver vissuto più di tutti, di essere il più bello, il più intelligente, senza realmente poter dire niente perché il confronto lo rifiuta.

La scrittura, a parer mio, rivela molto della natura di queste persone: fragilità, insicurezza, volontà di raggiungere uno scopo senza sapere veramente come fare e lasciando che la rabbia riempia il vuoto che c’è tra la situazione in cui vivono e quella in cui vorrebbero vivere.

Sono persone “tossiche”, purtroppo. Per uscire da questa situazione, in cui molti di noi forse si sono trovati, il primo passo è il coraggio: mettersi in discussione fa paura, ma senza confronto non c’è scambio. Non c’è vero socializzare, amicizie, niente.

Sapersi confrontare in modo civile dovrebbe essere l’obiettivo di tutti.

Pietro

Annunci