#ComingoutDay & all that

Il 13 Agosto 2016 è stata una giornata molto importante per me e la mia famiglia. E’ stato il giorno del mio “coming out”, locuzione che deriva dall’inglese “coming out of the closet” cioè letteralmente “uscire dal ripostiglio”. Mostrarsi quindi per quello che si è.

La mia famiglia l’ha presa molto bene, è stato un bel momento che ci ha unito tutti. Adesso non nascondo più niente a loro e questo fa stare benissimo.

Mi ha anche molto colpito il sostegno da parte delle persone sui social network. Eppure qualche nota stridente c’è stata. Ricordo infatti due post che due utenti mi hanno “dedicato”. Dicevano circa così:

  1. Coming out è omofobia autoimposta.
  2. Perché fai coming out? Della tua sessualità non importa a nessuno.

Queste sono frasi che purtroppo vengono sentite spesso, rilanciate purtroppo anche da politici e “opinionisti” televisivi. Da quella gente cioè pagata per avere un’opinione su tutto.

Vorrei dire qualche parola su entrambe:

  1. Coming out sarebbe omofobia autoimposta se non esistessero pregiudizi contro le persone omosessuali. Se così fosse, nessun omosessuale avrebbe la necessità di fare coming out, esattamente come un eterosessuale non sente il bisogno di dire che è etero. Purtroppo la realtà è diversa: l’omosessualità è spesso “tollerata”, come si può tollerare un brufolo gigante sul naso, e non accettata come una naturale variazione del comportamento umano, o più in generale del comportamento di una qualsiasi specie animale. Di più, l’omofobia esiste. Dichiararsi per quello che si è, è nient’altro che un modo per dire “non mi vergogno di quello che sono”. Dire quindi che coming out è omofobia autoimposta suona molto come dire “non ho niente contro i gay, ma facciano le loro cose a casa loro, non voglio vederli in giro”.
  2. Qui mi dispiace deludere questo utente, ma della mia sessualità si interessano molte persone e istituzioni. Si interessa la Chiesa Cattolica, che insiste nel dire che devo essere trattato con “gentilezza e pacatezza” perché sono condannato a vivere un “amore disordinato”; si interessa lo Stato che con un ritardo impressionante finalmente arriva a concedermi, tra enormi polemiche, un minimo di riconoscimento di diritti garantiti anche ai cittadini eterosessuali; e si interessano alla mia sessualità anche gli omosessuali repressi, alias gli omofobi. C’è “tanta roba” che si interessa della mia sessualità. Nasconderla significa solo dare legittimità ai tanti che ancora ci considerano come cittadini di serie B.

Tengo però a ribadire che non sono uno di quelli che pensa che il coming out sia obbligatorio per tutti. Ognuno sa se è importante per lui.

Per me lo è stato.

Ho sempre pensato che nell’ambito della vita sentimentale non ci siamo solo “noi”, ci siamo noi, il partner, le rispettive famiglie, gli amici, ecc. C’è un micro-cosmo in cui la coppia si inserisce. Per questo penso che sia essenziale che le persone che ci vogliono bene sappiano che quella persona non è un nostro “amico” ma il nostro partner.

E’ una necessità che, ad onor del vero, ho maturato negli anni. Magari 10 anni fa non la vedevo così, anche perché diciamocelo quando hai 16-17 anni non è che pensi a trovare il tuo compagno della vita. Ti interessa altro…

Crescendo ho capito che considerare una coppia di persone come completamente separata da tutti e autosufficiente è assurdo tanto quanto immaginare una città senza la campagna attorno (cit.).

Laddove dichiararsi non sia pericoloso per la propria vita, o sia ritenuto non necessario, penso che il suo scopo più profondo sia quello di liberare il proprio coraggio. Serve coraggio per mostrarsi per quello che si è.

Come leggevo in un blog anni fa: “è un’esperienza che fa diventare (un po’) più uomini”.

Alla prossima,

Pietro

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A new lease of life

Cambiare qualcosa nella propria vita fa sempre bene…così dicono. Gli ultimi 5 anni di vita sono sempre stati uguali, solita routine, solite cose, soliti sogni mai tradotti in fatti aspettando chissà quale segno dall’alto.

Poi mi sono reso conto che più che essere un cavallo morto sulla linea di partenza, ero imbrigliato in troppi casini, e per giunta quasi tutti per scelta mia.

Il primo problema, da mia esperienza, sono state le persone che mi tenevo vicino. Per tanti anni ho preferito star vicino a persone che si potrebbero definire “problematiche”, comunque tutte con un tratto in comune: negative, pessimiste, logorroiche quando si tratta di criticare e autistiche quando si tratta di far complimenti. In più chiuse nel loro piccolo mondo fatto solo di routine e poco altro.

Pian piano ho capito che, invece, avere vicino a sé persone positive, entusiaste della vita, curiose e attive è una condizione necessaria per vivere bene. Le persone diventano come dei “risonatori” di benessere.

Avere la pazienza, oltreché la fortuna, di trovare persone così è un dovere anche verso sé stessi. Un fatto di rispetto. Avere rispetto per sé stessi vuol dire mettercela tutta, senza rimpianti, credere sempre in quello che si fa, pronti alle critiche. E parte della forza di fare tutto questo arriva anche dall’ambiente che ci si crea attorno.

Un ambiente “tossico” non fa bene. Da quando ho “cambiato aria” ho riscoperto tante cose che pensavo non mi interessassero più come lo sport e la fotografia.

Vivo meglio e mi sento bene.

Se anche voi avete problemi di “tossicità”, vi garantisco che non vi pentirete del fare un po’ di “cambio d’aria”.

Alla prossima,

Pietro