Ogni volta che si verificano questi fatti, ci ricordiamo sempre che i nostri concittadini (nostro malgrado) hanno ancora molta strada da fare. Non parlerò di nuovo di omofobia per non essere ripetitivo (qui potete trovare un post che avevo scritto sull’omosessualità nella storia e sull’origine dell’omofobia nel senso moderno nel tardo periodo romano, e qui invece un post con considerazioni più personali sull’omofobia).

Una cosa che mi fa piacere è vedere che, ogni anno che passa, l’opinione pubblica sembra essere sempre più polarizzata verso un comune senso di condanna e di schifo nei confronti dell’omofobia: si inizia cioè a realizzare che sia un rigurgito mentale originato da contesti particolarmente bassi e non un rispettabile “punto di vista”.

Quello che però non posso conoscere è quante persone veramente abbiano sperimentato nella loro vita, in modo diretto, l’odio per essere quello che sono. Ragionavo osservando i miei contatti di Twitter. Penso che siamo in pochi ad aver sperimentato l’omofobia, ancora meno ad averne avuto a che fare nell’età più pericolosa dei 12/13 anni. E per fortuna all’epoca mia non esistevano smartphone e social network nella forma attuale.

Quando si hanno 12 o 13 anni ci sono due strade che si possono intraprendere, e in realtà sono due solo per pochi, molto spesso la via è a senso unico:

  1. Subire e resistere, da solo.
  2. Fingere di essere “normale” (come spesso si dice in queste situazioni), unendosi al branco dei bulli, accanendosi verso altri malcapitati su cui sfogare quella rabbia irrazionale che si prova per essere “differenti” rispetto agli altri.

La strada 2 è praticabile solo da chi “non sembra omosessuale”. Lascio a voi immaginare quali possano essere i requisiti a 12 o 13 anni per sviare il “sospetto di omosessualità”. Io ad esempio ero il “gay della classe” perché ero educato, facevo piscina (molti compagni di classe associavano piscina a “uomini nudi” quindi gay) e non parlavo di seghe e porno.

Per la maggioranza dei ragazzi, l’unica via è la prima: subire e resistere, da soli. Il punto della solitudine è centrale. In quelle situazioni lì si è soli ed è una sensazione di solitudine molto profonda e molto peculiare: ci si sente soli quando si sente di essere differenti in qualcosa. Tuttavia, nella solitudine ordinaria, esiste sempre un attenuatore: il pensiero che non si è gli unici a sperimentare la condizione che produce la solitudine.

Quando si è piccoli, e si sente che c’è qualcosa di differente rispetto agli altri coetanei dal punto di vista dell’affettività, il senso di solitudine non è attenuato ma è puro perché nessuno, a quella età (tranne in rarissimi casi), ha altri coetanei con cui relazionarsi che mostrano la stessa particolarità. E la cosa che fa sentire ancora più soli, è che nemmeno i propri genitori hanno la particolarità che si sente di avere.

Ci si sente, in altre parole, completamente soli perché non si trova nulla di simile o di comparabile non solo negli altri, ma neanche nei propri genitori. E si ha paura. A questa paura si aggiunge la confusione di tante domande senza risposta, tra cui quella dell’odio che si sente arrivare da parte degli omofobi e dagli altri che si divertono a prenderti di mira. Perché questa gente odia? Chi gliel’ha insegnato? Sono “sbagliato” io perché sono differente da loro o sono loro ad essere dalla parte sbagliata perché violenti?

In altre parole, ciò che crea l’omofobia è una sensazione di smarrimento totale: alla solitudine complessiva si aggiunge la confusione causata dalla mancanza di risposte. E lo smarrimento, a sua volta, alimenta l’incapacità di relazionarsi agli altri, anche per paura di “sembrare” ciò che, osservano gli omofobi, pare essere odiato e detestato da tutti.

E’ solo crescendo che si ridimensiona il “tutti” e si inizia a venire a contatto con altri che hanno vissuto le stesse cose, e dunque il senso di solitudine gradualmente si attenua e si riconduce entro i limiti dell’ordinario. Però la memoria degli avvenimenti, l’aver sperimentato la violenza per il fatto di essere fatti in un modo, restano per sempre e, talvolta, gli effetti vengono dissipati solo in molti anni.

Io ricordo ancora benissimo come, in una mattina di un martedì qualunque del marzo del 2002, dopo una lezione di ginnastica un ragazzo di un’altra classe (4 anni più vecchio di me), che da settembre in poi mi continuava a dire “un giorno o l’altro ti darò una coltellata” si avvicinò con un coltello, vero questa volta, dicendomi: “voi froci dovete morire tutti”. Fortuna vuole che, proprio in quel momento, entrasse la mia prof. di italiano che, dopo aver disarmato il ragazzo, chiamò carabinieri e poi le cose ebbero il loro corso.

Questo tipo di episodi qui, e simili più o meno gravi, lasciano dei segni indelebili: sono esperienze di vita importanti, nella loro gravità, ma aiutano a selezionare definitivamente chi sia dalla parte sbagliata e chi dalla parte giusta.

Così ho capito, anche se inconsciamente mai avevo dubitato, che una persona capace di concretizzare l’odio in atti di violenza fisica e verbale, a prescindere da tutto, non può mai difendere una posizione condivisibile. Mai. Sembreranno facili parole, ma una volta che si verifica in prima persona la loro veridicità, tutto cambia.

Grazie a questo, non ho mai odiato me stesso, tantomeno ho avuto bisogno di “accettarmi”: ho sempre saputo chi sono, e questa è stata una grande fortuna, perché ho avuto più tempo per “normalizzare” (nel senso statistico del termine) la mia vita.

Detto questo, spero si comprenda il motivo per cui non pubblicherò foto di me con la scritta in nero “Frocio” sopra. Conosco fin troppo bene la violenza insita nella parola da permettermi di non utilizzarla a sproposito.

Pietro

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7 pensieri su “I soliti sfigati che insultano

  1. Bellissimo post, Pietro. Sento di doverti ringraziare per il coraggio di questo tuo scritto in cui hai deciso di condividere una fase della tua vita e un episodio che immagino sia stato molto doloroso. Grazie dunque per la tua testimonianza e per il tuo esempio di “reazione positiva” di fronte all’infinità stupidità di alcuni, ancora troppi purtroppo. Ma, lo sai, il coraggio a volte può essere contagioso 😉

    Buona domenica,
    Gio

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  2. Pietro sono commesso e adirato allo stesso tempo!! Vorrei non provare tutto questo odio nei confronti di certi soggetti…ma temo sia impossibile restare impassibili e subire, subire e subire!! Sei stato coraggioso in passato e continui ad esserlo oggi: hai dato l’esempio, hai rotto il silenzio, hai urlato al mondo che sei semplicemente una persona!! Non dovrebbero nemmeno esistere certe etichette, invece eccoci qui, nonostante tutte la tecnologia ed il progresso di cui disponiamo, a parlare di omosessualità ed omofobia, come se fosse qualcosa di assurdo o di alieno!!
    Prima o poi finirà tutto quest’odio, ma fino ad allora bisogna combattere per annullare gli effetti venefici di certi omuncoli che fanno del dolore causato al prossimo un motivo di vanto.
    Grazie Pietro, grazie di cuore!
    Un abbraccio

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  3. Caro Pietro, il tuo post mi ha molto colpito, e mi ha fatto riflettere su alcuni aspetti che, pur essendo alla portata di tutti, non vengono adeguatamente recepiti.
    Effettivamente l’omofobia colpisce in diverse forme, e tu hai sperimentato sulla tua pelle quella più diretta, violenta e disgustosa. Tu sei molto coraggioso, e sei da ammirare per questo (sebbene sembri assurdo che per vivere la propria vita debba servire un’incredibile forza aggiuntiva, che agli “altri” non viene richiesta). Quando parli di quel senso di solitudine speciale che si sperimenta specialmente durante i primi anni dell’adolescenza, mi hai fatto pensare a quanto siano diversi i possibili risvolti futuri: “normalizzare”, come tu dici, lentamente la propria vita, se si ha la fortuna di incontrare le persone giuste (e questo è il tuo caso), oppure continuare a nascondersi, rinchiudersi e limitare il proprio orizzonte fino ad accumulare anni (talvolta anche decenni) di vita non vissuta ed esperienze negate. Quest’ultima via è quella che purtroppo in molti finiscono per seguire (oserei dire la maggioranza). Quel senso di solitudine di cui parlavi, in pratica continua a perseguitare chi per necessità vive ritirato, anche negli anni successivi all’adolescenza. Questo effetto “indiretto” dell’omofobia ha portato alla negazione di vite intere, e questo accadeva maggiormente in passato, ma purtroppo ancora oggi questo tipo di autoisolamento continua a resistere. Si può dire che bisogni avere più coraggio, ma non si può immaginare quale sia la situazione individuale di ognuno, né si possono immaginare le conseguenze delle proprie azioni (per quanto possano essere intrise di coraggio), e del resto nessuno può farlo con certezza. In pratica, se si vuole vivere la propria vita, ci si scontra apertamente contro l’idiozia e l’ignoranza di alcuni, talvolta rischiando conseguenze fisiche, come è capitato a te, ma l’alternativa è vivere una vita mutilata, quando non completamente negata, dove il nemico più grande si diventa sè stessi, alimentando paure eccessive, ma purtroppo in alcuni casi giustificate.
    In generale credo che uno dei grandi limiti della nostra società sia l’incapacità di calarsi nei panni dell’altro, di non riuscire a vedere una situazione differente dalla propria, e di credere che la propria esperienza sia in qualche maniera l’unica possibile. Del resto questa “cecità” colpisce tutti indistintamente, perché è sempre difficile comprendere le vite altrui: possiamo immaginarle, ma non le conosceremo mai realmente finché non le avremo vissute. Solo vivendo una situazione, la si può comprendere. Questo immaginare le vite altrui, porta ad errori tanto più marcati quanto meno si sa di queste vite, e quanto più il proprio giudizio è viziato da una “cultura” arretrata e non disponibile al confronto. Tutto questo si compie in una visione molto superficiale e stereotipata di molti pezzi della società, con tutto il carico di sofferenza che si arreca, semplicemente perchè si tende a parlare facilmente di ciò che non si conosce, senza immaginare quali possano essere le conseguenze delle proprie parole e azioni. Probabilmente un margine di miglioramento in questa società lo si vedrà quando si riuscirà a far capire a chi parla a sproposito, ma più per ignoranza che per malafede, che molte delle strane idee che si hanno sui “diversi”, non hanno alcun riscontro con la realtà. Un miglioramento in questo senso è già in piccola parte riscontrabile, ma bisognerà fare ancora tantissima strada.
    Ma c’è ancora tanto da dire.
    Ti saluto con affetto Pietro, buon ferragosto.

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    1. Ti ringrazio moltissimo per il bellissimo commento. Condivido tutto quello che hai scritto. Eh sì di strada ancora ne abbiamo da fare, spero tanto che molti che si sono trovati nella mia situazione si siano stufati di vivere una vita a metà.
      Grazie ancora e buon ferragosto anche a te 🙂
      Pietro

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      1. Grazie a te per lo splendido post, che mi ha offerto tantissimi spunti di riflessione. Infatti penso di non aver scritto tutto per intero quel che penso, ma penso di aver “invaso” abbastanza il tuo blog. Perdonami se sono stato prolisso! Comunque trovo il tuo blog molto interessante, complimenti.
        Continua così.

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