“Dove sono gli etero?” si chiedeva venerdì scorso Ivan Scalfarotto, constatando che nella lotta per i diritti LGBT la maggior parte degli etero italiani sembra brillare per assenza. La sua riflessione si chiudeva con:

E dove stiamo sbagliando noi omosessuali, se siamo noi a portare la responsabilità di coinvolgere i nostri concittadini in questo cammino verso l’uguaglianza?

Come ho già avuto modo di dire, non credo che la comunità LGBT debba rimproverarsi alcunché. In generale, quando supporto un movimento che rivendica diritti che io ho già, non mi aspetto che modifichi il proprio approccio per rendersi attraente ai miei occhi. E il movimento LGBT esiste innanzitutto per affermare e far rispettare i diritti degli omosessuali, non per coinvolgere gli etero. Se vogliamo essere di aiuto, spetta a noi informarci e prendere l’iniziativa.

Un paio di giorni dopo Luca Sofri ha pubblicato una risposta a Scalfarotto che non mi ha convinta quasi per niente. Credo che Sofri, probabilmente in buona fede, sia caduto nella tipica trappola dei privilegiati (aggettivo che qui uso esclusivamente in riferimento al fatto di essere etero): minimizzare certe difficoltà di cui non ti rendi conto perché per te, molto semplicemente, non esistono.

La prima considerazione di Sofri è:

Non è vero che non ci rendiamo visibili: il solo implicare che esistiamo da parte di Scalfarotto, vuol dire che siamo visibili, e che la “manifestazione visibile della propria volontà di vedere il paese progredire” è palese. Scalfarotto sa che ci siamo e ne ha manifestazioni concrete e quotidiane, anche se non radunate in una piazza il mezzo pomeriggio di un sabato. La grande quantità di persone eterosessuali che ha idee progressiste su gay, matrimoni gay e unioni civili è nota ed è noto che sia crescente. Quindi fa evidentemente abbastanza cose ogni giorno per rendersi visibile, nei modi in cui si comporta, nel lavoro che fa, nei rapporti con gli altri, nelle cose che dice.

Questo è probabilmente vero. Il problema è che non è abbastanza. Avere idee progressiste non serve a niente se poi non si fa lo sforzo di farle circolare e di spiegarle a chi ancora non ha preso posizione. Mi piacerebbe sapere in base a che cosa Sofri afferma che una grande quantità di etero fa “abbastanza cose ogni giorno” per rendere visibile il proprio progressismo, e quali siano queste cose.

“Scendere in piazza” non è per molti di noi una modalità proficua di manifestazione di questa volontà: ma piuttosto una legittima esibizione di forza di solito propria delle minoranze, che in altri contesti serve ed è servita, in questo caso non credo. Anzi.

Sarà un caso, ma molto spesso chi si prende la briga di rimarcare che una modalità X di manifestazione non va bene poi si dimentica sempre di proporre le alternative che riterrebbe più efficaci. Non so perché Sofri pensi che scendere in piazza in questo caso non servirebbe, ma ripensando al patetico Family Day del 20 giugno mi limito a far notare che manifestare apertamente serve almeno a mettere ben in chiaro che certi gruppetti di omofobi più o meno organizzati non rappresentano che loro stessi. Personalmente non voglio dargli alcuna scusa per poter interpretare il mio silenzio come tacito assenso. Not in my name.

La “manifestazione visibile della propria volontà di vedere il paese progredire” è in ogni caso un mezzo, non un fine. Non ha ragione di essere di per sé, se non individua una propria utilità rispetto all’obiettivo. Ed è per esempio un mezzo efficacissimo nella vita di ogni giorno, quando si manifesta visibilmente la propria indifferenza verso gli orientamenti sessuali di chiunque, come in Italia sempre più persone fanno in questi anni.

Qui viene fuori quel privilegio di cui parlavo all’inizio. Nel parlare di indifferenza verso gli orientamenti sessuali Sofri mi ricorda quelli che affermano orgogliosamente di essere colorblind rispetto alla questione razziale. Benissimo, sarebbe l’atteggiamento più giusto da adottare se vivessimo in una la la land dove le discriminazioni non esistono. Ma i razzisti non sono colorblind. I razzisti il colore della pelle lo notano eccome, così come gli omofobi notano l’orientamento sessuale. Essere indifferenti rispetto all’orientamento sessuale di una persona significa rischiare di mettersi dei paraocchi rispetto al fatto che ancora oggi gli omosessuali vengano discriminati per il semplice fatto di essere tali. L’indifferenza rispetto all’orientamento sessuale è un lusso che noi etero ci possiamo permettere perché viviamo ancora in un mondo che ci rende automaticamente privilegiati.

Quando si legge che l’Italia è l’unico paese dell’Europa Occidentale a non avere regolato le unioni tra persone omosessuali, la notizia notevole non è che l’Italia non lo abbia ancora fatto: è che lo abbiano fatto ormai tutti gli altri. Negli Stati Uniti gli stati che permettono il matrimonio tra persone dello stesso sesso sono ormai 37, ed è l’accelerazione di questi ultimi anni a essere impressionante e promettente: non è il Kentucky, dove è tuttora vietato, il caso esemplare. Nessuno guarda al Kentucky, fuori dal Kentucky. Non durerà, è solo il prossimo della lista. L’Italia è il Kentucky.

È verissimo che questo processo abbia subito negli ultimi anni una notevole accelerata. Ma è anche vero che la civiltà umana e l’omosessualità esistono da qualche migliaio di anni e che l’accelerazione, per quanto positiva, arriva comunque in ritardo rispetto a secoli decisamente bui. (Fra parentesi: lo so che l’Italia non è uno di quegli Stati dove l’omosessualità è ancora reato. Ma chi si compiace di questo mi ricorda quel mio compagno di classe che esultava per un quattro e mezzo solo perché il suo vicino di banco aveva preso quattro.)

I diritti e il rispetto per tutti, un po’ alla volta, stanno vincendo, nel nostro mondo, grazie a un sacco di cose che abbiamo fatto e che facciamo: lasciamo che chi vi si oppone vada in piazza con le proprie opinioni e si conforti per un giorno nella routine mediatica dei numeroni (un milione, eccetera).È un suo diritto.

È verissimo, i diritti stanno vincendo. Ma quello che si è fatto finora conta relativamente. L’importante è quello che resta ancora da fare e credo che non dovremmo crogiolarci nell’autocompiacimento di essere dei bravi etero progressisti. Come mi capita spesso di ripetere, non si vincono punti per essere attivamente impegnati contro le discriminazioni. È uno dei requisiti di base degli esseri umani decenti.

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