Silenzi fastidiosi

Sono giorni molto entusiasmanti per il mondo occidentale, almeno per parte di questo: negli USA ora, in tutti e 50 stati, è legalmente permesso il matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Solo 60 anni fa, tutte quelle che venivano chiamate “deviazioni dal comportamento normale” (omo, bi, trans e asessualità) venivano considerate vere e proprie malattie mentali e, come supposte tali, curate in ospedali psichiatrici. A tal proposito farei una considerazione da scienziato: se l’omosessualità fosse veramente innaturale, non esisterebbe. Dobbiamo infatti partire sempre dall’assioma che ci dice che qualsiasi cosa siamo in grado di osservare (in senso lato, cioè misurare) allora è naturale. Le cose “innaturali” non sono permesse dalla natura in primo luogo, l’intervento dell’uomo è del tutto irrilevante.

Tornando alla questione: possiamo tranquillamente dire che l’accoglienza della notizia che riguarda la decisione della Corte Suprema in merito ai matrimoni gay da parte del Governo Italiano sia stata piuttosto “tiepida”. Lo stesso Presidente del Consiglio ad oggi (18:40 del 27/06/2015) non ha rilasciato dichiarazioni a riguardo.

Mi chiedo: perché in Italia è così “costoso” esporsi su questi temi? Domanda retorica. Lo sappiamo benissimo: siamo uno dei pochi paesi del mondo occidentale dove la benedizione del Cardinale X,Y,Z sul politico, sull’opera pubblica o sull’operato del governo costituisce parte dell’azione politica. La compenetrazione di interessi religiosi e politici in Italia è impressionante ed è così da millenni (consiglio a proposito un libro interessante nel quale si parla diffusamente dell’influenza nefasta della Chiesa sullo sviluppo della società italiana). Ciò che descriveva Dante 700 anni fa o anche, più di recente, Manzoni si può ritrovare quasi esattamente nella società di oggi (pensiamo solo a personaggi alla Don Abbondio).

Per come la vedo io sul tema dell’uguaglianza dei diritti, indipendentemente dal proprio orientamento sessuale, il problema è antropologico e profondo e si riflette, naturalmente, sulla nostra classe politica che, essendo rappresentativa della società, contiene al suo interno persone cresciute in contesti educativi sicuramente molto differenziati (vista l’ampia frammentazione culturale che caratterizza il nostro paese regione per regione e provincia per provincia) e dunque diversamente sensibili sul tema. Basti pensare, infatti, che per alcuni politici, soprattutto nell’area di centro e centro-destra, l’omosessualità sia ancora un “comportamento sconveniente” o “una schifosa malattia”.

La spensieratezza con cui il potere politico dispone della vita affettiva delle persone è qualcosa di barbarico e insopportabile. Pensiamo anche qui al Min. Alfano quando ordinò di non trascrivere le unioni gay celebrate all’estero.

Tuttavia, la natura antropologica del problema ha anche un suo lato positivo: non essendo un problema di “ideali” ma più di “tradizione”, diventerà via via meno forte con le nuove generazioni che, a differenza di quelle passate, potranno godere di un mondo più globale, più interconnesso, venendo a contatto con più culture, arricchendo la propria e dunque mettendo in discussione ciò su cui vedono delle differenze. Questo è un processo naturale già in corso e che in alcuni stati (come gli USA) è già avvenuto.

Accadrà anche qui in Italia, con dei tempi più lunghi visti i nostri gravissimi deficit in fatto di sviluppo sociale. Spero che questi possano essere colmati anche grazie all’azione di grandi aziende (e dei loro dipendenti) come Google, Facebook, Twitter, Apple, Microsoft e tutte le altre che hanno attivamente preso parte a questa bella storia.

Dico tutto questo perché, come diceva Max Planck (fisico teorico):

An important scientific innovation rarely makes its way by gradually winning over and converting its opponents. What does happen is that its opponents gradually die out, and that the growing generation is familiarized with the ideas from the beginning.

E cioè: “un’importante innovazione scientifica raramente si afferma convincendo pian piano i suoi oppositori. Quello che accade è che gli oppositori pian piano muoiono, e le nuove generazioni familiarizzeranno con le nuove idee fin dall’inizio”. Se sostituiamo ad “innovazione scientifica” una “conquista sociale” possiamo riadattare al nostro scopo la citazione.

Questo è quello che sta accadendo, anche secondo gli ultimi sondaggi che mostrano come la maggioranza della popolazione italiana (giovane) sia favorevole ai matrimoni per tutti, a prescindere dalla composizione della coppia. Si tratta solo di continuare nell’azione educativa, portata avanti anche da moltissimi attivisti, attendendo che la vecchia generazione di politici cresciuti a “pane e DC” si estingua pian piano.

Pietro

Dove sono gli etero? Perché non penso che sia il momento delle pacche sulle spalle

“Dove sono gli etero?” si chiedeva venerdì scorso Ivan Scalfarotto, constatando che nella lotta per i diritti LGBT la maggior parte degli etero italiani sembra brillare per assenza. La sua riflessione si chiudeva con:

E dove stiamo sbagliando noi omosessuali, se siamo noi a portare la responsabilità di coinvolgere i nostri concittadini in questo cammino verso l’uguaglianza?

Come ho già avuto modo di dire, non credo che la comunità LGBT debba rimproverarsi alcunché. In generale, quando supporto un movimento che rivendica diritti che io ho già, non mi aspetto che modifichi il proprio approccio per rendersi attraente ai miei occhi. E il movimento LGBT esiste innanzitutto per affermare e far rispettare i diritti degli omosessuali, non per coinvolgere gli etero. Se vogliamo essere di aiuto, spetta a noi informarci e prendere l’iniziativa.

Un paio di giorni dopo Luca Sofri ha pubblicato una risposta a Scalfarotto che non mi ha convinta quasi per niente. Credo che Sofri, probabilmente in buona fede, sia caduto nella tipica trappola dei privilegiati (aggettivo che qui uso esclusivamente in riferimento al fatto di essere etero): minimizzare certe difficoltà di cui non ti rendi conto perché per te, molto semplicemente, non esistono.

La prima considerazione di Sofri è:

Non è vero che non ci rendiamo visibili: il solo implicare che esistiamo da parte di Scalfarotto, vuol dire che siamo visibili, e che la “manifestazione visibile della propria volontà di vedere il paese progredire” è palese. Scalfarotto sa che ci siamo e ne ha manifestazioni concrete e quotidiane, anche se non radunate in una piazza il mezzo pomeriggio di un sabato. La grande quantità di persone eterosessuali che ha idee progressiste su gay, matrimoni gay e unioni civili è nota ed è noto che sia crescente. Quindi fa evidentemente abbastanza cose ogni giorno per rendersi visibile, nei modi in cui si comporta, nel lavoro che fa, nei rapporti con gli altri, nelle cose che dice.

Questo è probabilmente vero. Il problema è che non è abbastanza. Avere idee progressiste non serve a niente se poi non si fa lo sforzo di farle circolare e di spiegarle a chi ancora non ha preso posizione. Mi piacerebbe sapere in base a che cosa Sofri afferma che una grande quantità di etero fa “abbastanza cose ogni giorno” per rendere visibile il proprio progressismo, e quali siano queste cose.

“Scendere in piazza” non è per molti di noi una modalità proficua di manifestazione di questa volontà: ma piuttosto una legittima esibizione di forza di solito propria delle minoranze, che in altri contesti serve ed è servita, in questo caso non credo. Anzi.

Sarà un caso, ma molto spesso chi si prende la briga di rimarcare che una modalità X di manifestazione non va bene poi si dimentica sempre di proporre le alternative che riterrebbe più efficaci. Non so perché Sofri pensi che scendere in piazza in questo caso non servirebbe, ma ripensando al patetico Family Day del 20 giugno mi limito a far notare che manifestare apertamente serve almeno a mettere ben in chiaro che certi gruppetti di omofobi più o meno organizzati non rappresentano che loro stessi. Personalmente non voglio dargli alcuna scusa per poter interpretare il mio silenzio come tacito assenso. Not in my name.

La “manifestazione visibile della propria volontà di vedere il paese progredire” è in ogni caso un mezzo, non un fine. Non ha ragione di essere di per sé, se non individua una propria utilità rispetto all’obiettivo. Ed è per esempio un mezzo efficacissimo nella vita di ogni giorno, quando si manifesta visibilmente la propria indifferenza verso gli orientamenti sessuali di chiunque, come in Italia sempre più persone fanno in questi anni.

Qui viene fuori quel privilegio di cui parlavo all’inizio. Nel parlare di indifferenza verso gli orientamenti sessuali Sofri mi ricorda quelli che affermano orgogliosamente di essere colorblind rispetto alla questione razziale. Benissimo, sarebbe l’atteggiamento più giusto da adottare se vivessimo in una la la land dove le discriminazioni non esistono. Ma i razzisti non sono colorblind. I razzisti il colore della pelle lo notano eccome, così come gli omofobi notano l’orientamento sessuale. Essere indifferenti rispetto all’orientamento sessuale di una persona significa rischiare di mettersi dei paraocchi rispetto al fatto che ancora oggi gli omosessuali vengano discriminati per il semplice fatto di essere tali. L’indifferenza rispetto all’orientamento sessuale è un lusso che noi etero ci possiamo permettere perché viviamo ancora in un mondo che ci rende automaticamente privilegiati.

Quando si legge che l’Italia è l’unico paese dell’Europa Occidentale a non avere regolato le unioni tra persone omosessuali, la notizia notevole non è che l’Italia non lo abbia ancora fatto: è che lo abbiano fatto ormai tutti gli altri. Negli Stati Uniti gli stati che permettono il matrimonio tra persone dello stesso sesso sono ormai 37, ed è l’accelerazione di questi ultimi anni a essere impressionante e promettente: non è il Kentucky, dove è tuttora vietato, il caso esemplare. Nessuno guarda al Kentucky, fuori dal Kentucky. Non durerà, è solo il prossimo della lista. L’Italia è il Kentucky.

È verissimo che questo processo abbia subito negli ultimi anni una notevole accelerata. Ma è anche vero che la civiltà umana e l’omosessualità esistono da qualche migliaio di anni e che l’accelerazione, per quanto positiva, arriva comunque in ritardo rispetto a secoli decisamente bui. (Fra parentesi: lo so che l’Italia non è uno di quegli Stati dove l’omosessualità è ancora reato. Ma chi si compiace di questo mi ricorda quel mio compagno di classe che esultava per un quattro e mezzo solo perché il suo vicino di banco aveva preso quattro.)

I diritti e il rispetto per tutti, un po’ alla volta, stanno vincendo, nel nostro mondo, grazie a un sacco di cose che abbiamo fatto e che facciamo: lasciamo che chi vi si oppone vada in piazza con le proprie opinioni e si conforti per un giorno nella routine mediatica dei numeroni (un milione, eccetera).È un suo diritto.

È verissimo, i diritti stanno vincendo. Ma quello che si è fatto finora conta relativamente. L’importante è quello che resta ancora da fare e credo che non dovremmo crogiolarci nell’autocompiacimento di essere dei bravi etero progressisti. Come mi capita spesso di ripetere, non si vincono punti per essere attivamente impegnati contro le discriminazioni. È uno dei requisiti di base degli esseri umani decenti.

Violenza spensierata

Quello che trovo profondamente inquietante di queste “giornate della famiglia” è la celebrazione del principio secondo cui sarebbe corretto difendere un punto di vista a scapito della libertà di espressione di altri. (Consiglio la lettura del bellissimo post della mia amica Chiara che trovate qui)

Non c’è niente di nobile, di positivo e di civile nel difendere posizioni che, più o meno direttamente, producono limitazioni della libertà personale. In una società moderna, infatti, la libertà personale viene regolata da opportuni meccanismi: Costituzione e quindi leggi dello stato che devono essere con essa compatibili.

Allo scopo, vorrei richiamare l’Articolo 3 della Costituzione che, in effetti, dice davvero tutto quello che c’è da dire:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Come dicevo, è tutto scritto qui. Tentare di stabilire cosa sia “normale” e cosa sia “anormale” nel modo in cui altri cittadini vivono i loro affetti è un’azione che comporta una limitazione della libertà, dell’eguaglianza e della dignità dei cittadini.

Non penso ci sia davvero altro da dire, se non il fatto che essere ottusi, stupidi e fanatici per pigrizia ed inerzia mentale dovrebbe essere ritenuto un atteggiamento socialmente invalidante.

Pietro

Manifestazione del 20 giugno – Difendiamo il diritto a ignorare la realtà

Grazie a Pietro per l’ospitalità

Ho sentito definire l’ideologia gender “le scie chimiche della sociologia”, e mi sembra che colga in pieno la totale idiozia della cosa. Ed è vero che le bufale non andrebbero ripetute nemmeno per smontarle, perché si rischia di ottenere l’effetto contrario, ma quando è troppo è troppo.
Nel mio caso, la proverbiale goccia è stata il post pubblicato da Rodolfo Casadei il 17 giugno e intitolato “Perché il 20 giugno sarò a Roma”.
Il post si apre con una (lunga) serie di citazioni di alti papaveri della gerarchia ecclesiastica di cui vi risparmio l’esegesi. Dopodiché Rodolfo mette le mani avanti: lui si sente in dovere di parlare in quanto fa parte di

quei cattolici che si impegnano pubblicamente in difesa dei bambini delle scuole materne ed elementari che si vorrebbe sottoporre a quel lavaggio del cervello e condizionamento psichico chiamato “educazione al gender” […].

Quindi che sia ben chiaro, magari userà toni un po’ forti, ma che diamine, è per una buona causa! Ora non so a voi, ma a me lamentarsi semplicemente perché Rodolfo & co. strumentalizzano i bambini sembra un po’ ingenuo. Che si tratti di idee o beni di consumo, i bambini fanno vendere, e quando sono usati per una causa che condividiamo non facciamo così tanto gli schizzinosi (nel 1992 l’ambientalista canadese David Suzuki buttò la figlia allora dodicenne sul palco dello UN Earth Summit per commuovere la platea con un discorso che non aveva ovviamente preparato lei e di cui probabilmente la poveretta non aveva capito granché. La causa è nobile, certo. Ma la strumentalizzazione resta).
Detto questo, il problema di Casadei è non tanto la strumentalizzazione in sé, quanto il pensare che tirando in mezzo un presunto bisogno di difendere i bambini si venga automaticamente esentati dall’obbligo di produrre argomentazioni valide. Sorry, Rodolfo, non funziona così. Vediamo quindi quali sono le sue ragioni per partecipare alla manifestazione del 20 giugno.

Anzitutto non c’entrano niente valori, principi, ideali.

Partiamo bene. Perché subito dopo Rodolfo ci informa che la sua partecipazione

è anzitutto un tentativo di tradurre in pratica in una situazione data i primi due comandamenti del Decalogo […]

…che fino a prova contraria sono tra i principi cui si devono attenere i cattolici praticanti. Ma va bene, non stiamo a spaccare il capello in quattro. L’importante sono i bambini. (I primi due comandamenti, prendete nota, sono “Amerai il Signore” e “Amerai il prossimo tuo come te stesso”.)
Il secondo motivo per cui Rodolfo il 20 giugno sarà in piazza è

il tentativo di denunciare e combattere l’ideologia totalitaria che in modo strisciante sta prendendo il potere nel mondo occidentale.

Ideologia del gender, direte voi? Quasi, dice Rodolfo, che preferisce invece chiamarla

“postsessualismo”, perché è evidente che l’obiettivo ultimo del progetto rivoluzionario è di abolire la differenza sessuale come differenza data e fondante le istituzioni della società, in nome dell’egualitarismo e dell’autodeterminazione del singolo individuo.

Sulle farneticazioni complottiste mi taccio per umana pietà. È interessante notare invece come Rodolfo sia assolutamente terrorizzato da a) l’idea che tutti gli esseri umani siano creati uguali (pensiero che peraltro è arrivato a formulare con quei due/tre secoli di ritardo, ma tant’è) e b) il concetto di autodeterminazione. Non sarà che il problema è proprio quello, Rodolfo, e che l’idea di prendere in mano la tua vita e gestirla senza uno che dal piano di sopra ti dica che cosa fare e non fare ti risulti spaventosa e insopportabile?

Che questa ideologia sia totalitaria non starò a spiegarlo con una dissertazione filosofica [Come vuoi, Rodolfo, forse perché non è possibile?], qui è meglio offrire qualche banalissimo esempio: quando un premio Nobel viene linciato sulla piazza mediatica e costretto a dimettersi dall’universo solo perché ha detto che le donne piangono più spesso degli uomini […], quando un pasticciere viene condannato da un tribunale non perché ha rifiutato di vendere una torta a una coppia di persone dello stesso sesso, ma perché si è rifiutato di scriverci sopra “Sì al matrimonio gay”, quella cosa di fronte alla quale ci troviamo si chiama totalitarismo.

Ti vedo un po’ confuso, Rodolfo. Siediti e respira.
Tim Hunt, il premio Nobel di cui parli, non è stato costretto a dimettersi per aver detto che le donne piangono più spesso degli uomini: si è dimesso perché non siamo più nel Medioevo, e se vieni invitato dalla Korea Federation of Women’s Science and Technology Associations, e fai commenti sessisti davanti alle tue ospiti, beh, oltre che misogino e arretrato ti dimostri anche un po’ idiota. E te ne devi assumere la responsabilità.
Il pasticcere che si è rifiutato di vendere la torta con slogan a una coppia omosessuale non è stato condannato per totalitarismo, ma perché quella sulla legge uguale per tutti non è solo una frasetta ad effetto, e la categoria dei pasticceri, credenti o meno che siano, non gode di esenzione dalla legge anti-discriminazione.
Come dici, Rodolfo? Ah sì, i bambini. Torniamo ai bambini.

I bambini ai quali è destinato l’indottrinamento psicopatogeno del gender sono il mio prossimo, e in quanto uomo e cristiano sono chiamato a prendere le loro difese, a fare qualcosa perché gli sia risparmiato questo male, a oppormi all’ingiustizia che è fatta loro.

Mah. Non sono sicura di seguirti, Rodolfo, e non solo perché “indottrinamento psicopatogeno” non vuol dire una beatissima ceppa. Se vogliamo parlare di ingiustizie verso i bambini, possiamo parlare per esempio del fatto che, in tutto il mondo, 99 milioni di bambini sotto i cinque anni sono denutriti e 39.000 bambine ogni giorno vengono costrette a sposarsi. Pensa quante belle famiglie tradizionali.
A quanto pare comunque non sono l’unica ad avere problemi con la logica del nostro eroe.

Un mio amico mi ha obiettato: «Così facendo tu intervieni a valle, sugli effetti, mentre bisogna intervenire a monte sulla causa. La politica è poco efficace, perché si occupa delle conseguenze, invece l’educazione è decisiva, perché cambia il soggetto».

Non potrei essere più d’accordo, Rodolfo. Se avessi studiato un pochino e meglio, in effetti, ti renderesti conto della quantità allucinante di sciocchezze che hai scritto finora. Come dici? Ah, giusto. I bambini!

Al mio amico ho replicato: «Amico mio, tu hai due figlie giovani. Se mentre le accompagni a casa da una festa ti si avvicinano due mascalzoni, e uno cerca di strappare la borsetta alla prima figlia, e l’altro molesta sessualmente la seconda, tu cosa fai? Dici: “fermatevi, l’essere umano è chiamato a riconoscere un bene nell’altro essere umano, voi siete migliori di così, venite a pregare con me e sarete illuminati, guardate nei miei occhi e scoprirete l’amore di Cristo”, oppure molli calci e pugni per dissuaderli dalle loro cattive intenzioni?»

En passant, caro Rodolfo, nel quasi 90% dei casi di molestia o violenza sessuale la vittima conosce l’aggressore, e nell’89% dei casi di pedofilia il perpetratore fa parte del nucleo familiare. Quindi è inutile continuare ad alimentare la favola dell’uomo nero in agguato nel vicolo buio. Comunque non lasciamoci distrarre. Mi sembra di aver capito che stai proponendo il ricorso alla violenza, ma devo averti frainteso, vero? Dopotutto all’inizio parlavamo di quel famoso Decalogo sull’amore per il prossimo…

Quando c’è un’aggressione, prima di tutto si risponde all’aggressione, in nome del buon diritto degli aggrediti.

Ah no, proponevi proprio il ricorso alla violenza. Violenza del tutto gratuita, mi permetto di farti notare. Perché vedi, Rodolfo, qui nessuno ti sta aggredendo. Riconoscere finalmente uguali diritti ai cittadini omosessuali non è un’aggressione a te, alla tua famiglia, ai bambini di tutto il pianeta, o alla tua religione. Mi dispiace che la cosa ti spaventi, ma non è necessario riversare la tua paura sul resto del mondo e spargere violenza verbale mascherata da buone intenzioni. E definire le tue sciocchezze per quello che sono non è totalitarismo, ma semplice buonsenso.

Benvenuto nel XXI secolo.

Virata a destra

Il titolo di questo post è forse un po’ provocatorio. Vorrei però esprimere qualche parere, anche in relazione all’intervista che Cacciari ha rilasciato all’Huffington Post che ho trovato molto interessante, specialmente per il fatto che ho fatto parte, come iscritto e non come dirigente, del PD veneziano, salvo poi assentarmi, purtroppo, per mancanza di tempo (chissà che non sia questo il momento per farvi ritorno). Vorrei anche precisare che non sono un sostenitore di Brugnaro, non condividendo la sua visione eccessivamente imprenditoriale della realtà.

Il problema, fondamentale, è che il PD ha sbagliato la candidatura e questo perché ci si è affidati alla tradizione secondo cui “Venezia è di sinistra”, ignorando i complessi mutamenti che, gradualmente, hanno segnato la società veneziana, tanto del Centro Storico tanto di Mestre, in terraferma. Mutamenti dovuti in parte a condizioni sociali che 10-20 anni fa non esistevano (immigrazione, flussi turistici massicci, ecc) e in parte ad una (lunga) sequenza di fallimenti culminati anche in scandali che hanno segnato la storia recente del partito a Venezia.

Tutto questo ha contribuito a rendere l’elettorato meno legato all’ideologia e più sensibile, invece, alla “praticità” (come già evidente su scala nazionale) ragionando così: ho un problema, voglio risolverlo. Questa “semplificazione” del meccanismo che porta un elettore a decidere a chi dare il suo voto è, per come la vedo io, il motivo principale per cui la comunicazione politica fatta da Renzi o da Salvini è così efficace: fornisce infatti una “parvenza” di praticità che alle persone piace perché le fa sentire appagate e comprese nei loro disagi, realizzando quindi quella funzione di vicinanza che per il cittadino è essenziale ritrovare nella politica.

Fatte queste premesse, è immediato capire perché Brugnaro ha vinto: ha fatto una campagna elettorale molto più “renziana”, nei toni e nelle modalità, di quanto abbia fatto Casson. Ha cioè mostrato vicinanza alle persone affrontando quei pochi temi che sono molto sentiti dalla maggioranza della popolazione (dalla destra alla sinistra): la sicurezza, la corruzione, il turismo e il rilancio della terraferma. Magari ha fatto anche tante “sparate” giusto per provocare reazioni, un po’ come fa Renzi, ma questo è lo stile vincente in questo periodo storico e per un motivo molto semplice: ormai, in politica, è come se si dovesse vendere un prodotto. Talvolta, per vendere meglio, un venditore deve anche saper raccontare qualche “balla” e questo la sinistra del periodo pre-Renzi non lo ha mai fatto proprio perché, per vendere il prodotto, si è sempre appellata alla sola ideologia, restringendo quindi più o meno inconsapevolmente il suo “mercato” elettorale.

Di più potrei citare il monolitico programma elettorale di Casson: un pdf di 85 pagine, praticamente un piccolo libro, completamente privo di contenuti grafici (schemi, schede riassuntive, ecc). Assolutamente inutile per avere un’idea immediata dei punti programmatici e ancora più inefficace nel caso di una rapida consultazione. Brugnaro, invece, ha presentato un programma molto snello, anche troppo in alcuni punti, costruito in modo da essere immediato e d’impatto.

Anche il modo in cui si costruisce il programma elettorale è importante: viste la debolezza dell’ideologia nell’elettorato moderno e il generico senso di sfiducia verso la politica, presentare un programma pesante e difficile da leggere/consultare potrebbe anche essere visto come un atteggiamento di arroganza, del tipo: “ma si, tanto nessuno lo leggerà mai, la gente mi vota lo stesso perché ha sempre votato così“. Sono tanti “piccoli” errori che complessivamente hanno il loro peso. In questo caso, tante briciole fanno un panino.

Detto questo vorrei fare un commento su quanto detto da Cacciari. Secondo me si sbaglia quando si lega Casson al PD di Venezia. Casson ha ribadito più e più volte in tanti incontri pubblici con i cittadini, che lui con il PD non aveva nulla a che vedere e che aveva appositamente creato la sua lista. Ciò che invece si può dire è che sia Casson sia il PD veneziano hanno “nuovamente” sbagliato in termini di comunicazione, esattamente come faceva il PD nell’epoca pre-Renzi, e, in questo senso, Cacciari ha ragione quando parla di “suicidio del PD”.

E’ vero: il PD di Venezia è, allo stato attuale, totalmente inesistente e questo perché non è mai nato come PD ma è sempre sopravvissuto come unione tra ex-DS, ex-PCI, ex-Margherita. Conosco addiritura degli ex-IDV transitati nel PD all’epoca della deflagrazione dell’Italia dei Valori. Il PD veneziano è una sorta di Ulivo in piccolo, purtroppo.

Concludendo: non penso che sia giusto dire che Venezia sia diventata di destra o sia diventata leghista. Si è semplicemente allineata allo standard del resto del paese. Quindi meno ideologia, più risposte concrete. Questo il candidato sostenuto dal PD non ha saputo interpretarlo, Brugnaro invece sì. Il risultato lo conoscono tutti.

Pietro

Le solite

Ad ogni pride c’è sempre chi dice: “è una carnevalata, solo esibizionismo controproducente“.

Io vorrei dire quello che penso del pride: è una manifestazione la cui unica e importante funzione è far sentire, per un giorno, le persone completamente libere di essere chi sono. La felicità che ne deriva, quella che le persone eterosessuali sono libere di provare ogni giorno senza timore di essere mandate in un ospedale piene di botte, si manifesta con quello che vediamo: musica, balli, aggregazione, senso di unità.

Non è una manifestazione politica: è un’occasione per sentirsi in tutto e per tutto delle persone senza sentirsi, chi più chi meno, “non compresi”.

I diritti si stanno, pian piano, ottenendo grazie al parlamento, europeo ed italiano, e alle discussioni che da decenni vengono promosse in tutto il mondo dai tantissimi attivisti che ogni giorno si impegnano per mostrare che non esiste niente di “disordinato e di diabolico” in un comportamento naturale osservato in più di 1500 specie (mentre l’omofobia esiste solo in una).

Onestamente non capisco i tanti omosessuali, spesso più omofobi di tanti eterosessuali, che condannano il pride. Curiosamente (ma non troppo) queste persone sono, spesso, gay non dichiarati, che preferiscono vivere nell’ombra, e “fare tutto” nel privato delle proprie case. Scelta rispettabile che non condivido.

Per come la vedo io, il pride non danneggia il lavoro di attivisti e di altri coinvolti nella conquista della parità di diritti: è una manifestazione di felicità, non di politica.

Se non si ha la sensibilità di capire questo…

Pietro