Oggi, 17 Maggio, è la Giornata Internazionale contro l’omofobia, bifobia e transfobia (come potete leggere qui in modo più approfondito). Per brevità la chiamerò semplicemente omofobia, fermo restando che nel termine includo anche bi e transfobia.

Quando si parla di fobie, dunque di paure, è inevitabile che tra i tanti che si esprimono, parlino proprio gli impauriti. Chi sono queste persone che provano paura e, soprattutto, cosa le spaventa? Lo scrittore H.P. Lovecraft sulla paura diceva:

The oldest and strongest emotion of mankind is fear, and the oldest and strongest fear is fear of the unknown.

E cioè: “la più antica e forte emozione dell’uomo è la paura, e la paura più remota e forte è la paura dell’ignoto”.

La cosa però peculiare della paura, per come la vedo io, è che esiste, nella sua forma primitiva, solo in forma molto astratta. Le sue contestualizzazioni (paura dell’animale X, paura dei luoghi chiusi, aperti, ecc) sono possibili solo se si sperimenta il fenomeno. Nessuno ha paura “a priori” (o per nascita) di un fenomeno specifico, ma si accorge di questo quando lo prova o, in certi casi, quando lo sperimenta in modo indiretto (ad esempio se ne sentisse parlare da familiari, amici, ecc).

L’omofobia non fa eccezione a questo ragionamento: ci si accorge di essere omofobi se, trovandosi in situazioni che coinvolgano, nella sua generalità, l’omosessualità, ci si sente impauriti o se si percepisce la paura nell’espressione di qualcun altro che ne parla. Verrebbe dunque da chiedersi cosa sia la causa di questa paura. Non sono uno psicologo, quindi ciò che dirò ha un valore strettamente amatoriale.

Proverei a ragionare un po’ euristicamente. Per come la vedo io, la paura ha in sé una sorta di “elemento dinamico” che provoca, nella mente delle persone, una raffigurazione mentale di una situazione-tipo che evolve poi verso il più tragico degli epiloghi. Ad esempio: chi ha paura delle altezze si potrebbe raffigurare mentre osserva un baratro da una sporgenza e in ultima analisi, precipitare nel vuoto. Chi ha paura dei ragni, può temere di averne uno addosso che poi magari si infili in qualche parte del corpo. Chi ha paura dell’acqua può temere di scivolarci dentro e affogare. Chi è claustrofobico può immaginare di trovarsi chiuso in un ascensore ed esaurire l’aria.

In altre parole, alla paura si associa sempre una sorta di “situazione finale” a cui possiamo essere condotti, e cioè la realizzazione di quella fantasia spaventosa che tanto temiamo (precipitare, affogare, ecc), e che spesso coinvolge un danneggiamento fisico o emotivo, talvolta fatale. In generale l’esito finale è la perdita di qualcosa.

Applicando questo ragionamento all’omofobia, si immagina come, nella mente dell’omofobo, la paura generi tutta una quantità di scenari, la cui varietà dipende dal background socio-culturale dell’interessato. Ciò che, infatti, arricchisce la “carica di paura” dell’omofobia, è la stretta dipendenza che c’è da “quello che pensano gli altri”.Si ha cioè un elemento di giudizio esterno che fa “mettere a fuoco” la paura. Per come la vedo io, l’elemento comune a tutti gli scenari che l’omofobo può immaginare è duplice: lo scoprirsi omosessuale e, successivamente, il sentirsi “minacciato” dalla sua condizione.La paura di scoprirsi omosessuale è, spesso, la prima fase. Ma anche dopo che uno realizza la propria omosessualità, può esserci una fase in cui è l’omosessuale stesso ad essere un omofobo (“odio le checche”, “nessuno direbbe che sono gay ma sembro etero”, “sono un uomo quindi solo attivo”, ecc). Ecco alcune delle situazioni che, secondo me, l’omofobia può produrre:

  1. Deludere o schifare i genitori, parenti, amici o colleghi di lavoro.
  2. Essere ritenuto, se uomo, meno uomo (cioè una donna mancata) e, se donna, più uomo (cioè non femminile).
  3. Essere considerati malati, deviati o in una condizione di subalternità morale e spirituale (per chi fosse credente).
  4. Essere ritenuto diverso e anormale, in generale al di fuori da quelle costruzioni sociali che, per tradizione, definiscono le funzioni di un individuo per il suo sesso biologico e non per quello che è.
  5. Avere una vita difficile.

L’omofobo è, in ultima analisi, una persona che non si conosce. Una persona che ha l’ignoto (di cui parlava Lovecraft) dentro di sé. Un modo efficace per vincere una paura non è dire quanto sia stupido / insensato / incivile averla, ma depotenziarla togliendo significato a ciò che in primo luogo la genera.

L’omofobia si vince (e non si combatte) solo attraverso una massiccia opera di educazione, non più orientata ad insegnare ciò che deve essere (come fa la religione) ma ciò che è (come fa la scienza). Si deve cioè attuare nella società quel modo di pensare che Galileo introdusse nella Fisica: ciò che si osserva è, in ultima analisi, ciò che è naturale e dunque comprensibile. L’omosessualità è un comportamento naturale? La risposta è sì, ne abbiamo le prove da osservazioni eseguite su più di 1500 specie animali. E questo dovrebbe bastare.

Il problema, aggiuntivo, che abbiamo in Italia è, come dicevo in un tweet questa mattina, l’utilizzo della Chiesa come un amuleto elettorale. In Italia, i politici hanno sempre cercato l’appoggio e l’approvazione dell’ambiente religioso. E’ un fenomeno abbastanza trasversale da destra a sinistra passando per il centro, che trova la sua origine nel bisogno di avere “voti certi”. La chiesa porta voti e, per un politico, avere la benedizione sulla sua candidatura da parte di un vescovo è un’ottima “lettera di raccomandazione” che invia al bacino elettorale, specialmente in certe zone d’Italia. Parlavo in questo post della posizione della Chiesa e del Vaticano riguardo l’omosessualità, l’omofobia e le coppie gay.

In conclusione: educazione, scuola, classe politica meno succube delle autorità religiose, ma anche multiculturalismo che è la sola cosa capace di far rendere conto di quanto stupido sia separare il mondo in ciò che è “normale” e ciò che non lo è. Le persone dovrebbero essere educate alla curiosità, alla sperimentazione, alla conoscenza. Le paure, poi, si ridurranno da sole.

Pietro

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3 pensieri su “Considerazioni personali sull’omofobia

  1. Direi che la dipendenza dall’opinione altrui non solo arricchisce la carica di paura dell’omofobo, ne è la causa primaria. Altrimenti si finisce in un ragionamento circolare: l’omofobo ha paura di scoprirsi omosessuale, ma questa paura non si spiega se non con lo stigma negativo associato all’omosessualità. Paure come l’aracnofobia o l’acrofobia sono residui dell’evoluzione della specie umana e hanno quindi una certa ragione d’essere. L’omofobia viceversa è una paura costruita e imposta dall’esterno, un condizionamento che come dici giustamente tu si può smantellare solo con un notevole sforzo educativo. Sui danni provocati dalla cultura cattolica in Italia mi taccio perché credo non ci sia bisogno di sottolinearli ulteriormente

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