Fiducia

E’ curioso come, spesso, nel campo dei rapporti umani, si facciano delle assunzioni ingiustificate sul comportamento delle persone. Mi è capitata di recente una situazione che, pur non essendo sfociata in un litigio, avrebbe potuto avere quel tipo di esito; questo mi ha fatto venire “voglia” di scrivere questo post.
Supponiamo infatti di avere la persona A che ha un motivo X che le impedisce di fare una cosa Y che aveva concordato con un amico B. Ora, B ha due strade:

  • Fidarsi di quello che dice A in virtù della sua amicizia con lui: se A dice che non può fare Y, B immagina che A abbia considerato ogni altra possibilità prima di dirlo e dunque non si mette neanche in discussione che X sia un motivo valido.
  • Essere malpensante e non fidarsi di A: se A dice che non può esserci sicuramente c’è qualcosa che non dice e dunque X è una scusa (inventata) o comunque un motivo non sufficiente.

Indovinate un po’ quale di queste due opzioni è, solitamente, quella più gettonata? La seconda.

Poniamo poi che A e B si conoscano da molto tempo: non si dovrebbe dubitare dell’onestà altrui. Eppure questo pensare male e fare dietrologie è un comportamento davvero molto comune.

Poi cosa succede? Se B ha dubitato di A, A potrebbe incazzarsi o potrebbe lasciar perdere. In ogni caso c’è la certezza che B non si fida di lui. Questa scoperta da parte di A renderà più “sincero” il loro rapporto: se B non si fida di A neanche A si sentirà più a suo agio con B come prima. Questo non necessariamente implica che, agli occhi di A, B sia una cattiva persona, ma solo una persona diversa da quella che pensava fosse. Cioè B è qualcuno per cui il dubbio viene, in queste situazioni, prima di tutto, indipendentemente dal grado di conoscenza. I motivi per cui lo fa possono essere i più disparati, sicuramente uno di questi potrebbe essere che B interpreta la fiducia come una debolezza (come purtroppo fanno in molti).

Del resto penso sia inevitabile: anche conoscendo qualcuno da anni e anni, alla fine è sempre possibile avere delle “sorprese”. Ma, dopotutto, anche la sorpresa (negativa) aggiunge elementi (positivi) alla conoscenza: si saprà qualcosa in più che impedirà, in questo caso, ad A di trovarsi in situazioni che B non saprà apprezzare.

Lasciando ora A, B, X e Y faccio un commento personale: io seguo sempre la prima strada. Sicuramente mi ha portato, in sporadici episodi, a prendere delle sonore tranvate ma mi ha anche regalato tante belle persone a cui sono molto legato e che, come me, non hanno (più)paura a mettersi in gioco fidandosi del prossimo: si rivelerà uno/a stronzo/a? Amen, non perdo niente, ma dedicherò loro un pensiero “antico”:

Vasa inania multum strepunt.

Pietro

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Comunali di Venezia

Un po’ di tempo fa parlavo di quelle che per me dovrebbero essere le priorità del prossimo sindaco di Venezia. Oggi ho esaminato la lista dei candidati e delle varie liste che fanno capo ad ognuno di loro. Premetto che tutte le considerazioni che faccio sono strettamente personali e non hanno alcun tipo di pretesa “ufficiale”. Ad ogni modo ecco la situazione che si presenterà il 31 di Maggio, con delle schede elettorali che saranno dei poster:

  1. Luigi Brugnaro. Sostenuto da:
    1. Luigi Brugnaro sindaco
    2. Forza Italia
    3. Area popolare per venezia (una specie di confederazione NCD – UDC)
    4. Impegno per Venezia, Isole e Terraferma
    5. Malgara 2020 – Un nuovo inizio
  2. Felice Casson. Sostenuto da:
    1. Felice Casson sindaco
    2. Partito Democratico
    3. Venezia 2020 (unione di SEL, Verdi e In Comune)
    4. Venezia Bene Comune
    5. Socialisti e democratici Psi
    6. Venezia popolare
  3. Gian Angelo Bellati. Sostenuto da:
    1. Coesione popolare
    2. Mestre Venezia 2 grandi città (c’è proprio scritto 2 invece di “due”)
    3. Lega Nord
    4. Indipendenza Veneta
  4. Francesca Zaccariotto. Sostenuta da:
    1. Venezia Domani
    2. Civica 2015
    3. Fratelli d’Italia
  5. Davide Scano. Sostenuto dal Movimento 5 Stelle.
  6. Camilla Seibezzi. Sostenuta da Noi la Città.
  7. Alessandro Busetto. Sostenuto dal Partito Comunista dei Lavoratori.
  8. Giampietro Pizzo. Sostenuto da Venezia Cambia 2015.
  9. Roberto Fiore. Sostenuto da Forza Nuova.
  10. Francesco Mario D’Elia. Sostenuto da Movimento autonomia Venezia lista D’Elia.

La situazione è un po’ affollata. Sicuramente in tutto questo vediamo dei nomi non proprio inediti e altri che, invece, compaiono per la prima volta. Ad ogni modo, per il mio orientamento politico, mi sento già di escludere, in serenità, i numeri: 3, 4, 5, 7, 9, 10. Il numero 7 mi ha un po’ colpito, devo essere sincero: non pensavo che, infatti, esistesse ancora il PCI ma solo Rifondazione. Penso che, ormai, a Venezia serva altro.

Rimangono dunque 1,2,6 e 8. Sicuramente 1 e 2 possono contare sul maggiore supporto elettorale e, infatti, prevedo che saranno quelli che “se la giocheranno”. Vediamo un breve background di ognuno:

  • Brugnaro: il suo nome non è nuovo. Esattamente un anno fa fece scalpore la sua volontà di acquistare l’Isola di Poveglia in laguna, per una cifra giudicata da molti troppo bassa: 513 mila euro, con l’obbligo però di fare investimenti per 20 milioni di euro. La sua lista è composta da partiti e altre entità che sono piuttosto lontane dal mio modo di pensare e di vedere il mondo. Qui potete leggere il suo programma se foste interessati.
  • Casson: è forse il più “famoso” tra i candidati sindaco. Devo dire che il suo programma elettorale, di ben 85 pagine, è il più massiccio tra quelli che, finora, ho letto.
  • Saibezzi: fu consigliere comunale (se non erro) nell’ultima giunta Orsoni. Fece scalpore lo scontro che ebbe con l’ex-Sindaco a causa di alcune fiabe a tema lgbt che vennero distribuite ai bambini delle scuole. Solo questo me la rende già interessante, purtroppo non sono riuscito a reperire un programma su internet. La sua lista “corre” da sola.
  • Pizzo: la lista di Venezia Cambia è sicuramente una novità nel panorama veneziano. Ho anche apprezzato che sul loro sito siano presenti varie versioni del programma elettorale in modo da renderlo di più veloce consultazione e meno “monolitico”. Anche qui si corre da soli.

Dal momento che non ho trovato un programma per la Saibezzi, ma ho invece letto quelli di Brugnaro, Casson e Pizzo, mi esprimerò su questi tre. Si deve dire che hanno alcuni punti in comune ma, a dirla tutta, il programma più puntuale, scorrevole e accattivante, per mio gusto personale, è quello di Venezia Cambia 2015 (Pizzo).

I punti in comune sono: l’importanza della legge speciale per Venezia, le operazioni di trasparenza sul bilancio comunale, la revisione delle partecipate e il rilancio di zone come le Isole e il Lido di Venezia. Per quanto riguarda la mobilità e i flussi turistici, sia Pizzo che Casson hanno delle visioni simili: trasporto integrato (finalmente), controllo dei flussi turistici con meccanismi di accessi programmati, prenotazioni online, percorsi alternativi per decongestionare aree critiche.

Nel programma di Brugnaro, oltre ad idee di sviluppo e di riqualificazione, si parla molto di sicurezza, con dei toni più da Zaia che da “moderato” di centro: lotta alla prostituzione, allontanamento di accattoni e mendicanti, vigili 24 ore su 24, ecc. Si parla poi di revisione completa del regolamento edilizio e di sostegno alla nautica. La regolamentazione dei flussi turistici verrebbe realizzata con una rimodulazione della tassa di soggiorno e con nuovi itinerari. Si parla poi anche di “Glamour internazionale”, riferendosi alla possibilità di rendere più “frequenti” eventi come la Mostra del Cinema.

Per come la vedo io, il programma di Brugnaro andrebbe bene in una città già riorganizzata, riformata e ricostruita. Non lo trovo, cioè, un programma di ricostruzione, ma un programma di promozione. Alcuni punti poi sono molto “importanti” ma non vengono descritti in maggior dettaglio. Ad esempio si parla di “revisione totale del regolamento edilizio”. In che senso? Si parla poi di dare “sostegno alla nautica eventualmente con nuovi approdi in tutta la laguna”. Anche qui, cosa si intende? Nautica di che tipo? Lusso? Traghetti? Aliscafi? In generale ho letto davvero molte idee, ma senza una descrizione ulteriore. Forse è stata una scelta dettata dalla necessità di non “appesantire” il programma, e questo lo posso capire. Però è anche vero che, alla fine, resto con un’idea un po’ vaga.

Nei programmi di Casson e Pizzo, invece, c’è una spinta innovatrice sicuramente più forte. Devo però dire che, al momento, condivido di più le posizioni di Pizzo che, tra le tante cose, parla anche di un bisogno di “laicità” a Venezia, riferendosi ai legami chiesa-politica che nell’ambiente veneziano sono sempre esistiti e che sarebbe bene mollare una volta per tutte (vedi vicenda MoSE). I loro programmi mi sembrano, dunque, più riformatori e adatti ad una fase di “ricostruzione” dopo i disastri compiuti dalla precedente gestione.

Pietro

Considerazioni personali sull’omofobia

Oggi, 17 Maggio, è la Giornata Internazionale contro l’omofobia, bifobia e transfobia (come potete leggere qui in modo più approfondito). Per brevità la chiamerò semplicemente omofobia, fermo restando che nel termine includo anche bi e transfobia.

Quando si parla di fobie, dunque di paure, è inevitabile che tra i tanti che si esprimono, parlino proprio gli impauriti. Chi sono queste persone che provano paura e, soprattutto, cosa le spaventa? Lo scrittore H.P. Lovecraft sulla paura diceva:

The oldest and strongest emotion of mankind is fear, and the oldest and strongest fear is fear of the unknown.

E cioè: “la più antica e forte emozione dell’uomo è la paura, e la paura più remota e forte è la paura dell’ignoto”.

La cosa però peculiare della paura, per come la vedo io, è che esiste, nella sua forma primitiva, solo in forma molto astratta. Le sue contestualizzazioni (paura dell’animale X, paura dei luoghi chiusi, aperti, ecc) sono possibili solo se si sperimenta il fenomeno. Nessuno ha paura “a priori” (o per nascita) di un fenomeno specifico, ma si accorge di questo quando lo prova o, in certi casi, quando lo sperimenta in modo indiretto (ad esempio se ne sentisse parlare da familiari, amici, ecc).

L’omofobia non fa eccezione a questo ragionamento: ci si accorge di essere omofobi se, trovandosi in situazioni che coinvolgano, nella sua generalità, l’omosessualità, ci si sente impauriti o se si percepisce la paura nell’espressione di qualcun altro che ne parla. Verrebbe dunque da chiedersi cosa sia la causa di questa paura. Non sono uno psicologo, quindi ciò che dirò ha un valore strettamente amatoriale.

Proverei a ragionare un po’ euristicamente. Per come la vedo io, la paura ha in sé una sorta di “elemento dinamico” che provoca, nella mente delle persone, una raffigurazione mentale di una situazione-tipo che evolve poi verso il più tragico degli epiloghi. Ad esempio: chi ha paura delle altezze si potrebbe raffigurare mentre osserva un baratro da una sporgenza e in ultima analisi, precipitare nel vuoto. Chi ha paura dei ragni, può temere di averne uno addosso che poi magari si infili in qualche parte del corpo. Chi ha paura dell’acqua può temere di scivolarci dentro e affogare. Chi è claustrofobico può immaginare di trovarsi chiuso in un ascensore ed esaurire l’aria.

In altre parole, alla paura si associa sempre una sorta di “situazione finale” a cui possiamo essere condotti, e cioè la realizzazione di quella fantasia spaventosa che tanto temiamo (precipitare, affogare, ecc), e che spesso coinvolge un danneggiamento fisico o emotivo, talvolta fatale. In generale l’esito finale è la perdita di qualcosa.

Applicando questo ragionamento all’omofobia, si immagina come, nella mente dell’omofobo, la paura generi tutta una quantità di scenari, la cui varietà dipende dal background socio-culturale dell’interessato. Ciò che, infatti, arricchisce la “carica di paura” dell’omofobia, è la stretta dipendenza che c’è da “quello che pensano gli altri”.Si ha cioè un elemento di giudizio esterno che fa “mettere a fuoco” la paura. Per come la vedo io, l’elemento comune a tutti gli scenari che l’omofobo può immaginare è duplice: lo scoprirsi omosessuale e, successivamente, il sentirsi “minacciato” dalla sua condizione.La paura di scoprirsi omosessuale è, spesso, la prima fase. Ma anche dopo che uno realizza la propria omosessualità, può esserci una fase in cui è l’omosessuale stesso ad essere un omofobo (“odio le checche”, “nessuno direbbe che sono gay ma sembro etero”, “sono un uomo quindi solo attivo”, ecc). Ecco alcune delle situazioni che, secondo me, l’omofobia può produrre:

  1. Deludere o schifare i genitori, parenti, amici o colleghi di lavoro.
  2. Essere ritenuto, se uomo, meno uomo (cioè una donna mancata) e, se donna, più uomo (cioè non femminile).
  3. Essere considerati malati, deviati o in una condizione di subalternità morale e spirituale (per chi fosse credente).
  4. Essere ritenuto diverso e anormale, in generale al di fuori da quelle costruzioni sociali che, per tradizione, definiscono le funzioni di un individuo per il suo sesso biologico e non per quello che è.
  5. Avere una vita difficile.

L’omofobo è, in ultima analisi, una persona che non si conosce. Una persona che ha l’ignoto (di cui parlava Lovecraft) dentro di sé. Un modo efficace per vincere una paura non è dire quanto sia stupido / insensato / incivile averla, ma depotenziarla togliendo significato a ciò che in primo luogo la genera.

L’omofobia si vince (e non si combatte) solo attraverso una massiccia opera di educazione, non più orientata ad insegnare ciò che deve essere (come fa la religione) ma ciò che è (come fa la scienza). Si deve cioè attuare nella società quel modo di pensare che Galileo introdusse nella Fisica: ciò che si osserva è, in ultima analisi, ciò che è naturale e dunque comprensibile. L’omosessualità è un comportamento naturale? La risposta è sì, ne abbiamo le prove da osservazioni eseguite su più di 1500 specie animali. E questo dovrebbe bastare.

Il problema, aggiuntivo, che abbiamo in Italia è, come dicevo in un tweet questa mattina, l’utilizzo della Chiesa come un amuleto elettorale. In Italia, i politici hanno sempre cercato l’appoggio e l’approvazione dell’ambiente religioso. E’ un fenomeno abbastanza trasversale da destra a sinistra passando per il centro, che trova la sua origine nel bisogno di avere “voti certi”. La chiesa porta voti e, per un politico, avere la benedizione sulla sua candidatura da parte di un vescovo è un’ottima “lettera di raccomandazione” che invia al bacino elettorale, specialmente in certe zone d’Italia. Parlavo in questo post della posizione della Chiesa e del Vaticano riguardo l’omosessualità, l’omofobia e le coppie gay.

In conclusione: educazione, scuola, classe politica meno succube delle autorità religiose, ma anche multiculturalismo che è la sola cosa capace di far rendere conto di quanto stupido sia separare il mondo in ciò che è “normale” e ciò che non lo è. Le persone dovrebbero essere educate alla curiosità, alla sperimentazione, alla conoscenza. Le paure, poi, si ridurranno da sole.

Pietro

Non riformabile

La tesi che sostengono molti giornalisti e programmi di informazione/approfondimento è sempre la stessa: l’Italia non è un paese riformabile. Sono passati ormai quasi 3 mesi da quando scrivevo questo post, e non penso che la situazione sia cambiata ma, anzi, peggiorata.

La tesi in oggetto viene assunta come vera in forma più o meno esplicita, a seconda della situazione. Di più, per offrirne una dimostrazione, si procede spesso in maniera euristica e questo, in pratica, si concretizza in varie maniere:

  1. Trasmissioni televisive sempre più ring: vi ricordate quella trasmissione domenicale di quasi 10 anni fa, condotta da Paola Perego, dove c’era un vero e proprio ring in cui gli ospiti si scagliavano uno contro l’altro, con tanto di “gong” per scandire i match? Fu il teatro di una celebre sfuriata di Sgarbi contro la Mussolini (ecco un link). Ad ogni modo, ormai le trasmissioni di approfondimento politico stanno seguendo sempre di più questo “stile”, in cui ormai partecipa anche il conduttore. Si cerca cioè sempre di insinuare il dubbio, in senso negativo, sulla veridicità di ciò che ogni ospite dice, indipendentemente dalle competenze tecniche di ognuno, e il risultato finale è che non si ottiene alcuna informazione dalle discussioni. Il dubbio, infatti, dovrebbe essere insinuato in modo “neutro”, senza considerazioni personali che, invece, possono intervenire nella successiva fase di discussione. Il dubbio, in sé, dovrebbe basarsi esclusivamente sull’oggettività, come avviene nel mondo scientifico e invece non avviene nell’ambito del telegiornalismo italiano. Nello specifico i problemi delle trasmissioni di politica sono, secondo me:
    1. Rendere troppo facili, e dunque banali, cose che sarebbero molto complesse con l’obiettivo di accaparrarsi il più ampio pubblico possibile. A me piaceva molto come trasmissione l’Infedele di Gad Lerner, anche se molto di nicchia. Trasmissione prontamente silurata e sostituita da “La Gabbia” di Paragone. Nome parlante direi.
    2. Appiattire completamente le specificità degli ospiti: se viene invitato un docente universitario, un politico esperto o un cialtrone razzista non si considera ciò che viene detto ma come viene detto, quanti applausi prende e quanto sintetico è.
    3. Discussioni troppo brevi: una sera ho misurato, più per divertimento che altro, il tempo medio che ogni ospite ha a disposizione prima di essere interrotto dal conduttore o da altri ospiti. Parliamo di 30/40 secondi al massimo. Solitamente nessuno riesce a parlare per più di questa durata senza subire almeno un’interruzione. Tutti esauriti?
    4. Troppi argomenti: la nuova tecnica dei talk-show consiste nell’invitare una strage di ospiti da far ruotare tra i vari blocchi di una trasmissione. E’ quello che fa, ad esempio, Di Martedì su La7. Ci sono circa 14/15 ospiti per ogni serata che vengono ruotati, in modo da non annoiare il pubblico (se queste son le premesse…). Con questo nuovo modo di organizzare la trasmissione, gli ospiti parlano ancora meno, spesso un solo intervento e sempre con quei 30/40 secondi di cui si parlava prima. Parliamo di tweet praticamente. Di più, a questa estrema frammentazione nella continuità delle discussioni, si aggiunge una vastissima quantità di argomenti che si crede di poter gestire. Per come la vedo io, bisognerebbe:
      1. Scegliere un argomento principale e poche altre divagazioni.
      2. Invitare ospiti competenti, nel senso obiettivo, cioè guardando il CV.
      3. Spegnere i microfoni degli altri quando uno parla, così da evitare interruzioni. Questa cosa non si fa mai nella TV italiana per il semplice fatto che autori e produttori sanno benissimo che stimolando un po’ di rissa, la risonanza mediatica della trasmissione aumenta. Magari finisce su Blob il giorno dopo, o su qualche giornale. E’ voyeurismo.
      4. Assegnare ad ognuno un tempo minimo entro il quale può parlare senza essere interrotto, nemmeno dal conduttore.
  2. Giornali (web e cartacei) sempre più avvoltoi: un noto giornalista di un noto giornale con il nome che ricorda la celebre trasmissione “Il Fatto” (di Enzo Biagi), in una intervista televisiva disse: “noi intanto pubblichiamo le notizie, poi se sono false ci querelino pure.“. Della serie: scriviamo qualsiasi cosa, tanto ci possono querelare e quindi se abbiamo sbagliato paghiamo. Giusto, peccato che, nel frattempo, venga fatto un danno di immagine che sarà irreparabile qualsiasi cifra un giudice decida. L’irreparabilità deriva dalla mancanza di empatia e di sensibilità di un pubblico sempre più “fan” e sempre meno “lettore”. Una trasformazione che viene costantemente stimolata dal modo di fare televisione di cui parlavo al punto precedente, e da questo modo di intendere il giornalismo come “qualsiasi notizia deve essere pubblicata senza verificare fonti o accompagnarla dai commenti dei diretti interessati“. E’ la tecnica tipica dei giornali di gossip. E infatti funziona benissimo: il giornale scrive ciò che sa che piace al suo pubblico e non ciò che la notizia è. E’ puro marketing, con la differenza che i sistemi di informazione contribuiscono a formare l’opinione pubblica e, in questo caso, a degradarla, abituandola a dei meccanismi elementari del tipo “mi piace / non mi piace” tipici di altri contesti. Si elimina quindi la necessità della discussione, come del resto è evidente vedendo la quantità di persone che di un articolo leggono solo il titolo per poi andare a commentarlo esprimendo non concetti elaborati, ma considerazioni “pre-pensate” probabilmente sentite in quei 30/40 secondi di trasmissione o la mattina in treno o in autobus dal tuttologo delle 7:30.

Ora, con questo modo di fare informazione politica, davvero ci stupiamo del fatto che le persone non abbiano più fiducia non solo nella possibilità di riformare questo paese, ma anche nei loro stessi concittadini?

Ho sempre pensato che, in Italia, fosse urgente un cambiamento nel mondo dell’informazione. Qualcosa di nuovo, di più raffinato, che possa far coesistere l’etica giornalistica e la capacità di fare ascolti rispettando però l’intelligenza dei telespettatori e, se possibile, stimolare discussioni e desiderio di approfondimento, invece di essere un semplice, e becero, spettacolo in cui vediamo gente che si urla addosso insulti.

C’è bisogno cioè di superare i talk-show, comprese le loro ultime forme rappattumate in cui si cerca di fare qualcosa di nuovo poggiando su delle fondamenta vecchie e marce. E’ una questione, prima di tutto, di rispetto verso il pubblico nella sua interezza.

Pietro

La buona scuola (secondo me)

Questo sarà un post davvero molto breve, e dirò solo le cose che, secondo me, una scuola pubblica dovrebbe fare, con urgenza:

  • Smettere di rendere orizzontale l’insegnamento: gli studenti hanno necessità diverse. Predicare l’uguaglianza del percorso di studi è una violenza nei confronti di chi è più o meno bravo. Chi ha difficoltà nello studio deve essere aiutato senza perbenismi e discorsi assurdi sulla “ghettizzazione” di chi è meno capace. Allo stesso modo, chi è più bravo deve avere il diritto di sviluppare al meglio il suo talento. Questo è scritto pure in Costituzione.
  • Basta con l’insegnamento della religione cattolica: bisogna farla finita con gli insegnanti di religione che vengono pagati dallo Stato ma nominati dalla Curia. La scuola è pubblica e questo è uno stato laico, le notizie sulle religioni vengono già ampiamente fornite nei corsi di Filosofia e di Storia. Se i genitori desiderano un’educazione più religiosa, sono liberissimi di iscrivere i propri figli in istituti privati.
  • Basta con gli stipendi da fame: è un’indecenza assoluta che dopo 40 anni di servizio un’insegnante prenda, netti, 1900€/mese. E’ un lavoro faticoso e mentalmente usurante. Parliamo delle persone che, con i loro limiti (spesso imposti da riforme umilianti), bene o male formano la società del futuro. Spesso, e lo vedo dal momento che in famiglia ho chi fa questo mestiere, il lavoro viene portato a casa e, dal momento che, a differenza degli universitari, i docenti di scuola non hanno uffici in cui possono svolgere i loro compiti extra-lezione (correzione compiti, ricevimento studenti, genitori, e in generale attività legate al loro ruolo, anche burocratiche) c’è una quantità enorme di tempo speso per lavorare che non viene contabilizzato. In altre parole: si lavora per 5 o 6 ore in classe la mattina (lavorando con ragazzi/e adolescenti che sfidano continuamente) e poi a casa si continua per altre 4, si ricevono telefonate ad ogni ora da colleghi, dirigenti scolastici, amministrativi e via discorrendo. E’ un lavoro che, quando fatto con serietà e passione, è totalizzante eppure viene remunerato come se si trattasse di un semplice ruolo impiegatizio.
  • Regolare il potere del dirigente scolastico: l’Italia è il paese delle raccomandazioni in senso negativo, del “tu conosci qualcuno?” e via dicendo. Dare al dirigente scolastico ancora più poteri, specialmente in alcune regioni d’Italia, è quanto di più idiota si possa fare in un paese come il nostro dove, invece, da meccanismi collegiali può solo che discendere una migliore capacità di controllo.

La scuola pubblica ha bisogno di più dignità e le cose principali che andrebbero affrontate subito, per quanto mi riguarda, sono quelle che ho appena scritto.

Pietro

Il punto sulle Grandi Navi

In questi giorni ho scoperto, con piacevole sorpresa, l’esistenza di altre due soluzioni (oltre alla proposta di Costa del Canale Contorta) che permetterebbero, a mio parere, uno sviluppo molto più eco-sostenibile del turismo veneziano. Queste due proposte alternative sono chiamate: Venice Cruise 2.0 e Crocieristica a Marghera. Per chi non è delle mie parti potrebbe esserci un po’ di confusione, che spero di diminuire con questo post. Prima di descriverle, parlerò brevemente della proposta di Costa, quella del canale Contorta che, personalmente, trovo inquietante.

Il Canale Contorta: vi allego qui una panoramica della laguna. Il tratto in blu corrisponde alla rotta “classica” delle navi da crociera, rotta che ora è stata vietata. Come alternativa è stata proposta da Costa, il presidente del Porto di Venezia, la rotta gialla attualmente seguita dalle navi merci. L’idea sarebbe poi quella di far deviare le navi da mappa_contortacrociera attraverso la linea tratteggiata gialla che si vede nella foto. Quella linea tratteggiata è il canale Contorta. Se non siete di Venezia, sappiate che la laguna è in molti punti molto poco profonda (anche meno di 1 metro e mezzo) e, per assicurare il passaggio di navi di grandi dimensioni senza rischio di incagliare, sono stati creati dei canali artificiali scavando il fondo della laguna. Il tratto di canale contorta sembra essere “poca cosa”, ma vediamo meglio quali sono le sue caratteristiche attuali.

  • Profondità: attualmente il contorta è profondo 1 metro e 80 centimetri. Praticamente se io mi tuffassi rimarrei fuori con la testa. Per renderlo adeguato al passaggio di navi da crociera che si classifichino come “grandi navi” è opportuno scavare fino a 10 metri e 50 centimetri. Praticamente è come se il canale non ci fosse e si dovesse creare ex-novo.
  • Larghezza: attualmente il canale è largo 6 metri. Per farvi un esempio, il canale che passa sotto casa mia, molto trafficato, è largo 8 metri e profondo 3 e mezzo. La larghezza a cui deve essere portato per permettere il passaggio di navi da crociera è di 190 metri.

Come si vede, dunque, il canale Contorta è poco più che una traccia di un canale e richiede operazioni di scavo molto significative. Da persona non troppo informata, pensavo che questa fosse l’unica soluzione possibile, invece ho scoperto altre due proposte, che i media non pubblicizzano, e che, fortunatamente, sono già state portate all’attenzione degli organi competenti. Le descriverò ora.

La soluzione Venice Cruise 2.0: questa soluzione prevede la costruzione di un terminal passeggeri al Lido di Venezia. Si farebbero ormeggiare qui le “grandi navi”, fino a 5 e non più 8 come ora possibile al porto della Marittima. Questo progetto, secondo alcuni pareri, avrebbe mostrato alcune criticità legate ai costi (che sarebbero comunque inferiori alla proposta Costa del Contorta come scritto qui) e la perdita di un numero non indifferente di posti di lavoro, dal momento che il numero massimo di navi ormeggiabili scenderebbe da 8 a 5. Resta tuttavia una possibilità sul tavolo.

La soluzione Crocieristica a Marghera: personalmente questa è la mia preferita perché salvaguarda sia il porto della Marittima (quello attualmente utilizzato) sia l’ecosistema lagunare, in più permetterebbe il rilancio della zona di Marghera, attualmente ritenuta di periferia. Ecco come:

  • Creare un terminal passeggeri a Marghera: per chi non lo sapesse, a Marghera era presente un grande petrolchimico che ora ha (fortunatamente) cessato le attività legate alla chimica pesante (e inquinante). L’idea del progetto consiste nell’utilizzo del canale di accesso alla zona industriale e nella creazione di un terminal per riqualificare le aree industriali attualmente dismesse. Il canale in questione necessiterebbe solo di minimi interventi di scavo per adattarlo ai pescaggi richiesti dalle navi da crociera. Per quanto riguarda le banchine per l’ormeggio delle navi, il progetto prevede il riutilizzo delle banchine già esistenti ampliandole ed adeguandole. Il terminal poi rilancerebbe notevolmente la zona di Marghera e sarebbe anche semplice collegarlo alla rete ferroviaria e stradale della terraferma. Questo è per le grandi navi. Veniamo ora alla Marittima.
  • Cambio di destinazione d’uso per la Marittima: l’idea sarebbe di dedicare la Marittima all’ormeggio di navi di piccole dimensioni e yacht di lusso, riqualificando parte degli edifici del porto per creare appartamenti (si parla di 800 appartamenti).

Questa soluzione di “Crocieristica a Marghera” sarebbe, secondo molti (me incluso), la migliore soluzione per salvaguardare contemporaneamente più cose: i posti di lavoro (anzi se ne creerebbero di nuovi), l’ambiente (il canale c’è già e necessita di pochi interventi) e permetterebbe una notevole re-industrializzazione di Marghera con conseguente rilancio di una zona che altrimenti verrebbe lasciata a se stessa.

Da veneziano mi aspetto che il prossimo sindaco prenda molto a cuore questo problema: non è possibile continuare con uno sfruttamento indefesso di Venezia come se fosse il fac-simile che si vede a Las Vegas. E’ il momento di prendere decisioni importanti, che potrebbero scontentare qualcuno ma anche produrre benefici sul lungo termine.

Sperando in meglio,

Pietro