Vorrei parlare un po’ del tema dell’omosessualità nel Vaticano. Dico nel Vaticano e non nella Chiesa perché penso che sarebbe ingiusto verso tanti fedeli non separare le due cose: l’istituzione religiosa e la religione. Certo, poi il problema è che troppi fedeli non fanno questa distinzione e finiscono per scambiare la ritualità istituzionale per ritualita religiosa.

Ho sempre trovato, infatti, singolare il comportamento, che potrei definire tranquillamente ipocrita, di tanti che sono cristiani solo un giorno alla settimana per un’ora circa, magari spazientendosi se “ma quando dà la benedizione che ho da fare”? Così come mi hanno sempre colpito persone che in chiesa si sbracciavano per “scambiare gesti di pace” o annuivano vigorosamente se il prete parlava di “solidarietà tra persone” e poi, uscendo dalla chiesa, guardavano con odio i mendicanti e i clochard sibilando parole come: “brutti schifosi”, “ci ingannano in realtà sono pieni di soldi” e simili frasi che da un cristiano non dovrebbero mai uscire visto che, sempre in teoria, il pensare male a priori non dovrebbe rientrare tra le qualità del fedele, anzi è proprio un peccato. Il fatto è che per molti rispettare le direttive della cristianità vuol dire farlo fintanto che aiuti chi ha il tuo stesso colore di pelle, stessa estrazione sociale e conduce un’adorabile e “normalissima” vita fatta di lavoro, famiglia e chiesa.

Ho sempre avuto questa sensazione qui, almeno vedendo le persone che conosco: la chiesa come una tradizione invece che una vocazione autentica. Persone che ripetono, spesso per una vita intera, gesti e parole dei quali non conoscono il senso o, forse, mai hanno approfondito. Ho già espresso nell’articolo “Spinoziamo” la mia visione sulla religione, eppure devo fare qualche commento ulteriore: una delle esperienze più significative che mi siano capitate, umanamente parlando, è stata una messa in una chiesa romanica sperduta nel mezzo della campagna della Provenza. Era la Pasqua del 2003, un freddo tremendo, nebbia ovunque. La chiesa, romanica come dicevo, era senza organo, ma aveva qualcosa di meglio: un coro che faceva canti gregoriani in latino; un vero canto gregoriano senza alcun tipo di strumento musicale al di fuori della voce. L’esperienza è stata bellissima: il suono delle voci stimolava una sorta di “vibrazione” interiore, un senso di calore, di sollevamento. Anche non capendo tutte le parole (è pur sempre latino ecclesiastico), il suono era sufficiente a farci sentire tutti sospesi in una bolla, come tante radio sintonizzate tutte sulla stessa frequenza. Il bello della musica in generale: la comunicazione universale, sottile, di emozioni e di sensazioni che vibrano tutte in modo unico e particolare. Per il resto la messa è stata una “normale” messa di Pasqua ma ho trovato assolutamente centrale l’utilizzo del canto, di questo tipo di canto, per “creare” l’ambiente giusto: è come se fossimo diventati tutti più “sensibili”, come se avessimo acquisito una maggiore “consapevolezza” di noi stessi. Il fatto stesso che, dopo 12 anni, ancora mi ricordi esattamente ogni cosa, ogni sensazione, è la prova della significatività che ha avuto questa esperienza, ed io non sono nemmeno credente nel senso cristiano, ma amo solo la musica. Quando musica e religione, o in generale “trascendenza”, si uniscono si ottiene un oggetto di grande potere.

Dico questo perché penso che nella routine domenicale, sia ormai poco comune assistere a tutto questo, ed inevitabilmente si finisce per “inaridire” tutto. Le cose diventano routine, dunque i riti vengono svuotati piano piano dei loro significati originali e quel che resta è solo una sequenza di procedure, quasi “burocratiche”. Il Vaticano appunto.

Non ho alcun rispetto per il Vaticano, questo per tantissimi motivi, soprattutto storici che trovo di una tale gravità da essere assolutamente non giustificabili. È storia, certo, ma gli orrori e le violenze sono talmente vive nelle loro conseguenze che ancora, su certi aspetti, paghiamo, da rendere, almeno per me, impossibile una presa di posizione più “rilassata”.

Tra tutte le varie spiacevoli conseguenze delle politiche sociali del Vaticano, veniamo al tema dell’omosessualità, che tanto è stata oggetto di sistematiche persecuzioni nel corso della storia. Secondo la Chiesa cattolica si parla di “condizione omosessuale”. In merito alla questione della “discriminazione” degli omosessuali, la Chiesa dice che: “non esiste un diritto all’omosessualità e dunque essa non costituisce la base per rivendicazioni giudiziali”. Nel 2008 la Chiesa ci ha poi detto di essere contraria alla depenalizzazione universale dell’omosessualità perché questo costituirebbe discriminazione nei confronti di quei paesi che discriminano. Le cose non migliorano per quanto riguarda la posizione sulle unioni omosessuali. Su questo la Chiesa ha chiesto agli Stati di: “affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione e di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica, aggiungendo inoltre che si tratta di un male che va tollerato e non approvato o legalizzato”.

Quest’ultima dichiarazione dice tutto in realtà: per la chiesa l’omosessualità è una perversione, un male da tollerare come tolleriamo di avere dello sterco sotto alla scarpa se entriamo in una stalla. È orribile, e mi chiedo come sia possibile che tanti fedeli, omosessuali, non provino un minimo di disagio nei confronti di un’istituzione che li ha perseguitati per secoli, con pene e torture orribili, e che ora continua a torturarli psicologicamente non potendo più usare strumenti “fisici”.

Come suggeriva Antonio, concordo con lui che almeno su queste questioni la Chiesa è: “una santa, rompipalle e cagac*zzi”.

Pietro

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