Molti di noi avranno sicuramente sentito parlare del problema energetico in Italia. I mantra più spesso ripetuti sono: non siamo autosufficienti energeticamente, importiamo gran parte dell’energia dall’estero e con il nucleare risolveremmo tutti i nostri problemi. Naturalmente, come spesso accade in temi che riguardano settori che richiederebbero adeguata preparazione tecnica per poterne parlare in serenità, queste notizie sono estremamente imprecise e, in alcuni casi, inesatte.

Prima di procedere una piccola nota di fisica: la potenza (elettrica, meccanica, termica, ecc) si misura in Watt e suoi multipli e sottomultipli. Ad esempio kW (chilowatt), MW (megawatt), GW (gigawatt) che sono, rispettivamente, 1000, 1 milione ed 1 miliardo di Watt. La potenza di un qualche dispositivo è il rapporto tra una certa quantità di “energia” che viene usata per fare qualcosa e il tempo impiegato ad utilizzarla. Per esempio diciamo che un motore elettrico ha una potenza di 1000 W se è in grado di convertire 1000 J (J è l’unità di misura dell’energia che si legge Joule) di energia elettrica in energia meccanica in 1 secondo. In parallelo, diremo che un generatore elettrico ha una potenza di 1000 W se riesce a convertire 1000 J di energia meccanica in energia elettrica ogni secondo.

È forse più familiare il kWh (si legge chilowattora) che viene riportato sulle bollette energetiche: il kWh è una unità di misura dell’energia, come il Joule, e non della potenza. Infatti 1 kWh equivale a 3.6 milioni di J. Per fare un esempio, se colleghiamo una stufa della potenza di 2400 W, e la teniamo accesa per 1 ora, avremo consumato 2.4 kWh di energia, che vengono conteggiati dal contatore.

Vediamo infatti qualche dato certo, come ci viene dato da Terna (la società che dal 2005 si occupa di gestire l’energia) e riportato da Wikipedia:

  • Il consumo di energia in Italia è mediamente di 328 GWh (gigawattora). Di questi, ne perdiamo circa 21 a causa di fenomeni dissipativi sulle linee di trasmissione. In pratica 21 GWh vengono “mangiati” dagli elettrodotti.
  • La potenza che l’Italia richiede, ogni istante, come se fosse un grande elettrodomestico, è di 39.1 GW (gigawatt). Questa oscilla tra un minimo di 22 e picchi di 52. Il massimo valore è stato raggiunto nel 2007, con un valore di 56.82 GW.

E cosa sappiamo delle nostre centrali di produzione? È vero che sono “troppo poche” o che sono “insufficienti”? La risposta, sorprendente, è NO. L’Italia, infatti, ha una capacità produttiva che al momento è già ampiamente sufficiente a renderla autosufficiente energeticamente: se infatti facessimo funzionare tutte le centrali al massimo della loro capacità, queste sarebbero in grado di erogare in modo continuativo circa 124 GW di potenza elettrica, più del doppio del picco massimo registrato nel 2007.

Ora che abbiamo dunque sfatato il mito della “non autosufficienza” sarebbe il caso di chiedersi perché le centrali siano sottoutilizzate. I motivi sono molteplici, tra questi ci sono da considerare i lavori di manutenzione sui gruppi di produzione che, spesso, non possono funzionare contemporaneamente; oppure, nel caso delle fonti rinnovabili, bisogna considerare che non sempre i bacini idroelettrici sono al massimo della loro capacità, così come non c’è sempre vento per azionare le turbine eoliche, così come non c’è sempre sole per illuminare pannelli solari e attivare le centrali a solare termodinamico.

Ecco dunque che importiamo dall’estero sia i combustibili per le centrali termoelettriche, sia l’energia già prodotta. È significativo notare come, tra l’energia che importiamo, solo il 1.5% sia prodotto da centrali termonucleari a fissione. Uno potrebbe dire: beh per forza, l’energia nucleare è più economica e se la tengono i paesi che la producono. Anche questo è un altro falso mito.

Alcuni paesi, infatti, hanno rispetto all’Italia un costo dell’energia che è inferiore del 25 o, a volte, anche del 45% senza utilizzare energia nucleare. Perché? I fattori che concorrono a determinare il prezzo dell’energia sono tanti, in Italia possiamo citare questi:

  • Le centrali tenute spente costituiscono una spesa improduttiva: parte del costo di mantenimento di queste viene infatti “spalmato” sul costo di produzione di quelle invece utilizzate. Di fatto paghiamo di più anche per “mantenere” in efficienza impianti tenuti fermi.
  • Tassazione: l’Italia applica una tassazione molto elevata sull’energia, molto più di altri paesi.
  • Sistema di trasmissione obsoleto: il sistema di trasmissione italiano è figlio di un periodo storico dove l’idea di “distribuire” la produzione elettrica non era pressoché considerata. Si tendeva cioè a progettare le linee di trasmissione considerando la centrale, le stazioni di trasformazione e gli utilizzatori finali. Nel resto di Europa e nel mondo, invece, prende sempre più piede l’idea di distribuire la produzione, permettendo anche a piccoli impianti, a volte anche di tipo domestico, di inserirsi nella rete di distribuzione. La micro produzione permetterebbe, infatti, a piccoli centri abitati, per esempio, di divenire autonomi energeticamente.

E, infine, sfatiamo un altro mito sull’economicità della produzione da fissione nucleare: un paese privo di programma nucleare sul suolo nazionale (l’ENEL infatti possiede e cogestisce alcune centrali termonucleari all’estero) deve far fronte a ingenti spese per l’avviamento: costituire un’agenzia di sicurezza nucleare, costruire le centrali ed addestrare il personale. Le centrali stesse, poi, avendo una durata di vita limitata, al termine del loro ciclo devono essere decommissionate e smantellate, operazione piuttosto gravosa, sia economicamente sia dal punto di vista ambientale. Resta poi il problema delle scorie prodotte. Naturalmente parlo di nucleare a fissione “classico” e non di approcci differenti come il nucleare “a spallazione” di Rubbia e altri processi più “eco friendly”. In altre parole, prima di essere “ripagati” della spesa iniziale, servono molti anni e dunque se servisse energia a basso costo immediatamente, percorrere questa strada sarebbe del tutto inutile. Sarebbe invece molto più efficiente agire dove si può subito: abbassare la tassazione sull’energia.

Vi riporto l’interessante pdf di Terna dove tutto questo viene spiegato in modo più approfondito: Link
Trovo sempre allarmante come, spesso, la demagogia proposta da certi politici e amplificata per voyeurismo da gran parte dei media, possa avvelenare l’opinione pubblica su temi importanti come questi. Per inciso: a me sono bastati 30 minuti di ricerca di pdf da fonti ufficiali, ed una modesta dose di conoscenze tecniche per dire una cosa che nessun giornale ha mai detto, e cioè che abbiamo centrali capaci di produrre in abbondanza e che non serve costruirne altre per essere autosufficienti, mentre invece basterebbe variare qualcosa sulla legislazione. Possibile che nessun giornalista che dovrebbe far questo di mestiere, nel 2009 si sia preso la briga di verificare invece di schierarsi vuoi con il politico nuclearista vuoi con quello antinuclearista?

Pietro

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4 pensieri su “I luoghi comuni sull’energia

  1. Bravo Pietro, ottimo articolo che fa il punto in modo chiaro e semplice (ma non semplicistico) su un argomento di per sé complesso. Più in generale credo che il tema della politica energetica sia paradigmatico di un grave limite del legislatore italiano: la sua incompetenza e, come corollario, l’approssimazione che guida le sue scelte che, al contrario, richiederebbero un’adeguata ponderazione in base a criteri oggettivi e secondo un’ottica di lungo periodo (la “miopia” è, infatti, l’altro grande male della politica italiana). D’altronde, lo stesso ambito in cui meglio dovrebbe sapersi destreggiare il legislatore, quello giuridico, versa in condizioni disastrose e, ormai, la qualità normativa è pessima (norme raffazzonate, ambigue o oscure, quando non addirittura palesemente contraddittorie). Insomma, il vero punto da cui partire dovrebbe essere una seria riflessione sulla selezione della classe dirigente del Paese, il che – beninteso – non vuol dire auspicare l’avvento di una “tecnocrazia” bensì valutare l’esempio di Paesi, come la Francia, in cui i soggetti cui è affidata la cura della “cosa pubblica” sono previamente selezionati, sulla base di un giudizio squisitamente meritocratico, e quindi formati (in un’apposita “École National d’Administration, la celebre ENA) affinché posseggano gli “strumenti” fondamentali per la valutazione e la scelta delle “policies” pubbliche più opportune, evitando così che essi finiscano per recepire supinamente le suggestioni del “perito (o presunto tale) della parte”, quella politica di riferimento. E il recente scandalo del Min. Infrastrutture è assai eloquente degli effetti disastrosi cui conducono simili consorterie. Quanto alla “dis-informazione”, beh è deprimente rilevare la contiguità, fino alla simbiosi (passaggio di “veline”, lottizzazione dei posti, reticenze editoriali o auto-censura), tra il giornalismo “main stream” e la politica, sicché non stupisce il passaggio dai ranghi del primo ai banchi della seconda. L’importante è non arrendersi a tutto ciò, conservando uno sguardo aperto e uno spirito critico. E costruttivo.

    Giovanni

    P. S.: credo che il tuo articolo meriti di essere condiviso, quindi te lo “rubo” sul mio blog 🙂

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    1. Grazie per le belle parole Giovanni!
      Si sono d’accordissimo con te: le persone andrebbero selezionate in modo da assicurare che siano competenti per il ruolo che vanno a ricoprire. Del resto parliamo di ministri, che dovrebbero essere il meglio del meglio. Non ho mai capito infatti perché all’istruzione dobbiamo avere degli avvocati invece che dei professori, così come alle infrastrutture dei laureati in scienze politiche invece di ingegneri o scienziati. Stranezze tutte nostre.
      Mi fa piacere che questo articolo ti sia piaciuto!

      Pietro

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