La bellezza solitaria

C’è una differenza tra il sentirsi soli e l’essere solitari. Nel primo caso c’è una insoddisfazione di un desiderio di condivisione, nel secondo, invece, è un modo di vivere: il “bastarsi” da soli. Talvolta capita di sentirsi un po’ a metà tra questi due “stati”, di fluttuare un po’. Penso sia fisiologico. Quello che poi si fa ogni giorno finisce per “sbilanciare” la fluttuazione più verso l’una o l’altra cosa.

Ci si può sentire belli rimanendo da soli? O meglio…ha senso? E’ un pensiero che spesso faccio. Io non sono assolutamente “bello” nel senso fisico del termine, anzi, che ne dicano parenti o qualche amico/a. La bellezza fisica è ben altra. Non lo dico per fare vittimismo, ma è l’oggettiva verità.

Tuttavia, contrariamente ai soliti luoghi comuni che non sopporto (non è bello ciò che è bello ma ciò che piace, la bellezza fisica non conta, sei bello dentro, ecc), nel bilancio finale conta anche questo. La soggettività si esprime poi dando dei pesi, per ognuno diversi, ad ogni “componente” della bellezza.

Il punto è che la bellezza esteriore è come il display di un computer: per lo sconosciuto/a, una bella immagine fa la sua impressione. Certo non si può sapere se si tratti di uno screensaver che svanirà appena si inizierà a premere qualche pulsante, o se sia bellezza in senso proprio. Non si può cioè sapere a priori se ciò che si vede è prodotto da qualcosa di sostanziale. Ragionando all’inverso, se uno fosse bello dentro, sarebbe naturale una “proiezione” sull’esterno in cui si rende manifesta l’interiorità, in parte, perché no, riflettendosi sulla fisicità.

Io ho tanti(ssimi) difetti, lo dico sul serio, che non sto qui ad elencare, ma, bene o male, mi è sempre stato detto (con qualche eccezione fisiologica) che sono, all’interno, una “bella persona”. Quello che nel mio caso manca è la “continuità” con l’esterno. Un po’ di tempo fa non accettavo questa mancanza che ora, con un pizzico di disillusione, prendo semplicemente come uno dei tanti aspetti della vita. E’ così e fine.

In questo senso dico che, a volte, ci si vede belli solo da soli, perché ci si vede senza “attribuzioni esterne”, riconoscendo anche gli aspetti fisici e caratteriali che non piacciono. Il fatto è che, spesso, non si è mai soli per un tempo sufficientemente lungo che possa permettere di “ritrovarsi” abbandonando gli “abiti di scena” che troppo spesso ci vengono messi addosso, tagliati e cuciti da altri.

Pietro

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Giorgio

Arrivo in ritardo e tutto, lo so, e forse farò delle considerazioni molto banali che sono già state fatte. Ad ogni modo, quando si verificano questi episodi, penso sia sempre bene aspettare almeno un giorno per rifletterci sopra a mente fredda. Questo non per sminuire la cosa, ma solo per poter trarre delle conclusioni con delle premesse più solide perché meno viziate dall’emotività del momento.

Ieri, un (se non il più) famoso stilista, ha detto, rivolgendosi ai gay: “non vestitevi da omosessuali“. Come di consueto accade con queste frasi, ci si è divisi in due fronti: chi sostiene che questa frase non abbia in sé alcun contenuto “nocivo”, e chi invece sostiene si tratti di omofobia. Proverò a dare una sorta di dimostrazione, volta a riscrivere la frase in un modo equivalente, che rende più chiaro il contenuto estraendone il senso.

Guarderei alla cosa ragionando alla Wittgenstein. Nella frase si dice: “non vestitevi da omosessuali”. In questa frase dire “da omosessuali” indica gli omosessuali come se fossero un “gruppo” e dunque li separa dal resto della popolazione. Una qualsiasi richiesta di separazione di un entità da un insieme, richiede l’implicita assunzione che l’entità sia riconoscibile per dei tratti caratteristici che, se non possedesse, non permetterebbero di separare in primo luogo.

Ora, visto che parliamo di persone che vivono in una società, i “tratti caratteristici” di un sottoinsieme di persone devono necessariamente essere un qualcosa che la società qualifica in qualche modo, esprimendo cioè un giudizio comunemente accettato. Si tratta cioè del senso comune che si applica a tante cose.

La frase, dunque, inevitabilmente si appoggia sul senso comune e questo fa dipendere la qualità del suo contenuto (omofobico o meno) dalla società che la riceve: in un paese dove esistono pari diritti tra eterosessuali ed omosessuali, la frase non avrebbe alcun senso dal momento che il senso comune si è evoluto al punto da non includere più alla voce “stranezze” gli omosessuali. In un paese invece come l’Italia dove ancora si discute sul fatto che l’omosessualità sia una malattia curabile, il senso comune suggerisce un alone di “scherno” e, più generalmente, dispregiativo attorno all’omosessualità. E, allora, nel momento in cui uno ti dice di “non vestirti da gay”, è una logica conseguenza che la frase assuma un significato negativo o, meglio, dispregiativo, proprio per il fatto che una frase che “parla” di qualcosa di sociale, necessariamente, così come è formulata, trae parte del suo significato dal contesto su cui insiste.

Che cosa ci dice, allora, il contesto italiano sui “tratti caratteristici” che un gay deve avere per essere riconoscibile? Semplice, di nuovo il senso comune che ci dice che, in senso negativo: il gay è il gay macchietta, quello sculettante col chihuahua in braccio, capello rosa, borsetta, boa al collo, voce acuta, gesticolante.

Alla luce di queste considerazioni, la frase iniziale la possiamo leggere, con sicurezza, dicendo: “gay, non vestitevi secondo il senso comune”. Riscritta in questo modo, la negatività è forse più evidente ancora: perché mai uno non dovrebbe vestirsi come preferisce?

E’ il solito discorso che fanno tanti, del tipo: “noi ci battiamo per i diritti civili e poi arrivano le checche che confermano gli stereotipi?”. Lo stereotipo, di nuovo, fa parte del senso comune. Se si cambiasse il senso comune, lo stereotipo semplicemente muterebbe con esso. Diversamente, non ha alcun senso pretendere di cambiare la società mostrando che è lo stereotipo a non avere senso, nascondendo le “checche” e mostrando solo i “gay normali” (chiedo scusa per i termini ma uso quelli che solitamente vengono impiegati da chi fa questi discorsi). E’ come se spegnessimo il monitor di un computer e pretendessimo che il computer si spegnesse a sua volta. Non funziona così. Quello che si deve fare, è cambiare la società dall’interno, dal momento che lo stereotipo è semplicemente una “spia”, un “giudizio sintetico”, che deriva da ciò che la società pensa su una determinata questione. E’ una relazione a senso unico: società –> stereotipo, non si inverte.

Riassumendo: penso che dietro la frase dello stilista si nasconda, ancora, l’errata idea dell’ “invertibilità” della relazione “società – stereotipo”, come appena scritto. Questo, poi, introduce una separazione interna al “mondo gay”: ci sono i “gay normali” e  “le checche”. La frase, dunque, pur non essendo omofoba in senso stretto per quanto detto prima (dipende dal contesto da cui è ricevuta), finisce per essere, in senso assoluto, un’istigatrice di omofobia all’interno dello stesso “mondo gay”. Ci mostra cioè come gli omofobi esistano anche tra i gay.

Pietro

Kindness

Vi è mai capitato di avere a che fare con persone che non sono capaci di accettare la gentilezza e le buone maniere per quello che sono, ma che vedono dietro a questo delle altre cose? Persone che cioè interpretano i vosti gesti attribuendo ad essi dei significati che mai pensavate di convogliare? Ecco: purtroppo a me è capitato. Mark Twain diceva che:

Kindness is the language which the deaf can hear and the blind can see.

E cioè: “la gentilezza è il linguaggio che il sordo può udire e il cieco può vedere“. Sono delle parole molto belle, che a me piace intendere in “senso lato”: si può essere sordi e/o ciechi in tanti modi, sia in senso fisico sia in senso più astratto. Si può cioè essere sordi/ciechi alle emozioni, impenetrabili e impermeabili. E, quando questo accade, la gentilezza in effetti passa del tutto inosservata e viene interpretata nei modi più vari, a seconda del vissuto della persona oggetto della nostra gentilezza.

È una cosa sufficientemente provata che chi ha subito traumi emotivi, come chi, ad esempio, si è fidato ciecamente di qualcuno per poi vedere la sua fiducia tradita, poi diventi pian piano incapace di vedere questi atteggiamenti per quello che in realtà sono, senza doppi fini.

La cosa peggiore, quando si ha a che fare con qualcuno che ha questa impermeabilità e che non la rende manifesta, è che non ci si rende conto che si può fare del male e infastidire. Il passo successivo è che l’altro/a reagisce come se avesse subito un’aggressione a tutti gli effetti. Almeno questo è quanto è capitato a me: sono stato poi aggredito, vedendomi attribuire atteggiamenti e pensieri che mai mi avevano sfiorato.

Un consiglio che posso dare da questa esperienza è: non essere troppo entusiasti ad elargire gentilezza. Meglio andare per gradi, ognuno è diverso e se ha subito dei traumi non è detto che ne voglia parlare.

Resta comunque il fatto che, e ne sono fermamente convinto, essere gentili senza essere stupidi sia una qualità molto desiderabile, e rara.

Pietro

Catechismo e Vaticano

Sui social ci si confronta spesso su tanti temi, sicuramente quello dell’omosessualità e di come questa sia vista dalla Chiesa. Non voglio essere ripetitivo, già parlavo di come il Cristianesimo avesse da sempre visto l’omosessualità come una perversione e, più in generale, come una fastidiosa devianza dal comportamento “normale”, ecco il link al post.

Sono anche conscio del fatto che religione ed istituzione “vaticana” sono due entità tecnicamente separate, anche se intrinsecamente legate e talvolta vengono in contatto. Uno dei punti di contatto più significativi è sicuramente sul tema dell’omosessualità. Citerò infatti quanto dice il Catechismo e quanto dice, politicamente parlando, il Vaticano.

Il Catechismo

A questo link si può trovare tutto il testo della parte inerente amore e comportamenti sessuali. Riguardo l’omosessualità il Catechismo della Chiesa Cattolica recita:

L’omosessualità designa le relazioni tra uomini o donne che provano un’attrattiva sessuale, esclusiva o predominante, verso persone del medesimo sesso. Si manifesta in forme molto varie lungo i secoli e nelle differenti culture. La sua genesi psichica rimane in gran parte inspiegabile.

Prima di continuare: notiamo quindi come il Catechismo ritenga l’omosessualità un inspiegabile fenomeno generato psichicamente. La scienza moderna ci dice che la sessualità, in tutte le sue forme, ha origini “psichiche”, vuoi che sia eterosessualità o omosessualità. Già qui, dunque, la posizione della chiesa è, scientificamente parlando, inesatta. Ma l’articolo prosegue così:

Appoggiandosi sulla Sacra Scrittura, che presenta le relazioni omosessuali come gravi depravazioni, 238 la Tradizione ha sempre dichiarato che « gli atti di omosessualità sono intrinsecamente disordinati ». 239 Sono contrari alla legge naturale. Precludono all’atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati.

Un altro commento su un fatto secondo me centrale: il Catechismo ci dice che le relazioni omosessuali, oltre ad essere gravi depravazioni, “non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale“. In altre parole, si dichiara impossibile l’esistenza dell’amore tra due uomini o tra due donne e si dice, in più, che anche i rapporti sessuali non siano tali in senso proprio. Questo ultimo punto sui rapporti sessuali discende da quanto il Catechismo dica prima sul fatto che il solo rapporto sessuale ammissibile sia quello finalizzato alla riproduzione. Trovo invece totalmente ingiustificata l’affermazione sul l’impossibilità di “affettività” tra uomo e uomo o tra donna e donna.

Il Catechismo però continua, ecco l’articolo successivo:

Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita, e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione.

In qualche modo qui la Chiesa ci “salva”, almeno secondo lei: gli omosessuali sono in questa “condizione” perché è una prova che il Signore ha messo sulla loro strada, e dunque devono essere guardati con “compassione e delicatezza“. È curioso il passaggio sull’ “evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione“. Si tratterebbe infatti di definire cosa si intenda con evitare (che non è condannare) e cosa si intenda con “ingiusta“.

Ma continuiamo con l’ultimo articolo:

Le persone omosessuali sono chiamate alla castità. Attraverso le virtù della padronanza di sé, educatrici della libertà interiore, mediante il sostegno, talvolta, di un’amicizia disinteressata, con la preghiera e la grazia sacramentale, possono e devono, gradatamente e risolutamente, avvicinarsi alla perfezione cristiana.

Ecco: quindi una persona omosessuale, necessariamente, deve essere casta per sottoscrivere la sua “condizione” ed evitare dunque quei comportamenti “disordinati” di cui si parlava prima.

In conclusione, possiamo riassumere ciò che dice il Catechismo in questi tre punti:

  1. È impossibile l’affettività tra due persone dello stesso sesso.
  2. L’omosessualità è una condizione svantaggiosa che il Signore ha posto sulla nostra strada. L’omosessuale va dunque visto con compassione e si deve evitare di discriminarlo.
  3. La persona omosessuale deve essere casta.

Come si vede, si impongono pesanti vincoli sulla libertà di espressione e di vita del singolo, in aperto contrasto con quanto dicono, ad esempio, i nostri principi costituzionali che invece salvaguardano la libertà affettiva dell’individuo. Questo è quanto dice il Catechismo: devo quindi assumere, per serietà, che tutti i “catto gay” che si scagliano ferocemente contro le mie esternazioni seguano a puntino quanto prescritto dal Catechismo, castità inclusa, e divieto alla masturbazione.

Il Vaticano

Il Vaticano è molto chiaro su tutta questa questione. Riporto qui una brevissima cronologia:

  1. Nel 1992: sul tema della discriminazione il Vaticano dice “non vi è un diritto all’omosessualità, che pertanto non dovrebbe costituire la base per rivendicazioni giudiziali“. In altre parole: la discriminazione tecnicamente non esiste.
  2. Nel 2008: l’osservatore permanente della Santa Sede presso le Nazioni Unite si schiera contro il disegno di legge per depenalizzare ovunque l’omosessualità, che in alcuni paesi prevede la morte, dicendo che: “il disegno di legge, discriminando chi discrimina, introduce di fatto una discriminazione a sua volta“. Questo è coerente con quanto diceva il Catechismo: si deve evitare di discriminare, non è vietato.
  3. Nel 2011: si rincara la dose e ci si oppone fermamente all’inclusione dell’orientamento sessuale tra i diritti umani. Di più, si chiede agli Stati di: “affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione e di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica, aggiungendo inoltre che si tratta di un male che va tollerato e non approvato o legalizzato“.

Arrivati a questo punto, abbiamo dunque un quadro completo della questione. Direi che non ci sono ulteriori commenti da fare se non: cari gay cattolici, rispetto la vostra fede, ma non vedo come possiate amare un’istituzione che regola la vostra fede dicendovi di volervi del male.

Pietro

 

Oops they did it again

Vorrei parlare un po’ del tema dell’omosessualità nel Vaticano. Dico nel Vaticano e non nella Chiesa perché penso che sarebbe ingiusto verso tanti fedeli non separare le due cose: l’istituzione religiosa e la religione. Certo, poi il problema è che troppi fedeli non fanno questa distinzione e finiscono per scambiare la ritualità istituzionale per ritualita religiosa.

Ho sempre trovato, infatti, singolare il comportamento, che potrei definire tranquillamente ipocrita, di tanti che sono cristiani solo un giorno alla settimana per un’ora circa, magari spazientendosi se “ma quando dà la benedizione che ho da fare”? Così come mi hanno sempre colpito persone che in chiesa si sbracciavano per “scambiare gesti di pace” o annuivano vigorosamente se il prete parlava di “solidarietà tra persone” e poi, uscendo dalla chiesa, guardavano con odio i mendicanti e i clochard sibilando parole come: “brutti schifosi”, “ci ingannano in realtà sono pieni di soldi” e simili frasi che da un cristiano non dovrebbero mai uscire visto che, sempre in teoria, il pensare male a priori non dovrebbe rientrare tra le qualità del fedele, anzi è proprio un peccato. Il fatto è che per molti rispettare le direttive della cristianità vuol dire farlo fintanto che aiuti chi ha il tuo stesso colore di pelle, stessa estrazione sociale e conduce un’adorabile e “normalissima” vita fatta di lavoro, famiglia e chiesa.

Ho sempre avuto questa sensazione qui, almeno vedendo le persone che conosco: la chiesa come una tradizione invece che una vocazione autentica. Persone che ripetono, spesso per una vita intera, gesti e parole dei quali non conoscono il senso o, forse, mai hanno approfondito. Ho già espresso nell’articolo “Spinoziamo” la mia visione sulla religione, eppure devo fare qualche commento ulteriore: una delle esperienze più significative che mi siano capitate, umanamente parlando, è stata una messa in una chiesa romanica sperduta nel mezzo della campagna della Provenza. Era la Pasqua del 2003, un freddo tremendo, nebbia ovunque. La chiesa, romanica come dicevo, era senza organo, ma aveva qualcosa di meglio: un coro che faceva canti gregoriani in latino; un vero canto gregoriano senza alcun tipo di strumento musicale al di fuori della voce. L’esperienza è stata bellissima: il suono delle voci stimolava una sorta di “vibrazione” interiore, un senso di calore, di sollevamento. Anche non capendo tutte le parole (è pur sempre latino ecclesiastico), il suono era sufficiente a farci sentire tutti sospesi in una bolla, come tante radio sintonizzate tutte sulla stessa frequenza. Il bello della musica in generale: la comunicazione universale, sottile, di emozioni e di sensazioni che vibrano tutte in modo unico e particolare. Per il resto la messa è stata una “normale” messa di Pasqua ma ho trovato assolutamente centrale l’utilizzo del canto, di questo tipo di canto, per “creare” l’ambiente giusto: è come se fossimo diventati tutti più “sensibili”, come se avessimo acquisito una maggiore “consapevolezza” di noi stessi. Il fatto stesso che, dopo 12 anni, ancora mi ricordi esattamente ogni cosa, ogni sensazione, è la prova della significatività che ha avuto questa esperienza, ed io non sono nemmeno credente nel senso cristiano, ma amo solo la musica. Quando musica e religione, o in generale “trascendenza”, si uniscono si ottiene un oggetto di grande potere.

Dico questo perché penso che nella routine domenicale, sia ormai poco comune assistere a tutto questo, ed inevitabilmente si finisce per “inaridire” tutto. Le cose diventano routine, dunque i riti vengono svuotati piano piano dei loro significati originali e quel che resta è solo una sequenza di procedure, quasi “burocratiche”. Il Vaticano appunto.

Non ho alcun rispetto per il Vaticano, questo per tantissimi motivi, soprattutto storici che trovo di una tale gravità da essere assolutamente non giustificabili. È storia, certo, ma gli orrori e le violenze sono talmente vive nelle loro conseguenze che ancora, su certi aspetti, paghiamo, da rendere, almeno per me, impossibile una presa di posizione più “rilassata”.

Tra tutte le varie spiacevoli conseguenze delle politiche sociali del Vaticano, veniamo al tema dell’omosessualità, che tanto è stata oggetto di sistematiche persecuzioni nel corso della storia. Secondo la Chiesa cattolica si parla di “condizione omosessuale”. In merito alla questione della “discriminazione” degli omosessuali, la Chiesa dice che: “non esiste un diritto all’omosessualità e dunque essa non costituisce la base per rivendicazioni giudiziali”. Nel 2008 la Chiesa ci ha poi detto di essere contraria alla depenalizzazione universale dell’omosessualità perché questo costituirebbe discriminazione nei confronti di quei paesi che discriminano. Le cose non migliorano per quanto riguarda la posizione sulle unioni omosessuali. Su questo la Chiesa ha chiesto agli Stati di: “affermare chiaramente il carattere immorale di questo tipo di unione e di contenere il fenomeno entro limiti che non mettano in pericolo il tessuto della moralità pubblica, aggiungendo inoltre che si tratta di un male che va tollerato e non approvato o legalizzato”.

Quest’ultima dichiarazione dice tutto in realtà: per la chiesa l’omosessualità è una perversione, un male da tollerare come tolleriamo di avere dello sterco sotto alla scarpa se entriamo in una stalla. È orribile, e mi chiedo come sia possibile che tanti fedeli, omosessuali, non provino un minimo di disagio nei confronti di un’istituzione che li ha perseguitati per secoli, con pene e torture orribili, e che ora continua a torturarli psicologicamente non potendo più usare strumenti “fisici”.

Come suggeriva Antonio, concordo con lui che almeno su queste questioni la Chiesa è: “una santa, rompipalle e cagac*zzi”.

Pietro

I luoghi comuni sull’energia

Molti di noi avranno sicuramente sentito parlare del problema energetico in Italia. I mantra più spesso ripetuti sono: non siamo autosufficienti energeticamente, importiamo gran parte dell’energia dall’estero e con il nucleare risolveremmo tutti i nostri problemi. Naturalmente, come spesso accade in temi che riguardano settori che richiederebbero adeguata preparazione tecnica per poterne parlare in serenità, queste notizie sono estremamente imprecise e, in alcuni casi, inesatte.

Prima di procedere una piccola nota di fisica: la potenza (elettrica, meccanica, termica, ecc) si misura in Watt e suoi multipli e sottomultipli. Ad esempio kW (chilowatt), MW (megawatt), GW (gigawatt) che sono, rispettivamente, 1000, 1 milione ed 1 miliardo di Watt. La potenza di un qualche dispositivo è il rapporto tra una certa quantità di “energia” che viene usata per fare qualcosa e il tempo impiegato ad utilizzarla. Per esempio diciamo che un motore elettrico ha una potenza di 1000 W se è in grado di convertire 1000 J (J è l’unità di misura dell’energia che si legge Joule) di energia elettrica in energia meccanica in 1 secondo. In parallelo, diremo che un generatore elettrico ha una potenza di 1000 W se riesce a convertire 1000 J di energia meccanica in energia elettrica ogni secondo.

È forse più familiare il kWh (si legge chilowattora) che viene riportato sulle bollette energetiche: il kWh è una unità di misura dell’energia, come il Joule, e non della potenza. Infatti 1 kWh equivale a 3.6 milioni di J. Per fare un esempio, se colleghiamo una stufa della potenza di 2400 W, e la teniamo accesa per 1 ora, avremo consumato 2.4 kWh di energia, che vengono conteggiati dal contatore.

Vediamo infatti qualche dato certo, come ci viene dato da Terna (la società che dal 2005 si occupa di gestire l’energia) e riportato da Wikipedia:

  • Il consumo di energia in Italia è mediamente di 328 GWh (gigawattora). Di questi, ne perdiamo circa 21 a causa di fenomeni dissipativi sulle linee di trasmissione. In pratica 21 GWh vengono “mangiati” dagli elettrodotti.
  • La potenza che l’Italia richiede, ogni istante, come se fosse un grande elettrodomestico, è di 39.1 GW (gigawatt). Questa oscilla tra un minimo di 22 e picchi di 52. Il massimo valore è stato raggiunto nel 2007, con un valore di 56.82 GW.

E cosa sappiamo delle nostre centrali di produzione? È vero che sono “troppo poche” o che sono “insufficienti”? La risposta, sorprendente, è NO. L’Italia, infatti, ha una capacità produttiva che al momento è già ampiamente sufficiente a renderla autosufficiente energeticamente: se infatti facessimo funzionare tutte le centrali al massimo della loro capacità, queste sarebbero in grado di erogare in modo continuativo circa 124 GW di potenza elettrica, più del doppio del picco massimo registrato nel 2007.

Ora che abbiamo dunque sfatato il mito della “non autosufficienza” sarebbe il caso di chiedersi perché le centrali siano sottoutilizzate. I motivi sono molteplici, tra questi ci sono da considerare i lavori di manutenzione sui gruppi di produzione che, spesso, non possono funzionare contemporaneamente; oppure, nel caso delle fonti rinnovabili, bisogna considerare che non sempre i bacini idroelettrici sono al massimo della loro capacità, così come non c’è sempre vento per azionare le turbine eoliche, così come non c’è sempre sole per illuminare pannelli solari e attivare le centrali a solare termodinamico.

Ecco dunque che importiamo dall’estero sia i combustibili per le centrali termoelettriche, sia l’energia già prodotta. È significativo notare come, tra l’energia che importiamo, solo il 1.5% sia prodotto da centrali termonucleari a fissione. Uno potrebbe dire: beh per forza, l’energia nucleare è più economica e se la tengono i paesi che la producono. Anche questo è un altro falso mito.

Alcuni paesi, infatti, hanno rispetto all’Italia un costo dell’energia che è inferiore del 25 o, a volte, anche del 45% senza utilizzare energia nucleare. Perché? I fattori che concorrono a determinare il prezzo dell’energia sono tanti, in Italia possiamo citare questi:

  • Le centrali tenute spente costituiscono una spesa improduttiva: parte del costo di mantenimento di queste viene infatti “spalmato” sul costo di produzione di quelle invece utilizzate. Di fatto paghiamo di più anche per “mantenere” in efficienza impianti tenuti fermi.
  • Tassazione: l’Italia applica una tassazione molto elevata sull’energia, molto più di altri paesi.
  • Sistema di trasmissione obsoleto: il sistema di trasmissione italiano è figlio di un periodo storico dove l’idea di “distribuire” la produzione elettrica non era pressoché considerata. Si tendeva cioè a progettare le linee di trasmissione considerando la centrale, le stazioni di trasformazione e gli utilizzatori finali. Nel resto di Europa e nel mondo, invece, prende sempre più piede l’idea di distribuire la produzione, permettendo anche a piccoli impianti, a volte anche di tipo domestico, di inserirsi nella rete di distribuzione. La micro produzione permetterebbe, infatti, a piccoli centri abitati, per esempio, di divenire autonomi energeticamente.

E, infine, sfatiamo un altro mito sull’economicità della produzione da fissione nucleare: un paese privo di programma nucleare sul suolo nazionale (l’ENEL infatti possiede e cogestisce alcune centrali termonucleari all’estero) deve far fronte a ingenti spese per l’avviamento: costituire un’agenzia di sicurezza nucleare, costruire le centrali ed addestrare il personale. Le centrali stesse, poi, avendo una durata di vita limitata, al termine del loro ciclo devono essere decommissionate e smantellate, operazione piuttosto gravosa, sia economicamente sia dal punto di vista ambientale. Resta poi il problema delle scorie prodotte. Naturalmente parlo di nucleare a fissione “classico” e non di approcci differenti come il nucleare “a spallazione” di Rubbia e altri processi più “eco friendly”. In altre parole, prima di essere “ripagati” della spesa iniziale, servono molti anni e dunque se servisse energia a basso costo immediatamente, percorrere questa strada sarebbe del tutto inutile. Sarebbe invece molto più efficiente agire dove si può subito: abbassare la tassazione sull’energia.

Vi riporto l’interessante pdf di Terna dove tutto questo viene spiegato in modo più approfondito: Link
Trovo sempre allarmante come, spesso, la demagogia proposta da certi politici e amplificata per voyeurismo da gran parte dei media, possa avvelenare l’opinione pubblica su temi importanti come questi. Per inciso: a me sono bastati 30 minuti di ricerca di pdf da fonti ufficiali, ed una modesta dose di conoscenze tecniche per dire una cosa che nessun giornale ha mai detto, e cioè che abbiamo centrali capaci di produrre in abbondanza e che non serve costruirne altre per essere autosufficienti, mentre invece basterebbe variare qualcosa sulla legislazione. Possibile che nessun giornalista che dovrebbe far questo di mestiere, nel 2009 si sia preso la briga di verificare invece di schierarsi vuoi con il politico nuclearista vuoi con quello antinuclearista?

Pietro