Qualche settimana fa raccontavo di come il 2014, e ormai anche questo inizio di 2015, mi hanno insegnato molte cose, specialmente sul tema dei rapporti umani. Tra le tante, ho veramente capito qualcosa che di solito ripetevo come un mantra, a vuoto: “è impossibile imporsi di voler bene a qualcuno“.

Spesso si parla, secondo me sbagliando, di “accontentarsi”, di “accettare passivamente” perché spesso molti dicono che le cose possono piacere man mano che ci si abitua. Io trovo pericolosa la confusione che spesso si fa tra la necessità di adattarsi e l’accontentarsi. Sono due cose ben distinte: l’adattamento, infatti, pur essendo un compromesso, mantiene quell’energia e quella spinta che sono funzionali al percorrere una qualche strada verso un qualche obiettivo. Mi adatto ma lo faccio consapevole di dove si sta andando. L’accontentarsi, invece, è un compromesso che include, più o meno tacitamente, l’assunzione che non si potrà, a priori, avere quello che si cerca. Si parte cioè già “sconfitti” in partenza.

Pur descrivendo, all’apparenza, la stessa necessità (e cioè il fare compromessi), l’approccio che utilizzano è radicalmente differente. Penso infatti che, nella vita, sia inevitabile fare dei compromessi nel senso dell’adattarsi, non c’è niente di sbagliato. Questo avviene perché ci capita spesso di interagire con persone che sono, rispetto a noi, distanti: chi culturalmente, chi per educazione, percorsi di vita, ecc. Adattarsi, nel rispetto reciproco, è in sé un’azione che misura il rispetto che abbiamo tanto per gli altri quanto per noi stessi.

Se tutti fossimo convinti di quel che dobbiamo fare e della strada che dobbiamo seguire, non avrebbe neanche più senso parlare di relazioni umane: saremmo solo dei bulldozer programmati per sfondare ogni ostacolo che abbiamo davanti e non avremmo bisogno di nessuno. Invece, mettersi in gioco, che è la cosa più faticosa ma anche quella che da più soddisfazione, è la strada giusta. E’ invece la strada facile “spianare tutto”: ad essere cattivi non ci vuole nulla, serve solo tanta stupidità, cosa che qualsiasi persona intelligente può riuscire tranquillamente ad emulare.

Parlo di tutto questo perché mi sono reso conto, in questi ultimi giorni, che il tema dell’adattarsi / accontentarsi ben si è adattato, almeno nel mio caso, anche a delle “strane” relazioni di “supposta” amicizia, alcune che duravano da anni, altre da qualche mese. Mi ero infatti imposto di riuscire a voler bene a persone per le quali ho sempre percepito una sorta di “dubbio” di fondo. Un dubbio che ho provato a non vedere e a “mutilare” nel corso del tempo, ma che alla fine ha avuto la meglio.

Se, come a me, vi piace molto la letteratura horror, il racconto Il Gatto Nero (di Edgar Allan Poe) è una perfetta metafora per quello che sto descrivendo: il gatto rappresenta i dubbi e le negatività che facciamo finta di non vedere. Ci dà fastidio vederlo in giro, proviamo rabbia verso di lui, odio, vogliamo cancellarlo ma lui resta lì, e ritornerà sempre fuori, anche se ce lo dovessimo dimenticare dietro ad un muro di falsità, a ricordarci che i dubbi e le paure esistono per un motivo ed uno soltanto: i primi vanno risolti, le seconde vanno affrontate.

Come scrivevo prima, avevo dei dubbi che potevano tutti riassumersi in: “perché sto facendo questo?”. Mantenere dei rapporti vuoti, dove non c’è più alcun tipo di interesse e di contenuto che non fosse una vuota e umiliante ritualità è, in primo luogo, una mancanza di rispetto verso sé stessi.

E così, rendersi conto in un momento di “sudden revelation” (come diceva Joyce) dell’assurdità di ciò che si sta continuando a mantenere, mi ha fatto capire quello che dicevo all’inizio: le persone o ti piacciono o non ti piacciono, non esiste l’accontentarsi. Ci si può invece adattare a tante cose, ma accontentarsi, per quanto mi riguarda, mai.

Mi piace spesso parlare per metafore, anche se non sono sempre così “originali”, tuttavia mi è sempre piaciuto immaginare le relazioni umane come delle case. In questo caso l’unico suono era il silenzio, a cui mi ero abituato ormai da qualche tempo. Poi, improvvisamente, ecco il rumore di una pietra che sfonda una finestra. Era solo un rumore, non c’era nessuno. Un gesto che mi ha, però, ricordato quanto urgente fosse uscire in fretta di lì e chiudere a chiave quelle porte troppo spesso lasciate socchiuse, buttare le chiavi e lasciare all’abbandono quella casa che, sempre più diroccata, ora potrà, in tutta serenità, crollare nel silenzio senza fare alcun danno. Non ci saranno più rumori.

Pietro

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