Non sono una di quelle persone che si sentono le più fortunate dell’universo; tuttavia, almeno nel mio caso, ho la “fortuna” di non avere motivi indipendenti dalla mia volontà che mi rendano infelice. Tutto sta nel conoscersi: più ci si conosce e si ha confidenza con se stessi e più facilmente si possono “spegnere” questi generatori di infelicità. Sempre parlando per esperienza personale, ho visto che con me funziona così.

Per una cosa però mi sento molto fortunato, come dicevamo tra amici bloggers (vi abbraccio e vi cuoro): l’empatia e la sensibilità. Certo, a volte lascio avere la meglio al mio lato più irrazionale e “ferale”, ma, in condizioni ottimali sono così: ricettivo. Paradossalmente ho iniziato ad apprezzare maggiormente questa qualità usando i social network. Si viene a contatto, seppur in modo virtuale, con una grande varietà di caratteri: modi di fare, di vedere la vita e di pensare che mai avrei potuto trovare con così grande facilità e variabilità nella vita quotidiana.

Esattamente come il “grindr in real life” sarebbe tragicomico, stessa cosa vale per un “Twitter in real life”: se mi mettessi ad urlare “Maria io esco”, vestito da Tina, in mezzo alla strada probabilmente attirerei, oltre a qualche risata, anche la polizia. Ad ogni modo, tornando al punto della questione: nella vita reale la probabilità di interagire con qualcuno che conosci poco o non conosci per niente, su un argomento random, è davvero molto bassa e dunque si hanno pochi elementi per misurare le proprie reazioni e i propri stati d’animo. Tutto questo invece i social lo rendono immediato e, anzi, social come Twitter si basano proprio sull’annullamento di questo tipo di barriera per stimolare la comunicazione.

Come dicevo, dunque, empatia e sensibilità: in poco più di un anno che uso i social, ho sempre verificato, con frequenza piuttosto costante, una specie di principio fondamentale su cui si regge l’interazione: “ognuno capisce quel che vuol capire”. Sembrerà una conclusione banalissima, ma pensiamoci un attimo: capita spesso, quando parliamo con qualcuno che magari non conosciamo benissimo, che alcune frasi possano sembrare ambigue. Per dirla alla brutta, a volte non è chiaro se qualcuno ci stia “perculando”. Ci sono dunque due strade: o si pensa a priori che la persona sia in malafede e si risponde male a propria volta, oppure ci si carica del rischio, per molti troppo pesante, di passare per ingenui/scemi e si chiede, cortesemente, di spiegarsi meglio.

Per qualche motivo, specialmente su Twitter, ho sempre visto scegliere la prima strada: se tu scrivi A intendendo A, c’è sempre qualcuno che capisce B, non ti chiede la conferma, ti risponde malamente e ti dà pure la colpa di non esserti spiegato bene, tralasciando il fatto che lo “spiegarsi bene” sia di per se una richiesta sbagliata: il massimo che si può fare è parlarsi nella stessa lingua, se uno è educato e non capisce chiede chiarimenti, se invece è arrogante e malpensante/frustrato penserà che lo stai prendendo per il culo (passatemi il francesismo). È come se molte persone fossero spaventate dall’idea di apparire “deboli” perché qualcuno le prende in giro, dimenticandosi sempre che l’unico a perderci è solo chi a priori fa troppe assunzioni ingiustificate: la paura, infatti, risiede proprio in questo. Non c’è niente di più confortante, infatti, che utilizzare pregiudizi: dispensano dalla necessità di esporsi e, nel caso la persona si trovasse con le spalle al muro, li potrà sempre usare come alibi: “no scusa non volevo offenderti, è che quelli come te di solito son così, ecc“.

Mi ritengo dunque molto fortunato per essere una di quelle persone dotate di quelle sensibilità che non mi fanno pesare la libertà di non pensare mai male a priori di qualcuno. Sicuramente spesso sono troppo ingenuo, tuttavia preferisco l’ingenuità alla sterile cattiveria. Quella la lascio volentieri a chi non ha altro da dare.

Pietro

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