Sono fermamente convinto che sia molto più semplice aspettare che una generazione muoia con i suoi pregiudizi, per poi educare quelle future con nuovi valori. In questi giorni, ma potrei dire anni, sta andando in scena il consueto spettacolino tutto italiano: l’incapacità di ridefinire, ampliando, il concetto di famiglia, estendendo i diritti al momento esclusiva delle coppie eterosessuali.

Sono fermamente convinto, ma non sono un antropologo professionista purtroppo, che in Italia ci sia una forma di fastidio nei confronti della “particolarità”, intesa in senso lato e su tutti gli ambiti, che deriva da modelli educativi particolarmente antiquati, caratterizzati tutti dal soffocamento sistematico della curiosità di conoscere: in altre parole, si deve essere normali. Tutto ciò che esula dal concetto di normalità, deve essere visto con sospetto: se hai un’idea che vuoi realizzare non provarci neanche perché andra male (pensa alle cose pratiche!), se sei più bravo a scuola è inutile perché per vivere devi saper fare una lavatrice (o una o l’altra), se sei un imprenditore di successo sicuramente hai rubato soldi, se vinci un concorso statale sei sicuramente un raccomandato. In altre parole: tutto deve restare piatto, uniforme, costante. La normalità non deve essere perturbata.

L’appiattimento sistematico è però generatore di frustrazione, che si scarica poi sul prossimo, in quanto l’accettazione della convenzione sociale della normalità, che è fortemente rassicurante in quanto essendo uguale a tutti gli altri non si verrà mai messi in discussione, automaticamente preclude la possibilità di fare autocritica: se infatti mi mettessi in discussione, non sarei più “normale”, ma attirerei l’attenzione dei miei “peers” che mi vedrebbero con sospetto e dunque verrei emarginato.

Penso quindi che il rifugiarsi nella normalità sia una misura difensiva, largamente impiegata da persone a cui è stato insegnato di non essere curiose, di non avere “grilli per la testa”: persone educate cioè alla paura, alla sfiducia. Persone così non possono e, generalmente, non hanno grande fiducia e sicurezza in loro stesse, in quanto sono costantemente preoccupate dal mantenere un’immagine di loro stesse che appaia il più possibile “normale”. Tutto il resto è nascosto.

Mi è capitato più volte di discutere su questi temi, con particolare riguardo alle coppie gay, soprattutto online (purtroppo) e le obiezioni più frequenti che ho ricevuto sul tema dei diritti, ma anche sulle coppie in generale (inclusa la possibilità di avere ed adottare figli) sono queste:

  • quando vedo due gay insieme per la strada, mi sento provocato: questa è una frase che ho sentito spesso. Il mio consiglio è sempre stato, e resta quello di cercare un con counsellor o uno psicologo con urgenza. Sarebbe curioso interrogarsi sull’origine del senso di provocazione. Per quanto mi riguarda, l’origine risiede quasi sempre nel “turbamento della normalità” che tanto altera il delicato equilibrio della vita di tante persone, come scrivevo più sopra.
  • la famiglia naturale è tra uomo e donna: qui abbiamo un primo problema, costituito dall’uso dell’aggettivo “naturale” in luogo di “normale”. L’equazione normalità = naturalezza è in effetti ciò che fornisce, a queste persone, la legittimità della loro posizione (chiaramente dal loro punto di vista). Come in realtà sappiamo, in natura non esiste alcun concetto assimilabile a quello che la famiglia ha per noi umani: la famiglia è infatti un istituto giuridico, baroccamente vestito di valori religiosi. Ciò che possiamo definire naturale è che sia necessario un ovulo e uno spermatozoo per assicurare continuità della specie, il fatto che i proprietari dei gameti debbano essere legati con qualche tipo di vincolo giuridico e/o religioso è del tutto non richiesto dalla natura. Questo infatti ci da la più ampia visione per definire un nuovo concetto di famiglia, che andrebbe basato sul vincolo affettivo e non sul vincolo riproduttivo, nel senso biologico del termine. La famiglia naturale, per l’uomo, dovrebbe dunque essere basata sul sentimento: le varie declinazioni seguono automaticamente.
  • i gay non devono avere figli sennò questi cresceranno male, e saranno gay anche loro: questa mi è capitata di sentirla varie volte, anche di persona. È il tema della “trasmissione dell’omosessualità”, come se questa fosse una malattia infettiva che si trasmette da una persona ad un’altra. Esistono numerosissimi studi che sono stati condotti su coppie gay ed eterosessuali con figli, per determinare delle eventuali differenze nei processi di crescita dei bambini. I risultati sono stati chiari: nessuna differenza in senso negativo è mai stata osservata, mentre, sporadicamente, si sono osservate delle positive influenze sullo sviluppo delle capacità relazionali nei bambini con genitori dello stesso sesso. Sul fatto che un bambino possa “crescere gay” se allevato da una famiglia gay penso ci sia anche poco da discutere. Io penso che la sessualità sia un continuo invece che una serie di momenti nettamente separati: diversamente, non si spiegherebbe come mai dei genitori eterosessuali possano crescere dei figli omosessuali. È un discorso senza alcun senso o base scientifica.
  • un bambino ha bisogno di una madre e di un padre: un bambino avrebbe solo bisogno di affetto e di un ambiente stimolante in cui poter sperimentare la vita nei modi che sente più vicini a lui. Questo è quello che i miei genitori hanno fatto con me ed è quello per cui sarò a loro sempre grato: hanno lasciato piena libertà alla mia curiosità. Sul fatto della figura femminile e maschile penso che si compia un altro errore “di approssimazione”: qui ci sono due equazioni alla base, secondo me eccessivamente semplicistiche, e cioè: maschio = uomo, femmina = donna. Io sono convinto che in ognuno di noi coesistano parti maschili e parti femminili, un continuo di sensibilità differenti che insieme concorrono a costituire la persona per quello che è: un’entità complessa. E queste differenti sensibilità “verranno fuori” da sole in base alla situazione, incluso il processo di crescita di un figlio. Serve cioè essere dei genitori, il sesso biologico conta poco: uno non è uomo se è maschio e non è donna se è femmina.
  • un bambino con genitori gay verrebbe preso in giro da altri bambini: posso assicurare per esperienza personale che io, avendo frequentato una scuola elementare parificata, venivo considerato “strano” perché i miei genitori erano separati. Il punto è sempre quello: se un bambino viene educato a rispettare la diversità (intesa in senso buono come varietà) e ad esplorarla, non avendo paura della sua curiosità, non ci sarà alcun problema; se invece i genitori gli insegneranno cosa è normale e cosa non lo è, avremo perso in partenza.

In conclusione, quindi, penso che il problema sia che la nostra società è tendenzialmente troppo “paurosa” per poter compiere degli “scatti” in avanti. Essendo però così dipendente dal senso del “normale”, la migliore strategia consisterebbe nell’alterazione graduale del concetto di normalità, dal momento che da questo molti traggono la sicurezza e la serenità individuale. Su questo punto, possono incidere solo due cose, laddove l’educazione familiare non fosse all’altezza: la scuola e la politica.

La politica, che purtroppo spesso parla più a se stessa che alla gente, dovrebbe assumere su questo un ruolo chiave e una posizione coraggiosa. In questo periodo va di moda essere conservatori: anche personaggi famosi nel mondo della moda (che non nomino) si sono sentiti in dovere di informarci del loro punto di vista, convinti evidentemente di avere voce in capitolo. Come sempre i nostri media ci sono cascati, e sono stati i primi a designare un interlocutore dove un paese normale avrebbe visto solo evasori fiscali con la memoria corta (nel 2005 l’opinione era opposta).

Penso che dovremo aspettare ancora molto tempo, forse il prossimo parlamento prima di vedere qualche misura concreta, o quantomeno un’evoluzione nell’opinione pubblica.

Pietro

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