Il Gatto Nero

Qualche settimana fa raccontavo di come il 2014, e ormai anche questo inizio di 2015, mi hanno insegnato molte cose, specialmente sul tema dei rapporti umani. Tra le tante, ho veramente capito qualcosa che di solito ripetevo come un mantra, a vuoto: “è impossibile imporsi di voler bene a qualcuno“.

Spesso si parla, secondo me sbagliando, di “accontentarsi”, di “accettare passivamente” perché spesso molti dicono che le cose possono piacere man mano che ci si abitua. Io trovo pericolosa la confusione che spesso si fa tra la necessità di adattarsi e l’accontentarsi. Sono due cose ben distinte: l’adattamento, infatti, pur essendo un compromesso, mantiene quell’energia e quella spinta che sono funzionali al percorrere una qualche strada verso un qualche obiettivo. Mi adatto ma lo faccio consapevole di dove si sta andando. L’accontentarsi, invece, è un compromesso che include, più o meno tacitamente, l’assunzione che non si potrà, a priori, avere quello che si cerca. Si parte cioè già “sconfitti” in partenza.

Pur descrivendo, all’apparenza, la stessa necessità (e cioè il fare compromessi), l’approccio che utilizzano è radicalmente differente. Penso infatti che, nella vita, sia inevitabile fare dei compromessi nel senso dell’adattarsi, non c’è niente di sbagliato. Questo avviene perché ci capita spesso di interagire con persone che sono, rispetto a noi, distanti: chi culturalmente, chi per educazione, percorsi di vita, ecc. Adattarsi, nel rispetto reciproco, è in sé un’azione che misura il rispetto che abbiamo tanto per gli altri quanto per noi stessi.

Se tutti fossimo convinti di quel che dobbiamo fare e della strada che dobbiamo seguire, non avrebbe neanche più senso parlare di relazioni umane: saremmo solo dei bulldozer programmati per sfondare ogni ostacolo che abbiamo davanti e non avremmo bisogno di nessuno. Invece, mettersi in gioco, che è la cosa più faticosa ma anche quella che da più soddisfazione, è la strada giusta. E’ invece la strada facile “spianare tutto”: ad essere cattivi non ci vuole nulla, serve solo tanta stupidità, cosa che qualsiasi persona intelligente può riuscire tranquillamente ad emulare.

Parlo di tutto questo perché mi sono reso conto, in questi ultimi giorni, che il tema dell’adattarsi / accontentarsi ben si è adattato, almeno nel mio caso, anche a delle “strane” relazioni di “supposta” amicizia, alcune che duravano da anni, altre da qualche mese. Mi ero infatti imposto di riuscire a voler bene a persone per le quali ho sempre percepito una sorta di “dubbio” di fondo. Un dubbio che ho provato a non vedere e a “mutilare” nel corso del tempo, ma che alla fine ha avuto la meglio.

Se, come a me, vi piace molto la letteratura horror, il racconto Il Gatto Nero (di Edgar Allan Poe) è una perfetta metafora per quello che sto descrivendo: il gatto rappresenta i dubbi e le negatività che facciamo finta di non vedere. Ci dà fastidio vederlo in giro, proviamo rabbia verso di lui, odio, vogliamo cancellarlo ma lui resta lì, e ritornerà sempre fuori, anche se ce lo dovessimo dimenticare dietro ad un muro di falsità, a ricordarci che i dubbi e le paure esistono per un motivo ed uno soltanto: i primi vanno risolti, le seconde vanno affrontate.

Come scrivevo prima, avevo dei dubbi che potevano tutti riassumersi in: “perché sto facendo questo?”. Mantenere dei rapporti vuoti, dove non c’è più alcun tipo di interesse e di contenuto che non fosse una vuota e umiliante ritualità è, in primo luogo, una mancanza di rispetto verso sé stessi.

E così, rendersi conto in un momento di “sudden revelation” (come diceva Joyce) dell’assurdità di ciò che si sta continuando a mantenere, mi ha fatto capire quello che dicevo all’inizio: le persone o ti piacciono o non ti piacciono, non esiste l’accontentarsi. Ci si può invece adattare a tante cose, ma accontentarsi, per quanto mi riguarda, mai.

Mi piace spesso parlare per metafore, anche se non sono sempre così “originali”, tuttavia mi è sempre piaciuto immaginare le relazioni umane come delle case. In questo caso l’unico suono era il silenzio, a cui mi ero abituato ormai da qualche tempo. Poi, improvvisamente, ecco il rumore di una pietra che sfonda una finestra. Era solo un rumore, non c’era nessuno. Un gesto che mi ha, però, ricordato quanto urgente fosse uscire in fretta di lì e chiudere a chiave quelle porte troppo spesso lasciate socchiuse, buttare le chiavi e lasciare all’abbandono quella casa che, sempre più diroccata, ora potrà, in tutta serenità, crollare nel silenzio senza fare alcun danno. Non ci saranno più rumori.

Pietro

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Spinoziamo

Mi è capitato spesso di parlare con amici e conoscenti del tema della religione e di come questa possa o meno essere un asset in professioni che richiedono, in modo più o meno accentuato, di interagire in profondità sia con se stessi sia con gli altri. Spesso quando si arriva molto in profondità, è inevitabile toccare ed entrare nella sfera delle credenze personali.

Sono convinto del fatto che vedere la vita in più ottiche, razionali ed irrazionali, sia un grande vantaggio. Fintanto che una visione non si impone sull’altra, è possibile trarre stimoli in modo più completo. Diversamente, quando il fanatismo, dall’una e dall’altra parte, ha la meglio, si perde inevitabilmente qualcosa, compresa la facoltà di svolgere il proprio lavoro senza pregiudizi. Nel fanatismo includo tanto il fondamentalismo religioso quanto il razionalismo più spinto.

Faccio una considerazione davvero molto semplice: nessuno di noi sa con certezza se esiste qualcosa di non spiegabile nel senso di “non elaborabile” dalla nostra mente. E ci sono tre strade: ci si crede, non ci si crede, si resta nel dubbio. Le prime due sono le scelte che, per quanto radicalmente opposte, sono le sole che, per essere sostenute, necessitano di fede, cioè di credere senza avere alcuna dimostrazione. Ovvero, sono il classico esempio di comportamento antiscientifico: per credere o non credere in qualcosa noi abbiamo bisogno di prove, in assenza di queste è solo fede, tanto in positivo, quanto in negativo. L’unico atteggiamento per me a priori sostenibile al di fuori di ogni sovrastuttura filosofica è quello del dubbio, perché è l’unico che non si fonda su credenze non provate.

In altre parole, logicamente parlando, poiché il fondamentalista e il non credente derivano la loro posizione da qualcosa per cui non possono (e non potranno mai) avere prove nè in positivo nè in negativo, sono ugualmente fragili (wittgensteinamente parlando).

Tutto questo, però, non deve vietare, a mio parere, di avere credenze in senso positivo o negativo riguardo l’esistenza di un’entità (intesa in senso lato) che vada oltre le nostre possibilità di percezione. Si può cioè oscillare con serenità attorno ad una “posizione di equilibrio” che è quella rappresentata dalla neutralità del dubbio, che è la sola della quale possiamo essere completamente certi, e non è cosa da poco.

Per mia esperienza personale, ad esempio, non credo al Dio cristiano e, in generale, non credo in entità “antropomorfizzate” dotate di poteri sovrannaturali che condizionano le nostre esistenze. Credo invece nell’esistenza di una “intelligenza diffusa”, un po’ alla Spinoza, della quale noi osserviamo le conseguenze “fisiche” che poi studiamo con la matematica, la geometria, la fisica, ecc. È un modo di vedere la realtà che mi ha sempre attirato e che ha sempre assecondato la curiosità che, come tutti gli scienziati, mi caratterizza.

Devo dire che gli atteggiamenti più estremisti dal punto di vista del razionalismo li ho visti negli amici e amiche che studiano medicina, anche se con alcune eccezioni. Penso infatti, e non lo dico in senso denigratorio, che studiare l’uomo dal punto di vista biologico porti a “decostruire”, come fanno del resto tutte le scienze, ogni tipo di concetto astratto riconducendolo ad elementi fondamentali che hanno, individualmente, ben poco di trascendente. In altre parole, penso che in medicina esista una forma mentis che era molto comune anche nella fisica classica ottocentesca e pre-relativistica: l’idea che tutto sia quantificabile e misurabile con certezza, e che la misura complessiva sia la somma della misura delle parti. Un po’ come dire: quel che vedo è quel che è, e quel che è è quello che vedo. Un modo di pensare che fu la fortuna della meccanica classica, ma che si rivelò poi “avventato” con la fisica quantistica, dove spesso quel che è è per cose che non si vedono (o meglio non si devono vedere). Una sorta di “unione separata” che secondo me è anche quel modo di pensare che consente ai medici di mantenere quel giusto “distacco” (perdonate la parola brutta) che consente di lavorare in serenità e dunque al meglio.

Ho fatto questa breve digressione sui medici perché, secondo me, sono quelli più toccati (e bersagliati) da questo tipo di questioni: basti solo pensare al tema dei medici obiettori e non obiettori. Chi è favorevole o meno all’aborto, eutanasia, ecc. Spero di vedere, presto, una società dove entrambi i punti di vista vengono valorizzati è tutelati, senza pregiudizi e senza retoriche inutili.

Come dico sempre (e scrivevo in un vecchio articolo) ognuno è libero se lo siamo tutti, anche nella scelta delle nostre filosofie di vita con cui, più o meno inconsciamente, sperimentiamo la realtà.

Pietro

Discussioni tuittere

Dopo mesi che non capitava, eccomi a parlare di omofobia, in seguito ad alcuni tweet che ho letto, o meglio subito oggi. Uso il termine omofobia in senso lato perché il discorso sembrava vertere più sulla questione delle coppie che altro. Dico che ho subito perché mi sono limitato ad uno/due tweet di risposta e per il resto ho semplicemente osservato religioso silenzio, per l’appunto. È esattamente quanto avevo “predetto” nel vecchio articolo “conservatori per moda“, dove elencavo le più comuni obiezioni che vengono poste da chi è contrario alle unioni gay: “è contro natura“, e quanto avevo poi raccontato nel successivo articolo “una breve storia“.

Non mi metterò neanche ad elencare la lunga serie di articoli scientifici che provano le solite cose che potremmo riassumere in un laconico “l’omosessualità esiste in 1500 specie del regno animale, l’omofobia solo in 1”. A chi dice: “ti senti una bestia?” Io rispondo: “non mi sento un animale perché come umano sono dotato di facoltà razionali che mi consentono di esprimermi in altro modo, ma la base biologica, anche a livello di strutture cerebrali, la condivido con poche differenze con un gatto o una scimmia”.

Il punto è sempre lo stesso: l’idea di coppia come finalizzata alla sola riproduzione biologica. Penso sia ovvio a tutti che servano uno spermatozoo e un ovulo per riprodursi, non è invece richiesto, biologicamente parlando, che i gameti appartengano a due persone che condividono anche un legame di tipo affettivo, che poi, è proprio quello su cui si dovrebbe reggere l’idea stessa di coppia: il volersi bene.

C’è chi dice che generare nuova vita non è altro che una “materializzazione” dell’amore tra due persone. Sono d’accordo, ma non è scritto da nessuna parte che l’amore debba essere concentrato in quei pochi secondi che una reazione biologica impiega a compiersi, dovrebbe essere per tutta la vita. In caso contrario, oltre alle coppie gay dovremmo bandire ogni altro tipo di coppia che sia unita per motivi altri dalla riproduzione: coppie sterili, coppie con coniugi in menopausa e/o andropausa, coppie anziane, coppie che per scelta non hanno voluto figli (motivi economici, caratteriali, ecc).

Le obiezioni che sento sulle coppie gay sono, in larga maggioranza, solamente frutto della paura e del risentimento provato da persone che hanno vissuto gran parte della loro vita, purtroppo, costrette e castigate sotto schemi sociali che non hanno mai avuto il coraggio di osteggiare, e che hanno passivamente accettato. E queste sono le stesse persone che vengono a parlarci di come sia o meno accettabile amare qualcuno, quando sono le prime che non riescono neanche ad amare e avere rispetto per loro stesse.

Sono un esercito di Gertrude (Promessi Sposi) dei giorni nostri.

Pietro

Una breve storia

Ho sempre trovato interessante il tema dell’omosessualità nel corso della storia. Per esteso: negli ultimi 4000 anni. In un tempo così breve rispetto ai tempi dell’evoluzione e dei processi geologici, l’uomo ha subito, biologicamente parlando, ben poche variazioni. Questo è importante perché ci consente di parlare dei nostri “antenati” in senso più “vicino”, pur rimanendo distanti nel tempo.

Mi è venuta voglia di scrivere questo articolo dopo le recenti dichiarazioni di Bagnasco&Co, le solite uscite del club Adinolfi&Miriano (per chi non li conoscesse (non)consiglio ricerca su google) e relatives. È infatti sorprendente notare come nel corso di 4000 anni di storia, l’atteggiamento delle persone verso tutto ciò che riguarda la sfera sessuale e affettiva sia radicalmente cambiato. Nel nostro caso ha avuto una notevole importanza la transizione da paganesimo a cristianesimo nel tardo Impero Romano, unitamente ad un atteggiamento ostile da parte di alcuni pagani verso un fenomeno generale detto di “decadenza dei costumi” che aveva caratterizzato gli ultimi anni dell’impero stesso.

Ciò che contraddistingue il mondo antico dal mondo in cui viviamo oggi, è l’assenza della classificazione delle persone per orientamento sessuale. Contrariamente a quello che si potrebbe pensare, anticamente non si separava la popolazione tra eterosessuali, omosessuali, asessuali, transessuali, ecc. Queste suddivisioni non esistevano, non si pensava proprio in questi termini. Se ci pensiamo, è un approccio molto più naturale e meno astratto del nostro.

Cosa facevano dunque? Dipende dalla civiltà che andiamo ad esaminare, tuttavia un tratto abbastanza comune tra tutte le culture antiche era il qualificare la persona in base al ruolo che assumeva nel rapporto sessuale: attivo oppure passivo. Con vari livelli di complessità / astrazione, generalmente era ben visto qualsiasi uomo che assumesse una posizione di dominanza (attiva) nei confronti di un altro soggetto, sia donna che uomo. In base alla cultura, però, questo atteggiamento veniva più o meno enfatizzato e separato per classi sociali, raggiungendo sicuramente un ruolo centrale nella cultura romana dove si parla addirittura di “ruolo penetrativo” come ciò che definisce l’uomo libero, dotato di Virtus. Vediamo però velocemente (Wikipedia mi ha aiutato parecchio):

  • Civiltà egizia: in questo caso si usava un ragionamento per “classi sociali”. I membri della nobiltà, principi e le divinità stesse dovevano sempre assumere un ruolo attivo. Non è mai stata trovata alcuna testimonianza scritta che condannasse i rapporti omosessuali, eccetto una norma che puniva lo “stupro omosessuale”. In più, a Saqqara è stata rinvenuta la tomba di due servi maschi della corte reale, e l’epitaffio recita: “hanno vissuto assieme e si sono amati con passione per tutta la vita”.
  • Impero persiano: le relazioni omosessuali sono molto ben documentate, soprattutto quelle tra uomini adulti e ragazzi più giovani. Lo stesso Quinto Curzio disse che “quel popolo è talmente abituato si ragazzi da non riuscire più a servire le donne”.
  • Grecia: la Grecia antica meriterebbe un discorso molto più esteso, ma non ho le competenze per farlo. Ad ogni modo possiamo dire che la distinzione tra omosessualità ed eterosessualità era completamente sconosciuta. Ogni cittadino viveva, in forma più o meno spontanea, una sorta di bisessualità. È significativa infatti una citazione di Plutarco: “colui che ama la bellezza umana sarà favorevolmente disposto sia verso quella maschile sia verso quella femminile; gli uomini devono prendere esempio dagli Dei che amano entrambi“. Finisco con una nota su Zenone di Cizio: “si dovrebbero scegliere i partner sessuali non in base al loro sesso, bensì per le loro qualità personali“.

Si vede già con questi esempi come nel mondo antico l’uomo non fosse “schifato” al pensiero di un rapporto sessuale con un altro uomo, così come una donna non lo era all’idea del rapporto con un’altra donna. Questo dovrebbe già essere sufficiente a smontare la tesi di quelli che sostengono che l’omosessualità sia una malattia o sia contro-natura, e dovrebbe invece fornire la prova che l’atteggiamento di fastidio e di odio nei confronti dell’omosessualità, sempre più dilagante nel mondo di oggi, sia solo una conseguenza di un certo tipo di educazione e di tradizione, che niente ha a che vedere con ciò che è naturale o meno. Non c’è niente di meno naturale di una tradizione e/o educazione umana. Potremmo quindi dire che, per molte persone, l’omofobia sia un comportamento acquisito.

Come dicevo, dunque, nel mondo antico si tendeva a classificare le persone in base al ruolo sessuale che interpretavano all’interno della coppia. Nella cultura romana questo atteggiamento era profondamente esaltato: l’uomo virile è libero se e solo se nella coppia ricopriva il ruolo attivo. Il partner poteva essere una donna, uno schiavo, un ragazzo giovane, ma mai e in nessun caso era ammesso che un altro cittadino romano libero potesse essere penetrato, assumendo dunque ruolo passivo, senza che questo provocasse la perdita della virilità. Nel mondo romano, dunque, valevano le equazioni attivo = maschio e passivo = femmina.

Questo ultimo punto, in realtà, è ancora molto attuale: nel “mondo gay” (passatemi questo modo di dire) esiste ancora un forte pregiudizio nei confronti di chi preferisce assumere un ruolo passivo nella coppia. È molto comune cioè parlare di una coppia gay riferendosi ad uno dei due dicendo “quello fa la donna”, oppure “quello è una troia” e simili cose. Dopo 2000 anni dobbiamo ancora superare, del tutto, l’idea che uno è un uomo/donna per quello che fa e come si comporta, non per come preferisce fare sesso. Si tratta di una visione maschilista dove si equipara mascolinità e dominanza in senso fisico. È una visione che, personalmente, non condivido.

Tornando alla storia: tutto cambia in modo più o meno rapido con l’avvento del cristianesimo. L’omosessualità viene vista come una scomoda eredità del paganesimo e inizia ad essere repressa con pene via via più severe, che culmineranno con la morte stessa. Il cristianesimo poi imporrà una sorta di condanna su tutte le pratiche sessuali, anche eterosessuali, che non fossero strettamente ed immediatamente finalizzate alla procreazione. La produzione di nuova vita, consacrando il matrimonio, era visto come un, se non il più importante, obiettivo di ogni uomo. Tutte le altre pratiche (masturbazione, sesso orale, anale, ecc) erano fermamente condannate.

Questo modo di vedere il sesso e la vita di coppia, in modo cioè prettamente utilitaristico, è arrivato pressoché invariato fino ai giorni nostri. L’unica cosa che la Chiesa ha cambiato è l’atteggiamento nei confronti delle persecuzioni verso gli omosessuali, che ora non sponsorizza più come faceva qualche secolo fa. Eppure la visione nei confronti della famiglia e del senso della coppia e del matrimonio non è cambiata: non c’è dunque da stupirsi se dalla Chiesa non sentiremo mai parole di favore o, almeno, neutre nei confronti dei diritti civili. Il punto è che, per la chiesa, la coppia e l’affetto esistono solo ed esclusivamente per fini riproduttivi, non c’è altra finalità. È tutto qui.

Quello che invece, nel 2015, avremmo ogni diritto di aspettarci è una politica coraggiosa che metta al primo posto il difficile compito di stimolare l’evoluzione della società assicurando alle persone la possibilità di potersi esprimere per come sono fatte, naturalmente ed indipendentemente da quello che la Chiesa possa pensare. La nauseante ingerenza religiosa nella politica e la ricerca dell’appoggio della Chiesa da parte della politica sarebbe ora che finissero, una volta per tutte.

Pietro

Fortuna

Non sono una di quelle persone che si sentono le più fortunate dell’universo; tuttavia, almeno nel mio caso, ho la “fortuna” di non avere motivi indipendenti dalla mia volontà che mi rendano infelice. Tutto sta nel conoscersi: più ci si conosce e si ha confidenza con se stessi e più facilmente si possono “spegnere” questi generatori di infelicità. Sempre parlando per esperienza personale, ho visto che con me funziona così.

Per una cosa però mi sento molto fortunato, come dicevamo tra amici bloggers (vi abbraccio e vi cuoro): l’empatia e la sensibilità. Certo, a volte lascio avere la meglio al mio lato più irrazionale e “ferale”, ma, in condizioni ottimali sono così: ricettivo. Paradossalmente ho iniziato ad apprezzare maggiormente questa qualità usando i social network. Si viene a contatto, seppur in modo virtuale, con una grande varietà di caratteri: modi di fare, di vedere la vita e di pensare che mai avrei potuto trovare con così grande facilità e variabilità nella vita quotidiana.

Esattamente come il “grindr in real life” sarebbe tragicomico, stessa cosa vale per un “Twitter in real life”: se mi mettessi ad urlare “Maria io esco”, vestito da Tina, in mezzo alla strada probabilmente attirerei, oltre a qualche risata, anche la polizia. Ad ogni modo, tornando al punto della questione: nella vita reale la probabilità di interagire con qualcuno che conosci poco o non conosci per niente, su un argomento random, è davvero molto bassa e dunque si hanno pochi elementi per misurare le proprie reazioni e i propri stati d’animo. Tutto questo invece i social lo rendono immediato e, anzi, social come Twitter si basano proprio sull’annullamento di questo tipo di barriera per stimolare la comunicazione.

Come dicevo, dunque, empatia e sensibilità: in poco più di un anno che uso i social, ho sempre verificato, con frequenza piuttosto costante, una specie di principio fondamentale su cui si regge l’interazione: “ognuno capisce quel che vuol capire”. Sembrerà una conclusione banalissima, ma pensiamoci un attimo: capita spesso, quando parliamo con qualcuno che magari non conosciamo benissimo, che alcune frasi possano sembrare ambigue. Per dirla alla brutta, a volte non è chiaro se qualcuno ci stia “perculando”. Ci sono dunque due strade: o si pensa a priori che la persona sia in malafede e si risponde male a propria volta, oppure ci si carica del rischio, per molti troppo pesante, di passare per ingenui/scemi e si chiede, cortesemente, di spiegarsi meglio.

Per qualche motivo, specialmente su Twitter, ho sempre visto scegliere la prima strada: se tu scrivi A intendendo A, c’è sempre qualcuno che capisce B, non ti chiede la conferma, ti risponde malamente e ti dà pure la colpa di non esserti spiegato bene, tralasciando il fatto che lo “spiegarsi bene” sia di per se una richiesta sbagliata: il massimo che si può fare è parlarsi nella stessa lingua, se uno è educato e non capisce chiede chiarimenti, se invece è arrogante e malpensante/frustrato penserà che lo stai prendendo per il culo (passatemi il francesismo). È come se molte persone fossero spaventate dall’idea di apparire “deboli” perché qualcuno le prende in giro, dimenticandosi sempre che l’unico a perderci è solo chi a priori fa troppe assunzioni ingiustificate: la paura, infatti, risiede proprio in questo. Non c’è niente di più confortante, infatti, che utilizzare pregiudizi: dispensano dalla necessità di esporsi e, nel caso la persona si trovasse con le spalle al muro, li potrà sempre usare come alibi: “no scusa non volevo offenderti, è che quelli come te di solito son così, ecc“.

Mi ritengo dunque molto fortunato per essere una di quelle persone dotate di quelle sensibilità che non mi fanno pesare la libertà di non pensare mai male a priori di qualcuno. Sicuramente spesso sono troppo ingenuo, tuttavia preferisco l’ingenuità alla sterile cattiveria. Quella la lascio volentieri a chi non ha altro da dare.

Pietro

Riflessioni veloci

La vicenda Lupi mi ha colpito molto, soprattutto perché mi sono reso conto che ciò che mi veniva raccontato anni fa su come funzionano le cose nei ministeri è effettivamente vero. In altre parole: noi diamo spesso la colpa al ministro se una qualche riforma viene fatta male, se scopriamo della corruzione, o altre cose simili. Ma la colpa è, in senso proprio, del ministro?

In realtà non sempre. Ho avuto la fortuna di avere, in famiglia, persone che hanno collaborato attivamente con, ormai, ex ministri della Repubblica, con lavori di consulenza, e quello che mi veniva sempre detto è che il ministro, spesso, ci mette solo la faccia e il nome. Il lavoro vero lo fa uno squadrone di tecnici più o meno numeroso. E questi tecnici chi sono? Sono burocrati, tecnocrati, in parte selezionati per competenze e in parte piazzati li dal ministro stesso, a volte più per simpatia e amicizia che per abilità professionali.

Di più, lo zoccolo duro di queste squadre di tecnici resta invariato tra un governo e l’altro, mentre ovviamente cambia il ministro. In altre parole, per fare un esempio, il Ministro dell’Istruzione del governo C può avere gli stessi tecnici del governo B che a sua volta ne eredita dal governo A. Questo porta ad avere una sorta di “continuità” tecnica tra un governo e l’altro, sia nei metodi che nei contenuti, e il Ministro che viene piazzato, di volta in volta, si trova a fare da “vestito” nuovo con una stoffa già usata in tanti altri abiti.

E perché molti ministri si affidano, spesso ciecamente, a questi “esperti”, manager e quant’altro? Semplicemente perché non hanno le competenze tecniche per fare quel che dovrebbero fare. Fintanto che come Ministro delle Infrastrutture mettiamo un avvocato o un ex magistrato e non un ingegnere civile, all’Istruzione mettiamo anche li un avvocato o un imprenditore e via dicendo, non possiamo stupirci del fatto che ci apriamo a dei meccanismi potenzialmente pericolosi: il ministro di fatto deve fidarsi di persone terze, che a sua volta si fideranno di altre persone ancora. E prima o poi questa catena di fiducia si spezza: si introduce un anello debole che alla lunga si romperà. Il ministro stesso non potrà conoscere vita, morte e miracoli di tutti i suoi collaboratori e degli amici dei suoi collaboratori, e via discorrendo. E questo è un rischio, forte.

Il punto però è che il Ministro, conscio di questa sua condizione di subalternità tecnica, dovrebbe essere ancora più attento e, per rispetto istituzionale, dimettersi non appena venisse scoperto a fidarsi di persone “sbagliate”, proprio per il fatto che aveva implicitamente affermato la fragilità del suo mandato nel momento in cui ha accettato il compito sapendo di non essere tecnicamente autosufficiente.

La vicenda Lupi è significativa da questo punto di vista, ma non è il solo che andrebbe colpevolizzato. Il manager pubblico ora chiamato in causa, pare avesse lavorato con altri 7 governi. Dunque oltre a Lupi dovremmo fare le pulci anche ai suoi predecessori che, nel silenzio, si sono fidati di questa stessa persona, esponendosi a potenziali rischi e noi non possiamo sapere, come cittadini, se sia successo qualcosa anche in quei casi.

In conclusione: quando chiediamo le dimissioni di un ministro per incapacità di “scegliere” i propri tecnici e collaboratori, forse dovremmo chiedere le dimissioni anche dei collaboratori stessi, altrimenti, cambiando solo il ministro, non risolviamo nulla perché la “mente” che lavora in un ministero è distribuita, non è una e sola.

Pietro

Conservatori per moda

Sono fermamente convinto che sia molto più semplice aspettare che una generazione muoia con i suoi pregiudizi, per poi educare quelle future con nuovi valori. In questi giorni, ma potrei dire anni, sta andando in scena il consueto spettacolino tutto italiano: l’incapacità di ridefinire, ampliando, il concetto di famiglia, estendendo i diritti al momento esclusiva delle coppie eterosessuali.

Sono fermamente convinto, ma non sono un antropologo professionista purtroppo, che in Italia ci sia una forma di fastidio nei confronti della “particolarità”, intesa in senso lato e su tutti gli ambiti, che deriva da modelli educativi particolarmente antiquati, caratterizzati tutti dal soffocamento sistematico della curiosità di conoscere: in altre parole, si deve essere normali. Tutto ciò che esula dal concetto di normalità, deve essere visto con sospetto: se hai un’idea che vuoi realizzare non provarci neanche perché andra male (pensa alle cose pratiche!), se sei più bravo a scuola è inutile perché per vivere devi saper fare una lavatrice (o una o l’altra), se sei un imprenditore di successo sicuramente hai rubato soldi, se vinci un concorso statale sei sicuramente un raccomandato. In altre parole: tutto deve restare piatto, uniforme, costante. La normalità non deve essere perturbata.

L’appiattimento sistematico è però generatore di frustrazione, che si scarica poi sul prossimo, in quanto l’accettazione della convenzione sociale della normalità, che è fortemente rassicurante in quanto essendo uguale a tutti gli altri non si verrà mai messi in discussione, automaticamente preclude la possibilità di fare autocritica: se infatti mi mettessi in discussione, non sarei più “normale”, ma attirerei l’attenzione dei miei “peers” che mi vedrebbero con sospetto e dunque verrei emarginato.

Penso quindi che il rifugiarsi nella normalità sia una misura difensiva, largamente impiegata da persone a cui è stato insegnato di non essere curiose, di non avere “grilli per la testa”: persone educate cioè alla paura, alla sfiducia. Persone così non possono e, generalmente, non hanno grande fiducia e sicurezza in loro stesse, in quanto sono costantemente preoccupate dal mantenere un’immagine di loro stesse che appaia il più possibile “normale”. Tutto il resto è nascosto.

Mi è capitato più volte di discutere su questi temi, con particolare riguardo alle coppie gay, soprattutto online (purtroppo) e le obiezioni più frequenti che ho ricevuto sul tema dei diritti, ma anche sulle coppie in generale (inclusa la possibilità di avere ed adottare figli) sono queste:

  • quando vedo due gay insieme per la strada, mi sento provocato: questa è una frase che ho sentito spesso. Il mio consiglio è sempre stato, e resta quello di cercare un con counsellor o uno psicologo con urgenza. Sarebbe curioso interrogarsi sull’origine del senso di provocazione. Per quanto mi riguarda, l’origine risiede quasi sempre nel “turbamento della normalità” che tanto altera il delicato equilibrio della vita di tante persone, come scrivevo più sopra.
  • la famiglia naturale è tra uomo e donna: qui abbiamo un primo problema, costituito dall’uso dell’aggettivo “naturale” in luogo di “normale”. L’equazione normalità = naturalezza è in effetti ciò che fornisce, a queste persone, la legittimità della loro posizione (chiaramente dal loro punto di vista). Come in realtà sappiamo, in natura non esiste alcun concetto assimilabile a quello che la famiglia ha per noi umani: la famiglia è infatti un istituto giuridico, baroccamente vestito di valori religiosi. Ciò che possiamo definire naturale è che sia necessario un ovulo e uno spermatozoo per assicurare continuità della specie, il fatto che i proprietari dei gameti debbano essere legati con qualche tipo di vincolo giuridico e/o religioso è del tutto non richiesto dalla natura. Questo infatti ci da la più ampia visione per definire un nuovo concetto di famiglia, che andrebbe basato sul vincolo affettivo e non sul vincolo riproduttivo, nel senso biologico del termine. La famiglia naturale, per l’uomo, dovrebbe dunque essere basata sul sentimento: le varie declinazioni seguono automaticamente.
  • i gay non devono avere figli sennò questi cresceranno male, e saranno gay anche loro: questa mi è capitata di sentirla varie volte, anche di persona. È il tema della “trasmissione dell’omosessualità”, come se questa fosse una malattia infettiva che si trasmette da una persona ad un’altra. Esistono numerosissimi studi che sono stati condotti su coppie gay ed eterosessuali con figli, per determinare delle eventuali differenze nei processi di crescita dei bambini. I risultati sono stati chiari: nessuna differenza in senso negativo è mai stata osservata, mentre, sporadicamente, si sono osservate delle positive influenze sullo sviluppo delle capacità relazionali nei bambini con genitori dello stesso sesso. Sul fatto che un bambino possa “crescere gay” se allevato da una famiglia gay penso ci sia anche poco da discutere. Io penso che la sessualità sia un continuo invece che una serie di momenti nettamente separati: diversamente, non si spiegherebbe come mai dei genitori eterosessuali possano crescere dei figli omosessuali. È un discorso senza alcun senso o base scientifica.
  • un bambino ha bisogno di una madre e di un padre: un bambino avrebbe solo bisogno di affetto e di un ambiente stimolante in cui poter sperimentare la vita nei modi che sente più vicini a lui. Questo è quello che i miei genitori hanno fatto con me ed è quello per cui sarò a loro sempre grato: hanno lasciato piena libertà alla mia curiosità. Sul fatto della figura femminile e maschile penso che si compia un altro errore “di approssimazione”: qui ci sono due equazioni alla base, secondo me eccessivamente semplicistiche, e cioè: maschio = uomo, femmina = donna. Io sono convinto che in ognuno di noi coesistano parti maschili e parti femminili, un continuo di sensibilità differenti che insieme concorrono a costituire la persona per quello che è: un’entità complessa. E queste differenti sensibilità “verranno fuori” da sole in base alla situazione, incluso il processo di crescita di un figlio. Serve cioè essere dei genitori, il sesso biologico conta poco: uno non è uomo se è maschio e non è donna se è femmina.
  • un bambino con genitori gay verrebbe preso in giro da altri bambini: posso assicurare per esperienza personale che io, avendo frequentato una scuola elementare parificata, venivo considerato “strano” perché i miei genitori erano separati. Il punto è sempre quello: se un bambino viene educato a rispettare la diversità (intesa in senso buono come varietà) e ad esplorarla, non avendo paura della sua curiosità, non ci sarà alcun problema; se invece i genitori gli insegneranno cosa è normale e cosa non lo è, avremo perso in partenza.

In conclusione, quindi, penso che il problema sia che la nostra società è tendenzialmente troppo “paurosa” per poter compiere degli “scatti” in avanti. Essendo però così dipendente dal senso del “normale”, la migliore strategia consisterebbe nell’alterazione graduale del concetto di normalità, dal momento che da questo molti traggono la sicurezza e la serenità individuale. Su questo punto, possono incidere solo due cose, laddove l’educazione familiare non fosse all’altezza: la scuola e la politica.

La politica, che purtroppo spesso parla più a se stessa che alla gente, dovrebbe assumere su questo un ruolo chiave e una posizione coraggiosa. In questo periodo va di moda essere conservatori: anche personaggi famosi nel mondo della moda (che non nomino) si sono sentiti in dovere di informarci del loro punto di vista, convinti evidentemente di avere voce in capitolo. Come sempre i nostri media ci sono cascati, e sono stati i primi a designare un interlocutore dove un paese normale avrebbe visto solo evasori fiscali con la memoria corta (nel 2005 l’opinione era opposta).

Penso che dovremo aspettare ancora molto tempo, forse il prossimo parlamento prima di vedere qualche misura concreta, o quantomeno un’evoluzione nell’opinione pubblica.

Pietro

Un futuro per Venezia

Scrivo da cittadino, nato e cresciuto (finora almeno) a Venezia, città che amo profondamente per molti motivi. Questo articolo sarà molto breve: l’unica cosa che vorrei scrivere è che cosa mi aspetto dal prossimo sindaco di Venezia, confidando e sperando nel fatto che possa essere del centro sinistra.

  • Vivibilità: Venezia ha il pregio di essere conosciuta in tutto il mondo, nonostante si tratti di una realtà estremamente “piccola” per quanto riguarda le sue dimensioni. È infatti fragile e delicata. Vorrei che il prossimo sindaco fronteggiasse il grave problema del flusso turistico incontrollato che sta producendo notevoli problemi alla vivibilità stessa della Città, oltre a problemi di tipo “strutturale” legate all’usura e all’ineducazione di molti turisti (italiani e non) che pensano di trovarsi in una città qualsiasi. Qui tutto è vecchio, tutto è delicato e anche un muro di pietra d’Istria, vecchio di secoli, sporcato con vernice spray o altro, ha bisogno di molti soldi per poter essere ripulito. Mi aspetto quindi che si lavori per garantire agli abitanti di poter vivere senza impazzire. Non dico di “chiudere” venezia (cosa su cui io sarei anche d’accordo), quanto piuttosto di studiare delle strategie che possano consentire un’ottimizzazione dei flussi.
  • Costi: Venezia è una delle poche città turistiche dove i prezzi dei biglietti del trasporto pubblico sono spaventosamente sbilanciati tra residenti e turisti. Io, come residente, pago 1.30€ per un biglietto da 60 minuti; un turista paga 7.00€ per lo stesso biglietto. Questo vuol dire che, ad esempio, un gruppo di 6 amici che deve andare dalla stazione a rialto deve pagare 42€. È normale una cosa simile? Io la trovo incivile. Non possiamo riempirci la bocca parlando di promozione del patrimonio artistico e culturale quando siamo i primi a praticare una “selezione” del turismo basata esclusivamente su “quanto possiamo spennare il turista”. Ci sarebbe poi da parlare del servizio di Taxi Acquei, che come veneziano consiglio a tutti di evitare a meno che non si tratti di un’emergenza; vi dico solo che a maggio scorso ho pagato 70€ per 20 minuti di tragitto dall’ospedale a casa (in km contando tutti i canali parliamo di 4/5 km scarsi).
  • Riqualificare le aree abbandonate: a Venezia e dintorni è pieno di aree sottoutilizzate e/o abbandonate. ad esempio: la zona di Castello, l’Arsenale, Sant’Elena, la Celestia. Tutte zone che beneficerebbero di qualche idea per portare un po’ di vita in queste zone altrimenti dimenticate ed assai poco visitate dai turisti. C’è poi la questione del Tronchetto: un’idea che gira è di costruire una discoteca. Io invece dico: fate un centro commerciale, ci siamo stufati di dover fare 20 minuti di macchina ogni volta che abbiamo bisogno di prendere qualcosa per andare a Noventa di Piave o a Marghera. C’è poi la questione di Porto Marghera: siamo pieni di zone industriali dismesse, già provviste di fasci di binari: perché non riqualificare la zona, collegando i binari alla stazione di Mestre (e quindi l’aeroporto) e realizzando a Marghera un terminal passeggeri da cui far partire traghetti per Grecia, Corfù, Croazia, ecc? Si potrebbe anche tentare una strada che ha avuto molto successo in Germania: invece di spendere miliardi per abbattere le fabbriche e le raffinerie ormai in disuso, perché non trasformarle in un museo a cielo aperto di archeologia industriale? Dopotutto gran parte della storia industriale italiana ha avuto luogo in questi posti e sarebbe giusto valorizzarli preservandone una parte.
  • Servizi integrati: sarebbe molto bello poter disporre di un’unica carta elettronica con la quale:
    • Pagare i biglietti di vaporetti, autobus urbani e del lido.
    • Pagare i biglietti dei treni regionali.
    • Pagare i parcheggi di piazzale roma o del Tronchetto.
    • Prenotare e pagare visite a musei

Quest’ultima idea dei servizi integrati per il trasporto e le “attrazioni culturali” ha riscosso molto successo in molti paesi. Perché non farlo anche qui? Se tutto fosse poi controllabile da internet, o con app su smartphone e tablet, sarebbe tutto molto più semplice e veloce. In sintesi: questo è quello che mi aspetterei dal prossimo sindaco di Venezia. Mi aspetto un po’ di coraggio, più presenza tra i cittadini e più trasparenza.

In bocca al lupo ai tre candidati del PD, ci vedremo Domenica 15 alle Primarie!

Pietro

La Politica come Reality

Questa mattina mi è capitato di seguire Coffee Break su La7, trasmissione che non amo particolarmente a causa della conduzione che trovo eccessivamente sarcastica.

Un passaggio mi ha colpito molto: Giorgio Airaudo (SEL) ha lamentato un atteggiamento eccessivamente “agonistico” da parte della maggioranza di governo. Ha poi aggiunto che: “non siamo mica in un reality, siamo in politica”.

Questa frase sul reality è molto importante, per come la vedo io. Ho sempre sostenuto infatti che la politica stia diventando sempre più “video politica”: la mediatizzazione è estrema. Abbiamo sia alla Camera sia al Senato degli eserciti di fotografi e di cameraman, abbiamo poi reti televisive che hanno in palinsesto trasmissioni di approfondimento politico da mattina a sera e talvolta sera inoltrata, per poi ripartire con le repliche a notte fonda delle trasmissioni della mattina prima.

La politica è cioè talmente esposta, talmente sottoposta ad un monitoraggio mediatico costante che ormai i politici sono diventati, a loro insaputa, dei personaggi di un reality che, anche se non esiste come “format”, esiste di fatto. Sono infatti convinto che uno dei tanti motivi per cui in questo periodo risulti così difficile, per le parti politiche, collaborare tra loro sia anche da ricercarsi in questa estrema mediatizzazione che porta necessariamente i politici stessi a sentirsi di dover recitare una parte per il pubblico, formato tanto da elettori quanto da elettori potenziali; li porta cioè ad andare oltre, ad “esasperare i toni” di ogni discussione sperando magari di conquistarsi la benedizione del giornalista di turno.

Temo che tutto questo faccia dimenticare loro la cosa più importante: in una democrazia la scommessa è far coesistere più linee di pensiero e questo necessariamente richiede dialogo e compromessi. Sono fermamente convinto che la qualità di una democrazia si possa anche misurare attraverso i compromessi, dal momento che questi non sono altro che la manifestazione del rispetto che i cittadini dovrebbero provare l’uno per l’altro, indipendentemente dal “credo” politico di ognuno.

Persone a colori

Oggi finalmente pranzo con amici.

Detta così sembra quasi un evento: per certi versi lo è stato perché non ci si vedeva da qualche settimana. E, lungo la strada, con uno stato d’animo che potrei definire leggero, felice e, per una volta, spensierato ho fatto quello che mi piace molto fare camminando: osservare i passanti.

Una delle cose che più amo di Venezia è che ci si muove prevalentemente a piedi: c’è una dimensione umana anche negli spostamenti, con il vantaggio della grande internazionalizzazione che porta persone da tutte le parti del mondo a confrontarsi con una realtà così particolare. E in questo scenario si da il tempo alle sensazioni e alle impressioni di diventare “pensieri” più formati: si vive tutto un po’ come a rallentatore.

In una città normale di solito ci si sposta rapidamente in automobile, in tram, in metropolitana: i contatti umani sono limitati spesso a scuse per essersi urtati, ad occhiatacce se ci si pestano i piedi o se si chiede a qualcuno di potersi sedere in un posto occupato da uno zaino o da una borsa. Poi c’è chi legge un libro, chi fissa nel nulla con lo sguardo perso e chi gioca con lo smartphone.

A Venezia, invece, capita che quando cammini incroci sguardi, reggi sguardi, sorridi, ricevi sorrisi a tua volta. E in quei momenti di contatto, per quanto brevi e tra sconosciuti, scambi qualche grammo di sensazioni e associ così un colore, o meglio delle sfumature di colore alle persone; un colore emotivo che da grigie le tinge rendendole umane. Un colore “emotivo”. Mi piace pensare che ogni persona che mi incrocia per la strada possa “colorarmi” a sua volta.

Ed è così che mi è tornata in mente questa immagine che avevo visto molti mesi fa in rete, e che qui voglio riproporvi.

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Si tratta di una “mappa a colori” delle emozioni, almeno di alcune di esse, costruita misurando le reazioni di alcune persone a situazioni che potessero scatenarle: mi è sempre piaciuto notare come una persona felice, veramente felice (happiness), sia più “colorata”, più accesa anche di una innamorata (love).

Mi piace pensare che ci doniamo tutti, reciprocamente, un po’ di sfumature…fortunatamente non solo cinquanta e non tutte di grigio.

Pietro