Spero nel #governoistituzionale

I populisti non si sconfiggono mai con lo scontro diretto. Questo perché il populista, per definizione, ha sempre una marcia in più nei confronti del popolo. Il popolo vota, quindi pensare di sconfiggere un populista andando a votare, magari con un partito o coalizione traballanti, è piuttosto demenziale.

Per usare una metafora di Bersani è un po’ come “asciugare gli scogli”. Ha poco senso. Come lo sconfiggiamo un populista?

Lo si logora con il tempo. Pian piano.

Il populista ha uno e un solo punto debole: il confronto con la realtà. Fintanto che si trova al potere, può ritardare all’infinito questo confronto. Può sfruttare in pieno la sua popolarità per diffondere notizie false e di vuota propaganda, può usare i social al massimo della loro penetrazione. Può, come nel caso di Chi Sappiamo, utilizzare anche il suo ruolo istituzionale di Ministro per fare propaganda.

Appena invece viene messo da parte, inizia l’inevitabile declino. Un governo di scopo che raduni tutte le forze democratiche è, a mio parere, un eccellente strumento per logorare il populista. Immaginiamo un governo che duri anche solo un anno.

Se questo governo riuscisse a rimettere il paese sulla buona strada, scongiurare l’aumento dell’IVA, tagliare i parlamentari e le varie tematiche “hot” tanto care ai populisti, riuscirebbe in un colpo solo a:

  • togliere argomenti ai populisti
  • ricostruire l’immagine e la fiducia nelle istituzioni e nei partiti democratici

E’ vero, non è così scontato che riesca e potrebbe anche fallire. Ma è pur sempre una possibilità che non penso abbiamo il lusso di rifiutare. L’alternativa è consegnare il paese alle forze più oscurantiste e retrograde che si siano mai viste da molto tempo.

E se il governo di scopo ce la facesse, il populista rimarrebbe in strada, sempre più solo, ad urlare vuote parole di propaganda ascoltato da sempre meno persone perché, alla fine, tutti si troveranno a fare i conti con la realtà. Se i problemi venissero risolti, almeno in parte, almeno al punto tale da trasmettere la sensazione che si stia andando finalmente in una direzione positiva e costruttiva, non ci sarebbe più bisogno del populista.

Dopo questa operazione di “bonifica” tanto delle menti delle persone, avvelenate da anni di odio, fake news e demagogia, quanto del “sistema paese” si può allora tornare a votare consapevoli che lo si sta facendo tutti allo stesso livello, ad armi pari, che poi è la vera essenza della democrazia.

Le mie sono ovviamente considerazioni personali molto ottimistiche, però chissà…

Pietro

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Influencers in Politica

I social network stanno distruggendo le nostre democrazie. La solidità di una democrazia è legata a doppio filo con la qualità dei sistemi di informazione. Informare le persone non vuol dire scaricare tonnellate di notizie e frasi prese in giro per internet, senza alcun filtro, perché “ognuno si forma la propria opinione”.

Informare vuol dire mettere un intermediario che, forte di una elevatissima preparazione in un particolare settore, filtra e rielabora i dati “grezzi” presentando al pubblico qualcosa che sia in grado di capire, indipendentemente dal grado di preparazione del singolo. E’ il lavoro che dovrebbero fare i giornalisti (e che fanno nei paesi normali).

Dire che, grazie ad internet, “ognuno si forma la propria opinione” è una delle più fondamentali assurdità di questo secolo. La gente che non ha strumenti per proteggersi dalle notizie false (analfabetismo funzionale, ignoranza, poca istruzione, ecc) non si formerà un’opinione propria, ma si allineerà alle opinioni che più vengono percepite come “di moda” su questo o quell’argomento.

Una volta questa funzione di rendere “di moda” una certa visione delle cose, veniva svolta unicamente da forum online, chat, ecc. Ed era una cosa comunque molto marginale perché era limitata alle poche persone in grado di usare un computer e accedere ad internet.

I social network hanno cambiato tutto: hanno cancellato quella “barriera tecnica” di accesso che teneva la maggior parte della popolazione lontana da internet, e hanno fatto dell’aggregazione tra persone la loro missione.

Ed ecco che, come si dice in inglese, all hell breaks loose ovvero tutta la merda viene fuori.

Se nei primi anni 2000 eri un antivaccinista, al massimo ne parlavi su un forum gratuito di qualche piattaforma dimenticata da dio dove al massimo c’erano 2 o 3 iscritti online in ogni momento.

Eri un terrapiattista? Avrai avuto un forum con altri 3 o 4 pazzi dove facevi del revisionismo scientifico senza senso, annegando le tue frustrazioni nell’idea illusoria di poter cambiare il corso della storia con qualche farneticazione di bassa lega.

Eri una persona frustrata, soggetta a scatti d’ira? Probabilmente andavi da un analista.

Oggi nel 2019 invece puoi fare gruppo, cercare i tuoi simili e fondare una vera e propria comunità online che, per quanto numericamente sia esigua rispetto alla totalità della popolazione, è comunque abbastanza da farti avere la percezione di contare qualcosa.

E quando senti di essere qualcuno, di non essere “da solo”, che si scatena tutto. Quando vedi che ci sono altri che condividono le tue idee, quel dubbio di fondo che veniva su nei rari momenti di introspezione e cioè che forse stavi pensando e dicendo cazzate, viene definitivamente soffocato e anzi dici “visto? ci sono altri che la pensano così!”.

Ci si sente cioè legittimati nelle proprie idee, senza alcun tipo di effettivo riscontro nella vita reale. Pensi che la terra sia piatta? Diventa automaticamente una verità perché “ci sono molti altri che la vedono così”. Dici che i vaccini fanno male? Diventa anche questa una verità perché “c’è tanta gente che la pensa così”.

Il meccanismo fondamentale è questo: il numero di persone che la vedono come te su un certo argomento conferiscono, per acclamazione, veridicità e dignità a quello che si pensa. Può essere anche la cazzata delle cazzate, ma se riesci a farla percepire come condivisibile, il gioco è fatto: il passaparola la eleva direttamente a verità.

E’ chiaro che era solo questione di tempo prima che su questo meccanismo, vera e propria miniera d’oro per agenzie di marketing e pubblicitarie, si inserisse anche la politica.

Si, proprio la politica. Mi vengono sempre i brividi quando, sui social, leggo gente che ritengono la Lega di Salvini o il M5S della Casaleggio Associati dei partiti politici. Non sono dei partiti: sono delle “realizzazioni reali” di gruppi Facebook. Niente di più, niente di meno.

Salvini e Di Maio non sono politici, sono degli influencers della politica. Questo bisogna capirlo, perché senza un “size up” dell’avversario, non si riuscirà mai a sconfiggerlo. Non sono politici, non si sconfiggeranno mai con argomenti politici.

Parliamo un attimo di Salvini? Salvini è un personaggio che sta in politica da quasi 30 anni, è un D’Alema della Lega Nord. Se fosse stato un “abilissimo politico”, come molti giornalisti continuano a chiamarlo, sarebbe emerso sulla scena da molto più tempo. Invece la Lega Nord che personaggi politici di spicco ha prodotto in questi decenni? Bossi, Maroni, Castelli, Calderoli, Cota, Tosi, Zaia. Se Salvini fosse stato davvero così eccezionale, avrebbe tranquillamente rubato la scena a molti di questi. Invece? E’ stato sempre un personaggio molto ai margini che, solo di recente, ha iniziato a farsi strada.

Nel mondo “prima dei social”, di Salvini non c’era traccia. Esattamente come non c’era traccia del Movimento 5 Stelle, o meglio, dell’altro prodotto commerciale della Casaleggio Associati che si chiamava “Amici di Beppe Grillo”, una listarella tragica che, già nel 2009, vide persone come Roberta Lombardi e Paola Taverna candidarsi a Roma raccogliendo la bellezza di 100 preferenze ciascuna. Le stesse che prendevo io in consiglio di istituto a scuola.

I giornalisti non si rendono conto di come sia cambiato il mondo dell’informazione dopo che i social li hanno praticamente esautorati del potere che un tempo detenevano in modo esclusivo. E quando loro vanno in tv a dire che “Salvini è un abilissimo politico”, non fanno altro che gettare benzina sul fuoco della percezione. Le persone che stanno sui social, infatti, recepiranno queste parole e diranno “visto? Anche giornalisti così la pensano come me” e diventa una ulteriore legittimazione. Se poi aggiungiamo a questo l’opera di distruzione della credibilità della classe giornalistica perpetrata per anni, sui social, da personalità come Beppe Grillo abbiamo un effetto pure amplificato perché il giornalista, dipinto per anni come il nemico da combattere, sembrerà aver finalmente sventolato bandiera bianca, come a dire “avevate ragione voi”.

I social creano cioè, per loro natura, una serie di strette interconnessioni che finiscono per mettere sullo stesso piano, in modo bidirezionale, ciò che una volta era totalmente unilaterale. Ed ecco che così nasce la figura dell’influencer.

Perché va tanto di moda l’influencer? Perché è una figura che non solo costa molto meno ad un brand rispetto ad un testimonial professionista, ma perché con i suoi followers ha un rapporto bidirezionale. Il prodotto non ti viene “calato dall’alto” da un modello o una modella percepiti come inarrivabili, ma da un uomo/donna, ragazzo o ragazza con cui, se vuoi, puoi parlare e scambiare pareri e consigli. L’influencer consente cioè ad un brand di raggiungere un pubblico fortemente fedele.

Questo è esattamente il meccanismo che in politica viene attuato da Salvini e dal M5S. Non ci sono elettori: ci sono fan fedeli. Non c’è Salvini, c’è Il Capitano. E Il Capitano non è un politico inarrivabile, chiuso nell’oscurità del suo ufficio in qualche sinistro centro di potere, ma uno che ti manda il buongiorno con i gattini sui social e si sfonda di McDonald’s in diretta Facebook. E’ cioè un personaggio che si “vende” per dare l’idea, la percezione, che sia come un medio cittadino. Niente di più niente di meno.

E una volta che ti sei creato una base fedele, il gioco è fatto perché al resto ci pensa il meccanismo dei social network.

Come si sconfiggono questi personaggi? Spingendoli oltre il limite. Ad un certo punto si raggiunge un punto in cui la strategia fa un vero e proprio “back-firing”. Penso si sia raggiunta in questi giorni con Di Maio dopo che ha detto che “Il PD è il partito di Bibiano” e penso verrà raggiunta anche da Salvini quando le conseguenze delle sue politiche avranno conseguenze reali tali da impedirgli di uscire da un confronto reale con i mezzi tipici del marketing social. C’è un punto in cui la pubblicità non funziona più.

Quel che è sicuro è che aiuterebbe avere una classe giornalistica capace di dire, in faccia al politico di turno: “guardi lei sta dicendo una cazzata”. Ma, per qualche motivo, gran parte dei giornalisti in Italia più che fare domande nei dibattiti, fanno solo da conduttori seguendo la scaletta scritta dagli autori perché la politica, prima di essere fenomeno social, è spettacolo.

Pietro

HIV sui social: uno sfoggio di cattiveria

E’ uno di quegli argomenti dove ci sono talmente tante cose da dire che non so bene da dove iniziare, quindi spero di non scrivere niente di eccessivamente sconnesso. Scrivo motivato dal fatto che su un noto social network ho letto un messaggio di un utente, di cui non farò il nome, che, screenshot alla mano, mostrava la risposta che ha dato ad un uomo malato di HIV (in cura). A detta sua, questa persona non avrebbe comunicato subito il suo stato, ma solo dopo una certa “insistenza”, e che il suo stato di salute fosse il risultato di rapporti regolarmente non protetti. La risposta termina con un lapidario, scioccante e odioso “te la sei cercata”.

Vorrei cogliere l’occasione per dire qualche parola non solo su questo “modo di agire” ma anche sulle tante risposte che ha ricevuto questo messaggio. Il tono medio della risposta è di forte indignazione, che condivido in pieno. Ho provato un imbarazzo molto profondo per questa persona che ha pubblicato stralci limitatissimi di una conversazione molto delicata (cosa che di per se già ritengo inaccettabile) e che quindi difficilmente ci consente, in ogni caso, di avere un quadro completo del come si fosse articolata la discussione. Pubblicare cose di questo tipo è in ogni caso un atto violento e nauseante.

Voglio invece parlare della questione di HIV e delle altre malattie sessualmente trasmissibili perché motivato dal contenuto di alcune risposte. Alcuni utenti che hanno risposto hanno mostrato delle opinioni che, a dirla tutta, faccio un po’ fatica a ricevere.

Il messaggio che lanciano alcuni è che, in ogni caso, “usare le protezioni è una scelta”.

Ogni scelta ha delle conseguenze.

Guidare in macchina ubriachi o senza cinture di sicurezza è una scelta, la conseguenza è che metti in pericolo la tua vita, quella di chi è in macchina con te e quella delle persone che guidano altre automobili e che condividono con te la strada.

Avere rapporti sessuali senza protezioni con persone di cui non si conosce lo stato di salute è una scelta: la conseguenza, come nel caso della macchina, è esporre a pericoli se stessi, e gli altri.

Qualcuno nelle risposte diceva (in modo molto più colorito) che “non devono essere gli altri a pensare alla mia sicurezza, devo essere io a pensare per me“. Vero, ma torniamo al paragone con la macchina: io posso essere il guidatore più esperto e più bravo del mondo, ma se una persona in stato alterato decide di imboccare la strada contromano e di finirmi addosso a 160 km/h, non ho molto scampo.

Con questo voglio dire che: pensando solo a se stessi e non nell’ottica del bene comune non si va mai tanto lontano. E’ proprio questo che rende così odiosa quella frase che c’è in quello screenshot di Whatsapp, e cioè il “te la sei cercata”, che tanto ci ha fatto incazzare perché nulla dipende solo ed esclusivamente dalla volontà del singolo. E’ una cosa orribile da dire a qualcuno.

Ora, esistono degli strumenti: le protezioni. Ogni volta che indossiamo un preservativo dobbiamo sempre pensare che non lo stiamo facendo solo per noi, lo stiamo facendo anche per l’altro o l’altra. Noi possiamo essere sicuri solo di noi stessi, non possiamo sapere se l’altra persona sia una persona che si controlla o meno. Utilizzando le protezioni facciamo del bene sia a noi stessi, sia a loro impedendo, in ogni caso, ogni tipo di contagi tanto di HIV quanto di altre malattie. E facciamo del bene anche alla collettività perché, come da ormai decenni ripetono le istituzioni sanitarie di tutto il mondo, distruggeremo l’HIV solo se tutti, pensando al bene di tutti, ci proteggiamo.

In altre parole: avere rapporti sessuali non è un atto le cui conseguenze sono confinate alla sfera privata. Ogni rapporto sessuale ha, per sua natura, un’incidenza sulla sanità pubblica: pari a 0 nel migliore dei casi, diversa da 0 in altri. E penso faccia parte dell’essere adulti, e più o meno maturi, realizzare questo fatto. Dal nostro comportamento, dagli atti che compiamo, deriva non solo la nostra sicurezza ma quella di tutti. Il sesso non è solo un passatempo, è, in fin dei conti, un atto che coinvolge un gran numero di persone e di equilibri. E’ proprio un fatto matematico-statistico.

Se invece le conseguenze dei rapporti sessuali fossero confinate strettamente alle sole persone coinvolte nell’atto, allora parlare di “scelta” avrebbe senso perché le conseguenze non avrebbero modo di propagarsi al di fuori. Ma così non è. Il sesso ci collega e, talvolta, trasferisce delle eredità non volute all’ignaro partner a cui, in quel momento, neghiamo (spesso inconsapevolmente) la libertà di poter scegliere.

A parer mio, ognuno deve essere libero di vivere la sua sessualità esattamente come ognuno è libero di avere lo stile di guida che preferisce. Questo fintanto che le conseguenze del comportamento di ognuno, in accordo alla propria “idea” di libertà, non danneggino la sicurezza degli altri che, spesso, pur prendendo tutte le precauzioni del caso, non riescono a sfuggire ai pericoli generati dei nostri eccessi di vanità.

(PS: ho segnalato il tweet in questione e spero venga rimosso il prima possibile)

Pietro.

Il classista di merda

Oggi mi sono svegliato, come al solito alle 6:45, con una bella sorpresa su Twitter. Vedo notifiche. Accedo, e mi ritrovo un ragazzo, che ho sempre considerato come una persona per bene, educata e a modo scrivermi una risposta ad un mio tweet. In questa risposta mi accusava di essere un “classista di merda”.

Premessa: rimango sempre strabiliato dalla facilità con cui si ricorre all’insulto su internet. Se ci fosse la stessa prontezza in altre situazioni della vita, vivremmo tutti in un paradiso.

Detto questo. Il mio tweet riguardava la situazione del turismo a Venezia, discorso che, come si è visto, vale anche per altre realtà mondiali come Firenze, Parigi e Barcellona. Tutte sperimentano lo stesso “problema”: un turismo “barbaro”, di bassa qualità.

Io sono nato e cresciuto a Venezia, ho visto il turismo cambiare in modo radicale negli ultimi 15 anni. Dicevo io, nel mio tweet: “da quando esistono i voli ultra low cost”.

Apriti cielo –> classista di merda. Il lettore evidentemente, e in tutta autonomia ha compiuto una serie di assunzioni:

  • che i voli a basso costo siano utilizzati esclusivamente da persone meno abbienti
  • che le persone meno abbienti siano più maleducate, poco istruite, ecc.

Naturalmente lungi da me dal pensare simili bestialità. In effetti c’è sempre da restare sconcertati dalla facilità con cui uno sconosciuto vede malvagità e cattiveria nelle parole di un altro sconosciuto. E’ una sorta di scommessa al ribasso sulla qualità della persona. Non mi aspetto il meglio da qualcuno, ma sempre il peggio. Triste, ma purtroppo molti fanno così. Attaccare prima di essere attaccati, ecc.

Ricordiamo intanto che sono solo i cafoni che sentono il bisogno di sbandierare a tutti quanti soldi hanno. Chi i soldi se li guadagna onestamente e faticando, ne conosce il valore e non li spreca. Pensare che i voli a basso costo vengano usati solo da chi si trova in condizioni economiche meno vantaggiose è totalmente infondato.

Il problema dei voli low cost è che hanno contribuito a trasformare il mercato del turismo, aumentandone la “velocità”. Viaggiare costava e tutt’ora costa molto. Anche se togli il costo del viaggio, restano il costo della vita del luogo in cui vai, il costo di albergo o di case in affitto (in certi posti persino AirBnb e simili hanno tariffe comparabili a quelle di una camera d’albergo). Il volo low cost però consente di avere spostamenti a frequenza molto maggiore e costo molto minore. Ed ecco quindi frotte di turisti che spesso stanno in un luogo, magari una città d’arte anche solo per 1 o 2 giorni, quando un 15-20 anni fa era la norma fermarsi almeno 1 settimana.

Che tu abbia il conto in banca di Bill Gates o il mio, il turismo ad alta velocità, o mordi e fuggi come si vuole dire, ha delle conseguenze sulla natura del luogo su cui insiste. Induce trasformazioni nei costumi dei residenti e nei servizi, spostando la priorità dai bisogni del cittadino a quelle del turista.

Mi spiego: solo 10-15 anni fa si contavano pochissimi negozi come pizzerie al taglio, pasta da asporto, e in generale street food inteso proprio come cibo che prendi e mangi in giro. Sono negozi con target primario prevalentemente turistico. E’ vero che a Venezia abbiamo sempre avuto la tradizione dei “cicchetti” (che altrove sono cose da bere), ma “cicchetti” e “ombre” (ombre = vino) solitamente si sono sempre consumati dentro un’osteria facendo due chiacchiere con la gente lì. Lo sviluppo dello street-food e dal fast-food è stato direttamente conseguente all’impennata del turismo, collegata anche allo sviluppo del modello del turismo “mordi e fuggi”, cui hanno contribuito anche le compagnie aeree low cost, AirBnb, ecc.

Quando attiri 20 milioni di persone all’anno in una città in cui risiedono meno di 55000 persone, è ovvio che si mettono in moto tutta una serie di conseguenze, mancanza di spazio in primis. Ad un turista stremato che non ha voglia di spendere troppo, verrà spontaneo sedersi su un ponte, in riva ad un canale con i piedi a bagno e mangiare in strada una pizza, della pasta o un’insalata. Del resto, ci sono poche panchine in giro, spesso perennemente occupate e i bar e i ristoranti, nelle zone più centrali, presentano prezzi al limite dell’indecenza. Anche qui: prezzi che sono lievitati come risultato di questo modello di sviluppo del turismo per cui il pensiero di fondo è “sono talmente tanti, sfruttiamoli, tanto ce ne saranno sempre altri”.

Tutto questo, nel suo insieme, produce un degrado tanto della qualità dell’esperienza per il turista, quanto della qualità del turismo.

Questo intendevo dire, e questo avrei detto se sotto a quel tweet (che ho rimosso per quieto vivere visto che, che se ne dica, sui social esiste una forma implicita di censura, mai manifesta ma sempre subdolamente suggerita) si fosse risposto con qualche stimolo di discussione.

Ma i social servono anche a questo, in effetti ci ricordano sempre che le persone non sono né indulgenti né gentili quando si esprimono alcuni concetti. L’assumere a priori in negativo è, a parer mio, il nostro peggiore nemico nelle interazioni con altri. E mi ci metto pure io dentro a questo discorso: più volte mi sono trovato dall’altra parte, ogni volta imparando a controllarmi un po’ di più. Facciamolo tutti e magari possiamo rendere i social un posto meno “violento” e più civile.

Pietro

I postumi del #ReferendumVeneto

Il risultato è stato quasi un plebiscito: 60% di affluenza con 98% di sì. Zaia ha subito dichiarato che: “vogliamo i 9/10 delle tasse“.

Da cittadino del Veneto, non leghista, è precisamente il tipo di dichiarazione che temevo.

Come hanno detto in molti in questi giorni, questo referendum non era un obbligo di legge. Qualsiasi regione a statuto ordinario, come il Veneto, può richiedere una consultazione con il Governo che, con promulgazione di una legge statale, può concedere la cosiddetta autonomia differenziata regionale.

Tra le tante “voci” che si contrattano per raggiungere questo tipo di autonomia, sono presenti anche temi di tipo fiscale / tributario. Nello specifico si parla del cosiddetto residuo fiscale.

Le regioni dette “virtuose” o che “hanno i conti a posto” mostrano un residuo fiscale positivo. Questo significa che la regione restituisce allo Stato più soldi di quanti ne riceve per fare investimenti. In altre parole, la regione “genera” internamente ricchezza.

E’ solo il Veneto virtuoso? No, quasi tutto il centro-nord.

L’Emilia Romagna ha un residuo fiscale positivo molto simile in valore a quello del Veneto (17.8 miliardi € contro i 18.2. miliardi € del Veneto). Senza clamore, agitazione popolare e referendum vari, l’Emilia Romagna ha perseguito lo stesso obiettivo e pochi giorni fa ha raggiunto l’accordo con il Governo.

Perché, invece, noi in Veneto avevamo bisogno di sentire il parere della gente? Zaia dice: “per far capire che il popolo è con noi”. Ma che cosa, esattamente, rende diverso un veneto da un emiliano o da un romagnolo? Perché noi dovevamo sbattere i pugni sul tavolo quando bastava chiedere?

C’è questa sorta di “peccato originale” o di “complesso di sfruttamento” che il leghista veneto sente da parte dello Stato. E’ un antico retaggio della lega degli anni 90. La Lega di Bossi e di “Roma Ladrona”, “Veneto Stato” e altre follie di questo tipo.

Dico “follie” perché se avessimo speso 1 anno degli ultimi 30 a parlare seriamente di federalismo fiscale, senza ideologie e retorica, ma seguendo un progetto semplice e inquadrato nei limiti imposti dalla Costituzione, come quello che è stato seguito in Emilia, magari avremmo già raggiunto molti risultati.

E, dico sempre magari, molte altre regioni avrebbero potuto seguire lo stesso percorso e, ancora magari, anche quelle meno virtuose avrebbero potuto cogliere l’occasione per iniziare un percorso di risanamento.

Perché adesso la Lega deve parlare di “9/10 delle tasse?”. Che senso ha? Se già abbiamo la legge che ci dice che il residuo fiscale si può contrattare per vedere di reinvestirne una parte sul territorio regionale, perché dobbiamo fare queste sparate controproducenti?

La risposta è semplice: le politiche sono vicine, e a qualcuno serve fare campagna elettorale.

Io sarei d’accordo sul reinvestire parte di questi soldi per fare investimenti in regione: trasporti, scuole / università, sanità, ecc. Non sono invece d’accordo che questi vengano semplicemente “trattenuti” a far cassa senza progetti specifici per il loro reinvestimento. Questo perché non sono “soldi nostri” perché il Veneto fa parte di una Repubblica, che è unita, fino a prova contraria.

Il referendum doveva essere un modo per “motivare” o “dare maggior peso” alla richiesta. Io penso che si rivelerà molto controproducente. Non è caricando di isteria o alzando la voce che si ottiene qualcosa, soprattutto perché è previsto già dalla Costituzione che si possano ottenere maggiori autonomie.

Bastava chiedere, ma a quanto pare si preferisce urlare.

Pietro

Parole tossiche

Trovo che la violenza verbale di certi monologhi che leggo su blog, facebook, ecc. sia ben peggio delle brutte parole dette a voce.

Quando si scrive c’è tempo per pensare, rileggersi, e rileggersi prima di premere “tweet” o “condividi”.

Se nemmeno la riflessività, che accompagna la scrittura, riesce a modulare l’aggressività, vuol solo dire che c’è tanta frustrazione e bisogno smodato di provare un senso di “realizzazione”.

È la violenza tipica di chi non sa e non vuole confrontarsi civilmente con il prossimo, di chi non si mette mai in discussione ma vive la vita come il famoso piccione che cammina tronfio per la scacchiera rovesciando tutti i pezzi, convinto di aver vissuto più di tutti, di essere il più bello, il più intelligente, senza realmente poter dire niente perché il confronto lo rifiuta.

La scrittura, a parer mio, rivela molto della natura di queste persone: fragilità, insicurezza, volontà di raggiungere uno scopo senza sapere veramente come fare e lasciando che la rabbia riempia il vuoto che c’è tra la situazione in cui vivono e quella in cui vorrebbero vivere.

Sono persone “tossiche”, purtroppo. Per uscire da questa situazione, in cui molti di noi forse si sono trovati, il primo passo è il coraggio: mettersi in discussione fa paura, ma senza confronto non c’è scambio. Non c’è vero socializzare, amicizie, niente.

Sapersi confrontare in modo civile dovrebbe essere l’obiettivo di tutti.

Pietro

#ComingoutDay & all that

Il 13 Agosto 2016 è stata una giornata molto importante per me e la mia famiglia. E’ stato il giorno del mio “coming out”, locuzione che deriva dall’inglese “coming out of the closet” cioè letteralmente “uscire dal ripostiglio”. Mostrarsi quindi per quello che si è.

La mia famiglia l’ha presa molto bene, è stato un bel momento che ci ha unito tutti. Adesso non nascondo più niente a loro e questo fa stare benissimo.

Mi ha anche molto colpito il sostegno da parte delle persone sui social network. Eppure qualche nota stridente c’è stata. Ricordo infatti due post che due utenti mi hanno “dedicato”. Dicevano circa così:

  1. Coming out è omofobia autoimposta.
  2. Perché fai coming out? Della tua sessualità non importa a nessuno.

Queste sono frasi che purtroppo vengono sentite spesso, rilanciate purtroppo anche da politici e “opinionisti” televisivi. Da quella gente cioè pagata per avere un’opinione su tutto.

Vorrei dire qualche parola su entrambe:

  1. Coming out sarebbe omofobia autoimposta se non esistessero pregiudizi contro le persone omosessuali. Se così fosse, nessun omosessuale avrebbe la necessità di fare coming out, esattamente come un eterosessuale non sente il bisogno di dire che è etero. Purtroppo la realtà è diversa: l’omosessualità è spesso “tollerata”, come si può tollerare un brufolo gigante sul naso, e non accettata come una naturale variazione del comportamento umano, o più in generale del comportamento di una qualsiasi specie animale. Di più, l’omofobia esiste. Dichiararsi per quello che si è, è nient’altro che un modo per dire “non mi vergogno di quello che sono”. Dire quindi che coming out è omofobia autoimposta suona molto come dire “non ho niente contro i gay, ma facciano le loro cose a casa loro, non voglio vederli in giro”.
  2. Qui mi dispiace deludere questo utente, ma della mia sessualità si interessano molte persone e istituzioni. Si interessa la Chiesa Cattolica, che insiste nel dire che devo essere trattato con “gentilezza e pacatezza” perché sono condannato a vivere un “amore disordinato”; si interessa lo Stato che con un ritardo impressionante finalmente arriva a concedermi, tra enormi polemiche, un minimo di riconoscimento di diritti garantiti anche ai cittadini eterosessuali; e si interessano alla mia sessualità anche gli omosessuali repressi, alias gli omofobi. C’è “tanta roba” che si interessa della mia sessualità. Nasconderla significa solo dare legittimità ai tanti che ancora ci considerano come cittadini di serie B.

Tengo però a ribadire che non sono uno di quelli che pensa che il coming out sia obbligatorio per tutti. Ognuno sa se è importante per lui.

Per me lo è stato.

Ho sempre pensato che nell’ambito della vita sentimentale non ci siamo solo “noi”, ci siamo noi, il partner, le rispettive famiglie, gli amici, ecc. C’è un micro-cosmo in cui la coppia si inserisce. Per questo penso che sia essenziale che le persone che ci vogliono bene sappiano che quella persona non è un nostro “amico” ma il nostro partner.

E’ una necessità che, ad onor del vero, ho maturato negli anni. Magari 10 anni fa non la vedevo così, anche perché diciamocelo quando hai 16-17 anni non è che pensi a trovare il tuo compagno della vita. Ti interessa altro…

Crescendo ho capito che considerare una coppia di persone come completamente separata da tutti e autosufficiente è assurdo tanto quanto immaginare una città senza la campagna attorno (cit.).

Laddove dichiararsi non sia pericoloso per la propria vita, o sia ritenuto non necessario, penso che il suo scopo più profondo sia quello di liberare il proprio coraggio. Serve coraggio per mostrarsi per quello che si è.

Come leggevo in un blog anni fa: “è un’esperienza che fa diventare (un po’) più uomini”.

Alla prossima,

Pietro

A new lease of life

Cambiare qualcosa nella propria vita fa sempre bene…così dicono. Gli ultimi 5 anni di vita sono sempre stati uguali, solita routine, solite cose, soliti sogni mai tradotti in fatti aspettando chissà quale segno dall’alto.

Poi mi sono reso conto che più che essere un cavallo morto sulla linea di partenza, ero imbrigliato in troppi casini, e per giunta quasi tutti per scelta mia.

Il primo problema, da mia esperienza, sono state le persone che mi tenevo vicino. Per tanti anni ho preferito star vicino a persone che si potrebbero definire “problematiche”, comunque tutte con un tratto in comune: negative, pessimiste, logorroiche quando si tratta di criticare e autistiche quando si tratta di far complimenti. In più chiuse nel loro piccolo mondo fatto solo di routine e poco altro.

Pian piano ho capito che, invece, avere vicino a sé persone positive, entusiaste della vita, curiose e attive è una condizione necessaria per vivere bene. Le persone diventano come dei “risonatori” di benessere.

Avere la pazienza, oltreché la fortuna, di trovare persone così è un dovere anche verso sé stessi. Un fatto di rispetto. Avere rispetto per sé stessi vuol dire mettercela tutta, senza rimpianti, credere sempre in quello che si fa, pronti alle critiche. E parte della forza di fare tutto questo arriva anche dall’ambiente che ci si crea attorno.

Un ambiente “tossico” non fa bene. Da quando ho “cambiato aria” ho riscoperto tante cose che pensavo non mi interessassero più come lo sport e la fotografia.

Vivo meglio e mi sento bene.

Se anche voi avete problemi di “tossicità”, vi garantisco che non vi pentirete del fare un po’ di “cambio d’aria”.

Alla prossima,

Pietro

#Orlando – Seminano vento, e noi ci becchiamo la tempesta.

L’autore del mass shooting di Orlando, secondo testimonianza del padre, era rimasto in stato di shock dopo aver visto due uomini baciarsi. Questo sarebbe stato il trigger che lo avrebbe poi spinto ad imbracciare un mitragliatore per assassinare 50 persone e ferirne altre 50. Prima di essere gay, etero, bisessuali, transessuali erano tutte persone, il resto sono solo etichette. La prima cosa che viene da chiedersi è: cosa mai può scattare nella mente di una persona per farle provare dell’odio verso due uomini che si baciano?

Secondo dei recenti studi, i maschi omofobi mostrano segni di eccitazione sessuale quando vengono sottoposti a stimoli omoerotici, a differenza dei maschi (realmente)eterosessuali che non vengono influenzati. La motivazione? Secondo alcuni un complesso di Edipo non del tutto risolto, o più generalmente un rifiuto di accettare la propria omosessualità che esiste in una forma latente. La paura verso ciò che si è viene tramutata in odio, ed ecco l’omofobia.

Ma chi insegna alle persone ad avere paura di sé stesse? I bambini non nascono omofobi, così come non nascono ladri, assassini ecc. C’è sempre qualcuno che finisce per influenzare la loro vita e farli crescere in un modo piuttosto che in un altro. Chi/che cosa instilla la paura nelle persone? Chi/che cosa crea quel clima morboso di paura e sospetto verso ciò che è differente da sé? Insieme al caso “dei gay” mi riferisco in generale a qualsiasi cosa venga etichettata dalla società come una “comunità” e come tale quindi dotata di tratti caratteristici, definiti dalla società stessa, che ne consentono una univoca separazione dal resto degli umani che i più sprovveduti chiamano “normali”.

Ci sono persone che dedicano ogni giorno della loro vita a dire cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, cosa è normale e cosa non lo è. Se tu dici ad una persona spaventata e timorosa che un fenomeno che osserva è anormale e contro natura è ovvio che questa persona verrà abituata ad avere paura, perché la paura, come diceva Lovecraft è questo:

The oldest and strongest emotion of mankind is fear, and the oldest and strongest kind of fear is fear of the unknown

La paura si connette poi all’istinto di sopravvivenza e una persona che cede ai suoi istinti farà di tutto per difenderli eliminando tutto ciò da cui si sente minacciata. La paura non risolta porta all’odio, che ha una spiacevole caratteristica: quando esplode, è incontrollabile e finisce per fare danni non solo ai bersagli ma alla società tutta. Una persona che odia non ha nulla da perdere, e questi sono i soggetti più pericolosi con cui si possa avere a che fare.

Ogni secolo ha avuto i suoi bersagli, adesso è il momento delle persone “non eterosessuali”. Ogni giorno sentiamo parlare dei pericoli per la società che le persone non eterosessuali dovrebbero provocare, come se si trattasse di una calamità naturale, di una disgrazia o di una pestilenza. Ci sentiamo ripetere dai rappresentanti della Chiesa e dai loro megafoni (ad esempio Adinolfi e Miriano) come l’amore tra due uomini o due donne sia una perversione, una cosa sbagliata e contro natura. Lo stesso Adinolfi aveva parlato di “imbracciare i fucili contro le unioni civili”.

Le parole hanno ancora un senso? Fermiamoci a riflettere su questa frase. Che tipo di persone sono quelle che sono capaci di classificare i sentimenti in serie A e serie B? In naturali e innaturali? Chi potrebbe in serenità e in pace con la sua coscienza esprimere dei giudizi di qualità sulla vita sentimentale dei suoi concittadini? In generale, che persone sono quelle che si sentono nel giusto a dire a qualcuno che è un mostro contro natura? Queste persone hanno mai provato dei sentimenti? Hanno mai avuto il coraggio e la responsabilità di vivere la loro vita? Hanno mai reso felice qualcuno?

Questi modi di pensare sono violenti. Una violenza “ben vestita” ma sempre di violenza si tratta. E la violenza, sapientemente diffusa più o meno inconsapevolmente, va sempre in coppia con l’odio.

C’è anche tanta ignoranza. Io non sono uno storico o un filosofo ma ricordo bene le lezioni di storia del liceo. L’atteggiamento di odio verso i “non eterosessuali” nell’odierno mondo occidentale è stato un gentile regalo dei primi rappresentanti del mondo cristiano ai tempi del tardo impero romano. Parliamo di un manipolo di persone che dall’oggi al domani hanno deciso che l’omosessualità fosse un segno del diavolo. La chiesa deve ancora spiegare come si concilia infatti il comandamento del “ama il tuo prossimo come te stesso” e quello che disse Mosè nel Levitico:

Non ti coricherai con un uomo come si fa con una donna: è cosa abominevole. Non rendetevi impuri con nessuna di tali pratiche, poiché con tutte queste cose si sono rese impure le nazioni che io sto per scacciare davanti a voi. Chiunque praticherà qualcuna di queste abominazioni, ogni persona che le commetterà, sarà eliminata dal suo popolo.

e ancora:

Se uno ha rapporti con un uomo come con una donna, tutti e due hanno commesso un abominio; dovranno essere messi a morte: il loro sangue ricadrà su di loro.

L’anormalità è sottoscrivere parole come queste, scritte da persone che per gli standard di oggi verrebbero internate in un manicomio criminale e la chiave buttata via. Non ci vuole un genio a capire chi sia dalla parte giusta e chi invece abbia solo bisogno di tante sedute da un bravo psicoterapeuta per risolvere i problemi che ha con se stesso invece di credere di essere normale e far pesare la sua malattia, perché quello è l’omofobia, su tutta la società.

Pietro

Vita a #Venezia – Lavori

Quando mi chiedono “Dove vivi?” e io rispondo “A Venezia” la seconda domanda è sempre “Venezia Venezia?”. Mi ritengo, per certi versi, molto fortunato di vivere in questa città che, pur avendo una valanga di problemi più o meno irrisolvibili, gode di uno status particolare: è unica e inconfondibile. Questo senso di unicità in un mondo sempre più standardizzato e serializzato per me è un grande valore aggiunto.

Ci sono però molti problemi che si devono affrontare nel quotidiano, e che condividiamo tutti indipendentemente dal luogo in cui viviamo: ad esempio il caso dei lavori di ristrutturazione o di riparazione. Anche in questo caso Venezia è unica, sfortunatamente in senso negativo.

In Centro Storico le case sono vecchie se non vecchissime. Non c’è niente di standard, niente di prefabbricato. Le stanze non hanno angoli retti, i muri non sono dritti, i pavimenti non sono livellati, le finestre non sono esattamente rettangolari ma c’è sempre qualche centimetro in più o in meno su qualche lato.

Se vivete in un immobile storico scordatevi i mobili IKEA o in generale quelli prefabbricati. Tutto deve essere fatto su misura. Tutto quindi costa molto e tutti sono costretti a rivolgersi ad artigiani, ormai sempre più rari e sempre più cari, per qualsiasi intervento di manutenzione o nel caso in cui vi venga voglia di mettere una nuova libreria in casa o di cambiarvi il letto o un armadio.

Un’altra particolarità veneziana, sempre in senso negativo, sono i famigerati lavori sui tetti. Solitamente se si abita in un condominio, piccolo o grande che sia, l’accesso al tetto del palazzo è assicurato da una scala o da un ascensore che arriva fino all’ultimo piano e ogni condomino ha diritto alla sua “parte” di tetto. Se si avesse bisogno di fare qualche lavoro (cambiare un’antenna TV, installare o riparare un climatizzatore, ecc) non ci sono problemi.

A Venezia invece non c’è sempre spazio per far continuare le scale fino al tetto e così l’inquilino dell’ultimo piano diventa, di fatto, l’unico che possa aver libero accesso. Tutti gli altri devono per forza passare per casa sua e molti non sono così ben intenzionati a lasciar transitare tecnici e operai con strumenti da lavoro per casa quando qualche condomino deve fare dei lavori che richiedano l’accesso al tetto.

Tuttavia la legge italiana prevede invece che l’accesso al tetto condominiale sia un diritto di tutti i condomini, ma a Venezia, molto spesso, si finisce a far cause in tribunale per intimare all’inquilino dell’ultimo piano di aprirti la porta quando hai bisogno del tetto. E no, non si possono installare delle scale esterne perché per varie ordinanze comunali questo tipo di installazioni sono vietate.

A questo aggiungiamo una sorta di ulteriore peculiarità tutta veneziana che riguarda il modo in cui molti artigiani e tecnici lavorano. Come sicuramente sapete se siete già stati qui, i trasporti sono su acqua e sono drammaticamente lenti. Spostarsi dalla zona di Sant’Elena a Rialto, che in linea d’aria distano 2-3 km, porta via una buona mezz’ora / 40 minuti con il trasporto pubblico ma anche con un taxi o una barca privata. A piedi, considerando il labirinto che sono le strade in città, ci vuole quasi un’ora. Una distanza di quel tipo coperta con una macchina o una bici, pure in un traffico sostenuto, si coprirebbe in 5 minuti forse.

Visto che i lavoratori sono sempre lavoratori e il tempo è denaro tanto a Venezia quanto a Milano o Roma, ogni “zona” di Venezia viene “gestita” dagli artigiani che lavorano in quella zona. C’è una sorta di lottizzazione per cui uno che lavora in zona Sant’Elena non si sposta fino a Rialto e viceversa.

Questo riduce pressoché a zero la competitività tra professionisti e per noi che abbiamo bisogno di lavori, le scelte tra possibili imprese / liberi professionisti sono spesso ridotte ad una singola persona. Quando c’è una sola persona che fa un certo tipo di lavoro in una certa zona, si allungano i tempi per portare a termine l’opera e, venendo meno la competizione, non c’è alcun controllo sui costi per cui ogni artigiano / libero professionista si sente libero di fare il prezzo che vuole, senza alcun controllo.

Di recente mi è capitato di dover cambiare l’antenna TV condominiale, per tre appartamenti. L’antennista che ha fatto il lavoro è l’unico antennista della zona in cui abito e in tutta Venezia sono una manciata.

Il costo? 850€ per un’antenna, da ripartire tra i 3 condomini. Sentendo questa cifra incredibile sono andato subito a cercare il modello dell’antenna per capire se avessi acquistato un ripetitore televisivo o una normale antenna domestica. Bene, l’antenna viene venduta nei negozi a 57 €, già montata, con tanto di istruzioni e scritta gigante “senza bisogno di chiamare l’installatore”.

Avessi avuto il libero accesso al tetto (vedi discorso di poco fa) l’avrei installata io stesso.

Ma come si passa da 57€ a 850€? Un mio amico che abita qui vicino e ha avuto lo stesso antennista, per la stessa antenna (ma questa volta per un solo appartamento) ha pagato invece 280€, curiosamente è quasi 1/3 di quello che è stato preventivato a noi.

Chiedendo ancora in giro con altri amici che abitano in altre zone di Venezia è emerso lo stesso meccanismo: al costo dell’antenna viene applicato il costo del lavoro e di qualche materiale senza specificare in modo approfondito le voci di spesa e, poi, si moltiplica l’importo per il numero di condomini.

Se una casa avesse N appartamenti e si acquistasse un’antenna condominiale, si paga come se si acquistassero N antenne separate invece che una unica da dividere per N.

Mi sono poi informato da mio fratello che vive a Roma da molti anni e, nella sua casa, il cambio di antenna condominiale tra 4 appartamenti è stato ripartito e non moltiplicato per 4: 80€ per l’antenna, 100€ per il lavoro, 180€ / 4 = 45€ a testa.

Queste sono le conseguenze dell’assenza di competitività: nessuno sorveglia e ognuno fa quel che vuole, impunemente. Venezia, da questo punto di vista, è una eccellenza in negativo.

Citavo il caso dell’antennista ma è una cosa che si può estendere a molti altri casi, che spaziano dall’idraulico all’elettricista passando per il pittore che chiede 6000€ per tinteggiare il soffitto di una stanza.

Se mai pensaste di trasferirvi a Venezia, tenete anche in considerazione questi aspetti.

Pietro